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Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario

Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario (L. 26 giugno 2024 n. 86 — Riferimento), con cui si rende operativo il meccanismo necessario di eventuale devoluzione delle competenze concorrenti alle regioni richiedenti, secondo il disposto dell’Art. 117, §3 Cost. — Dichiarata in parte costituzionalmente illegittima con Sent. 192/2024 (Riferimento);

Alla Camera via libera al disegno di legge sull’autonomia differenziata, presentato dal ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, della Lega. Una proposta su un tema di cui il partito del Nord Italia parla da anni e che deriva dalla riforma del titolo V della Costituzione del 2001, in base a cui le regioni possono chiedere allo Stato competenza esclusiva su 23 materie di politiche pubbliche. L’Aula di Montecitorio ha licenziato il provvedimento con 172 sì, 99 voti contrari e 1 astenuto. E quindi il testo sull’autonomia differenziata è legge.

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Cos’è l’autonomia differenziata?

L’autonomia differenziata non è altro che il riconoscimento, da parte dello Stato, dell’attribuzione a una regione a statuto ordinario di autonomia legislativa sulle materie di competenza concorrente e in tre casi di materie di competenza esclusiva dello Stato. Insieme alle competenze, le regioni possono anche trattenere il gettito fiscale, che non sarebbe più distribuito su base nazionale a seconda delle necessità collettive.

Le materie legislazione concorrente comprendono i rapporti internazionali e con l’Unione europea, il commercio con l’estero, la tutela e sicurezza del lavoro, l’istruzione, le professioni, la ricerca scientifica e tecnologica, la tutela della salute, l’alimentazione, l’ordinamento sportivo, la protezione civile, il governo del territorio, i porti e gli aeroporti civili, le grandi reti di trasporto e di navigazione, la comunicazione, l’energia, la previdenza complementare e integrativa, il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, la cultura e l’ambiente, le casse di risparmio e gli enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

La concessione di forme e condizioni particolari di autonomia alle regioni a statuto ordinario sono previste dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, che sottolinea come possano essere attribuite “con legge dello Stato su iniziativa della regione interessata”. Questo comma però non è mai stato stato attuato, soprattutto a causa delle grandi differenze economiche e sociali tra regioni, che rendono particolarmente delicata, e potenzialmente dannosa, l’approvazione di leggi in questo senso.

La proposta di Calderoli

Oltre ad aver creato dei dubbi all’interno della stessa maggioranza, in particolare per la vocazione fortemente nazionalista di Fratelli d’Italia che è molto forte al Centro-Sud e meno al Nord, la proposta di Calderoli è stata fortemente criticata anche da economisti e sociologi. Gli studiosi ne contestano sia gli aspetti tecnici, sia i possibili effetti sociali estremamente negativi e in grado di aumentare le disuguaglianze a livello inter-regionale e spaccare in due il paese.

Il disegno di legge, fortemente sostenuto dal presidente leghista del Veneto Luca Zaia, è stato anche definito dal Fatto Quotidiano come la secessione dei ricchi, perché potrebbe assicurare molti più finanziamenti alle regioni del Nord, che già dispongono di maggiori risorse rispetto a quelle del Sud.

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I livelli essenziali di prestazione

Uno dei punti più contestati della proposta, infatti, è quello relativo al finanziamento dei livelli essenziali di prestazione che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, conosciuti come Lep, che in base alla Costituzione tutelano i “diritti civili e sociali” di cittadine e cittadiniL’entità di questi finanziamenti andrebbe stabilita prima delle richieste di autonomia, in modo tale da avere chiaro di quante risorse ha bisogno ogni regione richiedente.

Ma secondo il disegno di legge, che da al governo un anno di tempo per decidere i Lep, le regioni potranno formulare un’intesa anche senza il decreto del presidente del Consiglio che dovrebbe stabilire l’entità dei Lep, distribuendo così i finanziamenti in base alla spesa storica della regione nell’ambito specifico in cui chiede l’autonomia.

Ed è questo il punto al centro delle contestazioni, e che giustifica il termine di “secessione dei ricchi”, perché assicurerebbe maggiori finanziamenti alle regioni del Nord, in quanto hanno più risorse e una spesa storica più alta, e meno a quelle del Sud, dove ci sono meno risorse e quindi una spesa storica più bassa. In questo modo, si accentuerebbero ancora di più le disuguaglianze tra i due poli del paese.

La scuola

Su RepubblicaLuca Bianchi, il direttore del centro di ricerca Svimez sul divario regionale, ha criticato il disegno di legge di Calderoli proprio sostenendo come la definizione dei Lep si attende da “oltre venti anni” e fino a oggi hanno “cristallizzato i divari di servizi nel nostro paese”. Inoltre, sempre secondo Bianchi, l’autonomia colpirebbe gravemente il sistema scolastico con “un vero processo separatista in cui si avrebbero “programmi diversi a livello regionale, sistemi di reclutamento territoriale e funzionamenti differenziati”.

Critica sostenuta anche dalla sociologa Chiara Saraceno sulla Stampa, secondo cui “nei decenni trascorsi dalla riforma costituzionale che ha introdotto l’autonomia regionale non si è ancora riusciti a definire i Lep”. Mentre in ambito scolastico non sarebbe “possibile lasciare l’attuazione del compito costituzionale della scuola alle diverse disponibilità e scelte locali”, perché già ora “esiste una differenziazione ingiusta delle risorse educative pubbliche offerte sul territorio nazionale, non solo tra regioni, ma anche all’interno delle stesse regioni e città”. Differenze che “si sovrappongono alle diseguaglianze sociali e di contesto, invece di compensarle”.

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I requisiti

Un altro punto al centro delle contestazioni, esplicitato dal docente di economia Paolo Balduzzi su Lavoce.info, è che nel disegno di legge non viene richiesto alle regioni di avere “i conti in ordine” o di non essere stata commissariata in precedenza per la gestione delle materie di cui fa richiesta”. E tra queste si trovano l’istruzione, la sanità, la produzione di energia e la tutela dell’ambiente, tutti ambiti particolarmente delicati e a rischio.

L’approvazione

Infine, il disegno di legge non specifica nemmeno le modalità con cui attivare le richieste di autonomia, lasciando al governo il compito di elaborare l’intesa tra Stato e regione, per poi inviarla alla regione in questione per essere approvata. Dopodiché, sempre in base alla proposta di Calderoli, il Parlamento non avrebbe alcuna voce in merito, perché il Consiglio dei ministri dovrebbe presentare alle camere solo un disegno di legge per approvare l’intesa, sul quale deputati e senatori non avrebbero possibilità di proporre modifiche, di fatto esautorando l’organo legislativo.

Le proteste in Aula

Il 12 giugno la discussione alla Camera della riforma sull’autonomia differenziata è degenerata in una violenta rissa ai danni di un deputato. Tutto è iniziato con la protesta delle opposizioni contro la riforma: in aula sono state mostrate bandiere tricolore ed è stato accennato l’Inno di Mameli mentre alcuni deputati hanno occupato i banchi del governo urlando “vergogna“. A quel punto il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha subito sospeso la seduta, ma mentre venivano invitato a lasciare l’emiciclo alcuni parlamentari hanno intonato “Bella ciao“.

A quel punto il deputato leghista Domenico Furgiuele fa il segno della X Mas, la divisione fascista attiva tra il 1943 e il 1945 durante la seconda guerra mondiale, che dopo l’armistizio dell’8 settembre si è schierato con i nazisti e la Repubblica sociale italiana contro gli alleati e la Resistenza e si è macchiato di crimini di guerra. Dai banchi dell’opposizione vengono esposti dei tricolore, che il presidente della Camera Fontana invita i commessi a rimuovere. A quel punto un deputato del Movimento 5 Stelle, Leonardo Donno, scende dai banchi e tenta di consegnare il tricolore al ministro Calderoli, subito circondato dai compagni di partito che aggrediscono Donno. Si scatena una maxi-rissa a fatica domata dai commessi. A farne le spese è lo stesso Leonardo Donno finito a terra e circondato anche da altri parlamentari della maggioranza. Uno scontro impressionante le cui immagini sono circolate sul web. Donno è stato colpito con calci e pugni ed è stato ricoverato in ospedale e minaccia di denunciare i suoi presunti aggressori: in primis, il deputato leghista Igor Iezzi, che respinge le accuse. Ma secondo Donno lo hanno colpito anche i deputati di Fratelli d’Italia, Gerolamo Cangiano ed Enzo Amich. Le opposizioni hanno bollato l’attacco al deputato come violenza squadrista. Donno ha poi formalizzato una denuncia contro cinque deputati.

I ricorsi delle regioni

La prima regione a presentare il ricorso alla Corte Costituzionale contro l’autonomia differenziata era stata la Puglia, alla quale hanno fatto seguito SardegnaToscana e Campania. È questo l’ultimo fronte aperto contro il progetto di legge voluto dall’ex ministro Calderoli che ridisegna le competenze delle regioni. Sono state emanate delibere regionali da parte di Campania ed Emilia-Romagna per indire il referendum abrogativo, e con una rapida mobilitazione di diversi enti promotori, in sole tre settimane attraverso i banchetti e la raccolta delle firme online si è potuto raggiungere l’obiettivo delle 500mila firme.

Il ricorso di Sardegna e Toscana

Dopo la Puglia, prima la Sardegna e poi la Toscana hanno annunciato la loro decisione di voler ricorrere alla Consulta contro l’autonomia differenziata. In particolare, le motivazioni che hanno spinto le due regioni a muoversi in questo senso riguardano alcune disposizioni per attuare la riforma. Infatti, la Sardegna ha dato già il via libera al suo provvedimento, che è stato approvato dalla governatrice Alessandra Todde, in cui sottolinea come appaia “lesivo per l’autonomia regionale sia nella sua interezza che anche per una serie di specifici motivi che riguardano, in particolare (ma non solo), singolarmente gli artt. 1, 2, 3, 4, 5, 7, 8, 9, 10 e 11“. A stretto giro è arrivata la decisione della regione governata da Eugenio Giani, che ha annunciato il il ricorso contro la riforma approvata dal governo.

Il referendum abrogativo

Già a luglio, la stessa regione Campania del governatore Vincenzo De Luca, aveva approvato una delibera consiliare per chiedere l’indizione del referendum abrogativo dell’autonomia differenziata. Una mossa questa, che era stata seguita anche dall’Emilia-Romagna, guidata da Stefano Bonaccini, quella di indire un referendum abrogativo ai sensi dell’articolo 75 della Costituzione della legge 86 del 26 giugno 2024 (Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni). Infatti, questo articolo della Carta prevede che un referendum abrogativo possa essere chiesto da 500mila cittadini oppure da cinque Consigli regionali.

Una missione quella del mezzo milione di firme, che è stata raggiunta ufficialmente la mattina del 21 agosto. Un obiettivo che era stato già ampiamente pronosticato, merito soprattutto dell’apertura delle sottoscrizioni all’interno del sito del ministero della Giustizia. In effetti, da quando è stato possibile firmare online la campagna è letteralmente decollata, raccogliendo in sole tre settimane centinaia di migliaia di adesioni. Le 500mila firme che sono state raccolte sulla piattaforma digitale si vanno ad aggiunge alle altre raccolte nei banchetti allestiti in tutta Italia da CgilUil e dalle altre 32 organizzazioni che compongono il Comitato promotore.

La bocciatura della Corte costituzionale

A novembre, la Corte costituzionale ha bocciato sette punti chiave della legge sull’autonomia differenziata. Pur non dichiarando l’intera legge incostituzionale, la Consulta ha colpito aspetti centrali del provvedimento, bloccandone di fatto l’applicazione. Nelle motivazioni vengono spiegate con più approfondimento le ragioni dello stop.

Tra i nodi principali, la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) è stata giudicata illegittima perché affidata al governo senza adeguati criteri direttivi, escludendo il Parlamento dal suo ruolo costituzionale. È stato inoltre respinto il meccanismo che permetteva di aggiornare i Lep con un semplice decreto del presidente del Consiglio dei ministri e il sistema di finanziamento delle nuove competenze regionali. La legge prevedeva che il governo potesse modificare, con un semplice decreto ministeriale, la quota di tasse statali da destinare alle regioni per finanziare i nuovi servizi trasferiti, cosa che, secondo i giudici, rischiava di premiare le regioni meno efficienti.

La Corte ha anche escluso l’estensione dell’autonomia alle regioni a statuto speciale, come Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia già coperte da proprie forme di autonomia costituzionale. La sentenza sottolinea che il decentramento deve servire il bene comune e migliorare i servizi per i cittadini, non redistribuire potere politico.

La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il referendum abrogativo della legge sull’autonomia differenziata delle Regioni. Gli 11 giudici hanno rilevato che “l’oggetto e la finalità del quesito non risultano chiari“.

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