Fin da subito si sono mobilitati i servizi di intelligence per l’estero (l’AISE, Agenzia informazioni e sicurezza esterna) e l’ambasciatrice italiana in Iran, Paola Amadei, che il 27 dicembre ha potuto far visita alla giornalista per verificare le sue condizioni di salute e lo stato di detenzione.
La notizia dell’arresto della giornalista è stata resa pubblica solo otto giorni dopo perché, come ha spiegato Chora Media, le autorità italiane e i genitori di Sala avevano chiesto di stare in silenzio nella speranza di arrivare rapidamente alla scarcerazione.
Il governo iraniano non ha mai formalizzato accuse precise contro la giornalista: il 31 dicembre il Ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico si è limitato a far sapere che Sala «ha violato la legge della Repubblica islamica dell’Iran» e che era stata messa sotto inchiesta. Erano accuse vaghe, che hanno alimentato l’ipotesi dello scambio con Mohammad Abedini Najafabadi, un ingegnere iraniano che il 16 dicembre è stato arrestato in Italia, all’aeroporto di Malpensa.
Abedini Najafabadi, che ha 38 anni e la cittadinanza svizzera, è stato fermato dalle forze dell’ordine italiane su mandato di arresto degli Stati Uniti. L’ingegnere è accusato di aver fornito materiali elettronici e droni all’Iran, aggirando i divieti statunitensi, e di aver dato supporto materiale al Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. Il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica, i cui membri sono anche noti come Pasdaran, è il gruppo paramilitare a servizio della guida religiosa suprema dell’Iran istituito dopo la rivoluzione del 1979, considerato dagli Stati Uniti un’organizzazione terroristica. I Pasdaran sono accusati dagli Stati Uniti di aver attaccato con un drone una base statunitense in Giordania, uccidendo tre soldati, un’accusa smentita dall’Iran.
Abedini Najafabadi è stato fermato appena è atterrato a Milano da Istanbul e, dopo l’arresto, è stato trasferito nel carcere di Busto Arsizio. Dopo la convalida dell’arresto, è stato spostato nel carcere di Rossano Calabro, in provincia di Cosenza, per poi essere trasferito nel carcere milanese di Opera, dove si trova oggi. Gli Stati Uniti hanno chiesto la sua estradizione, ma la Corte d’Appello di Milano deve ancora decidere se accogliere o meno la richiesta. Intanto, la Procura generale di Milano si è opposta ai domiciliari, anche se la decisione ufficiale spetta, come detto, alla Corte d’Appello, che il 15 gennaio si esprimerà in un’udienza in cui Abedini Najafabadi potrebbe rilasciare dichiarazioni spontanee. Al momento comunque non sappiamo se la liberazione di Sala avrà o meno un impatto sulla detenzione di Abedini.
In questa vicenda ha un ruolo anche Mahdi Mohammad Sadeghi, cittadino iraniano-statunitense fermato sempre il 16 dicembre negli Stati Uniti. Mohammad Sadeghi, insieme ad Abedini Najafabadi, è accusato di esportazione di componenti elettronici dagli Stati Uniti all’Iran.
Fino a pochi giorni fa, il collegamento tra le detenzioni di Sala e Abedini Najafabadi sembrava essere confermato dalla stessa ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma. Il 2 gennaio, dopo che Tajani ha incontrato l’ambasciatore dell’Iran Mohammad Reza Sabouri, l’ambasciata iraniana in Italia ha scritto su X che le condizioni carcerarie di Sala erano da considerare connesse a quelle di Abedini Najafabadi.
Categorie:Mondo











































1 risposta »