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Georgia, approvata la legge anti-lgbt

Georgia, approvata la legge anti-lgbt

Salomé Zourabichvili ha detto no. La presidente della Georgia si è rifiutata di firmare la controversa legge anti-lgbt proposta dal partito ultraconservatore e antieuropeista Sogno Georgiano, già approvata in parlamento a metà settembre. 

Un gesto che, pur senza cambiare l’esito legale—la legge potrà essere comunque approvata dopo una seconda discussione—assume un significato simbolico profondo in un paese lacerato tra il desiderio di integrazione nell’UE e la tentazione di abbracciare il modello politico della Russia, cedendo alle pressioni di un Cremlino sempre più determinato nella sua strategia di destabilizzazione delle democrazie occidentali. 

Nata a Parigi nel 1952, figlia di una famiglia georgiana in esilio, Salomé Zourabichvili è l’incarnazione vivente delle contraddizioni e delle aspirazioni della Georgia moderna. Diplomata di carriera al servizio della Francia, ha attraversato le capitali del mondo—Roma, Washington, le Nazioni Unite—portando con sé il retaggio di una patria lontana e mai dimenticata.

Nel 2004, in un momento cruciale per la Georgia post-sovietica, viene chiamata a ricoprire il ruolo di Ministro degli Affari Esteri sotto il presidente Mikheil Saakashvili. Prima donna a occupare tale posizione nel paese, rappresenta un segno di cambiamento, un ponte tra passato e futuro.

Nel 2018, un altro primato: Zourabichvili diventa la prima donna eletta capo di Stato in Georgia, sostenuta dal partito di governo, Sogno Georgiano. Ma rimane sempre autonoma, sempre critica.

La sua voce è europeista, filo-occidentale, una melodia dissonante in un coro oggi orientato verso altre direzioni. Promotrice instancabile dell’integrazione della Georgia nell’Unione Europea e nella NATO, si trova a navigare tra le correnti contrarie delle forze politiche interne conservatrici e l’ombra lunga dell’influenza russa – due fattori strettamente collegati.

Ha scelto una strada rischiosa, quella di difendere i diritti umani in un contesto ostile. Senza proclami altisonanti, ma con gesti concreti. Nel 2021, dopo gli attacchi violenti contro i partecipanti al Tbilisi Pride, visita personalmente le vittime in ospedale.

La Georgia – paese candidato UE dal lontano 2010 – è una terra di confine, sospesa in una transizione delicata, quasi schizofrenica. Da un lato, l’aspirazione a integrarsi nelle strutture europee e atlantiche; dall’altro, le radici profonde nelle tradizioni conservatrici, l’influenza pervasiva della Russia, la voce potente della Chiesa Ortodossa Georgiana che tuona contro le riforme progressiste, alimentando una retorica nazionalista e tradizionalista che per il Cremlino è strategica in molti territori del blocco ex-sovietico.

I diritti della comunità LGBTQIA+ sono uno dei terreni di scontro più aspri. Nonostante la decriminalizzazione dell’omosessualità nel 2000 e l’adozione nel 2014 di una legge contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, la realtà è un’altra.

Negli ultimi anni, la retorica omobitransfobica è però diventata moneta corrente non solo nel discorso pubblico, ma anche e sopratutto in quello politico, fino a culminare, a metà anno, prima in una legge sugli “agenti stranieri” volta a colpire in primis le organizzazioni per i diritti umani. E, solo poche settimane dopo, in un’altra contro la propaganda gay, che vieta non solo la rappresentazione delle identità non conformi, ma anche la transizione di genere, l’adozione per le coppie omogenitoriali, e permette al governo di rifiutare la registrazione dei matrimoni omosessuali contratti all’estero.

Un eco sinistro delle leggi adottate in Russia: si mira a cancellare la visibilità, a rendere invisibile ciò che esiste. Niente Pride, niente bandiere arcobaleno, niente voce, niente integrazione europea: l’UE si è già espressa più volte in merito. 

Ma c’è chi non ci sta. La società civile georgiana è viva, pulsante. Attivisti, ONG, giovani delle città che guardano all’Europa non solo come a un’idea, ma come a un futuro possibile. Nonché una tutela concreta contro le aspirazioni annessionistiche di Vladimir Putin. 

Non è solo una questione di diritti LGBTQIA+. Si parla di libertà di stampa, di indipendenza giudiziaria, di lotta alla corruzione. Si chiede più democrazia, più trasparenza. Si chiede di non tornare indietro, ma sopratutto di non cedere alle influenze di Vladimir Putin. 

Il mondo guarda e prende nota. L’Unione Europea e gli Stati Uniti esprimono preoccupazione, esortano il governo georgiano a rispettare gli impegni internazionali. Amnesty International, Human Rights Watch denunciano le violenze, la retorica discriminatoria. Chiedono azioni, non parole.

Le aspirazioni europee del paese sono infatti legate a doppio filo alla sua capacità di allinearsi agli standard occidentali in materia di diritti umani e democrazia. A breve, la Georgia affronterà le elezioni parlamentari del 26 ottobre: il rischio di una riconferma di Sogno Georgiano è quello di restare sospesi, di perdere l’orientamento in un periodo storico cruciale, in cui le alleanze diventano fattore determinante per la sopravvivenza.

In Georgia dopo il secco no della presidente Salome Zourabichvili, la pesantissima legge anti-LGBTQIA+, come prevedibile, è passata lo stesso. Il presidente del parlamento, Shalva Papuashvili, ha apposto la sua firma, riconfermando il parere dei legislatori, che a metà settembre hanno votato a favore del disegno di legge nella sua terza e ultima lettura con 84 voti a favore e nessuno contrario.

La maggior parte dell’opposizione non ha preso parte al voto, in segno di boicottaggio a seguito dell’adozione della controversa legge sulla trasparenza dell’influenza straniera, anch’essa aspramente criticata da Stati Uniti e UE, e anch’essa fortemente sostenuta invece da Mosca.

Affermando che la legge “non riflette idee e ideologie attuali, temporanee e mutevoli“, Papuashvili sostiene che essa si basa sul “buon senso, sull’esperienza storica e sui valori cristiani, georgiani ed europei secolari“. La legge affronterà certamente critiche da “alcuni partner stranieri“, ma detiene tuttavia un “ampio sostegno popolare”.

Durante l’elaborazione del testo, il governo ha affrontato discussioni con varie confessioni religiose, inclusa la Chiesa ortodossa georgiana, facendo leva sull’ancora pervasiva influenza che essa ha sulla una grossa parte della popolazione.

Pertanto, per me, firmare questa legge ha la massima legittimità: è una firma sostenuta sia dalla nazione che dalla chiesa” – conclude Papuashvili. A quale prezzo? Probabilmente e auspicabilmente, l’ingresso della nazione in UE. E la fiducia di tutta quella parte della popolazione che desidera ardentemente l’integrazione europea, tra cui i giovani.

Ci troviamo dunque di fronte a un draconiano pacchetto di modifiche legislative: un disegno di legge principale e diciotto progetti secondari, che vanno a intaccare principalmente il Codice civile e il Codice del lavoro. Per vietare, in primis la registrazione di qualsiasi tipologia di “unione matrimoniale alternativa” – per intenderci, un unione tra due persone dello stesso sesso – contraddicendo, secondo gli osservatori, la Costituzione stessa della Georgia.

Gli emendamenti vanno però oltre, vietando l’adozione di minori a coloro che si attribuiscono un genere diverso dal proprio o che non sono eterosessuali. Anche i single, ci informa il presidente del Parlamento Shalva Papuashvili, saranno esclusi.

Non basta. La legge proibirà tuttu gli interventi chirurgici di riassegnazione di genere o qualsiasi altra manipolazione medica. Sarà vietato identificare una persona con un genere diverso dal proprio su documenti d’identità o altri atti ufficiali.

E ancora, sarà proibito produrre “propaganda LGBT” negli istituti scolastici. Le emittenti non potranno più trasmettere programmi TV o pubblicità che raffigurino scene di affetto o intimità tra persone LGBTQIA+. Anche qui, come in Russia, a censura si fa strada, silenziosa ma implacabile, nelle aule dove si dovrebbe insegnare il pensiero critico, nelle case dove l’informazione dovrebbe essere libera.

Costretto a chiudere i battenti anche il Tblisi Pride: sono vietate riunioni pubbliche o manifestazioni volte a “promuovere l’identificazione di una persona con un genere diverso dal proprio, le relazioni omosessuali o l’incesto” – un accorpamento atroce, ma non casuale. Per ora, l’account Instagram dell’evento rimane in silenzio, ma la direttrice aveva descritto la normativa come “la cosa più terribile che sia mai capitata” alla sua organizzazione.

Nei rapporti di lavoro, sia negli istituti privati che in quelli pubblici, sarà irregolare riconoscere una persona trans o gender non conforming, utilizzare il suo nome e rispettare i suoi pronomi. Si sancisce per legge che l’identità di genere non ha spazio nel mondo professionale, che l’essere umano è ridotto a una mera classificazione biologica.

E infine, si prevede l’istituzione del 17 maggio – Giornata Mondiale contro l’Omobilesbotransfobia – come “giorno di santità familiare” nel Codice del lavoro, dichiarandolo giorno festivo.

L’adozione del disegno di legge arriva poche settimane prima delle elezioni parlamentari del 26 ottobre, in cui il partito al governo Georgian Dream Party cerca un quarto mandato. Un tempismo che non può essere casuale, un calcolo politico che gioca sulla paura e sull’intolleranza per consolidare il potere.

Ben prima che il discorso politico georgiano si polarizzasse sulla questione LGBTQIA+, la comunità si trovava già a fare i conti con una pervasiva diffidenza nei confronti delle identità non conformi.

Se da una parte l’attitudine progressista di una fetta della popolazione è infatti favorevole all’adeguamento delle politiche del paese alle direttive europee, persiste un senso di alienazione diffusa nei confronti di ciò che si discosta dai cosiddetti “valori tradizionali”, perpetuati da una chiesa Ortodossa prevaricante che – come abbiamo visto – non disdegna nel mettere lo zampino anche nelle decisioni dell’esecutivo georgiano.

La legge anti-LGBTQIA+, tuttavia, non può che peggiorare la situazione, esacerbando ostilità già presenti e legittimando quindi marginalizzazione e violenza. Poche ore dopo l’approvazione del testo, la notizia dell’omicidio di Kesaria Abramidze, attivista e modella trans, nonché volto amato e conosciuto della televisione georgiana.

A impugnare il coltello, un uomo di cui si fidava, con cui aveva una relazione sentimentale. Le indagini parlano di un delitto passionale, eppure è difficile non trovare un collegamento tra una legge che di fatto deumanizza le persone trans, ed il barbaro omicidio di una donna appartenente alla comunità. 

A svelare i retroscena della vicenda in un’intervista a World Crunch è Sofi Beridze – donna trans, cittadina russa e georgiana – che conosceva Kesaria, anche se il loro rapporto era prevalentemente online. Nel suo racconto, l’inquietante dicotomia di un uomo che intratteneva rapporti intimi con una donna trans, per poi voltarsi e partecipare a una contromanifestazione contro il Tiblisi Pride. Nello spiegarla, la visuale si estende alle contraddizioni che caratterizzano molte popolazioni dell’Est Europa. 

Non comprendo cosa spinga certi uomini a condurre una doppia vita, uscendo con una donna trans e allo stesso tempo partecipando alla distruzione di un Gay Pride. Tuttavia, questo è ciò con cui dobbiamo convivere, e purtroppo è un fenomeno diffuso. Mi sembra che questa scissione interiore sia particolarmente presente nelle persone di origine orientale, dove molti manifestano un’omosessualità latente attraverso atteggiamenti aggressivi, frutto di una mentalità chiusa. La repressione, naturalmente, porta all’isolamento e, spesso, a un aumento dell’aggressività. E l’omofobia, come sappiamo, è una delle principali cause di violenza.

Questa divisione non si limita alle persone, ma si estende anche a livello statale. La Georgia, storicamente posizionata tra due mondi, si trova a metà strada tra l’Europa liberale e le potenze conservatrici come Iran, Turchia e Russia. Da sempre crocevia di imperi, il Paese è influenzato da diverse correnti culturali. Paradossalmente, l’ortodossia georgiana è persino più conservatrice e patriarcale di quella russa e, sotto alcuni aspetti, può essere più restrittiva dell’Islam, eccezion fatta per i suoi elementi più radicali.

Oggi il governo georgiano sembra schierarsi sempre più dalla parte di Iran e Russia, intensificando i legami economici e politici con questi Paesi, mentre si allontana dall’Europa. Fino a poco tempo fa, la direzione era opposta. Questa virata ha inevitabili conseguenze sulla vita quotidiana: il conservatorismo cresce, soprattutto fuori dalle grandi città, dove è ancora normale che siano i padri a scegliere i mariti per le proprie figlie“.

Da 12 anni il partito di governo Sogno Georgiano fa subdolamente leva su questo dualismo, in maniera graduale. Solo nei tempi recenti inizia a raccogliere i frutti di tale sofisticata strategia. Non è più necessario – nè c’è più tempo per nascondere le simpatie verso la Russia, né mantenere una facciata moderata sulle tematiche sociali. Ci pensa una minoranza rumorosissima della popolazione ad accogliere queste istanze, farle proprie e sputarle in faccia a chi non si adegua, ampliandole, integrandole nel discorso comune. Con conseguenze devastanti.

Nei commenti sotto i miei post su Kesaria, ho letto cose orribili, come “un fr*cio ha ucciso un altro fr*cio” e “è bello che abbiano eliminato quella m***a inutile da questo mondo”. Anche se queste persone non sono molte, purtroppo esistono.

Dopo i recenti avvenimenti, non mi sento più al sicuro in Georgia. Prima potevo parlare apertamente della comunità LGBTQ senza particolari timori, ma ora tutto è cambiato. Sto seriamente considerando di trasferirmi in Europa. Il pensiero di poter essere uccisa è diventato costante, e temo che questo possa essere l’inizio di un disturbo da stress post-traumatico. La storia di Kesaria mi ha profondamente segnata.

Avevo intenzione di continuare i miei studi a Tbilisi, ma ora penso che sia troppo pericoloso restare qui. Tutti gli studenti sapranno che sono una persona trans, e tra mille persone, potrebbe esserci qualcuno di pericoloso“.

“Sono nata e cresciuta a Mosca, ma ora vivo in Georgia. Ti rendi conto che la vita a Mosca è una m*rda solo dopo esserti trasferito in un paese normale. Guardi indietro al tuo passato: sì, ci sono posti fantastici dove mangiare fuori, amici, infrastrutture moderne, la consegna arriva in 15 minuti, ma tutto il resto è completamente f*ttuto.

Era come se vivessi nella nebbia con la consegna del ristorante a portata di mano. Sono sicura che in termini di libertà la vita è migliore in Georgia, ma penso che se mi trasferissi, diciamo, in Germania o in Norvegia, direi lo stesso della Georgia: che f*ttuto casino”. 

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