Raffaele Fitto, attuale ministro per gli Affari europei, sarà indicato dal governo come commissario italiano nella nuova Commissione Europea presieduta da Ursula von der Leyen, che entrerà pienamente in funzione a partire dal prossimo novembre. La decisione era abbastanza scontata, e quella di Fitto era da tempo considerata la candidatura più solida che il governo italiano potesse esprimere. Ad annunciarla in maniera ufficiale è stata Giorgia Meloni durante il Consiglio dei ministri di venerdì, il primo dopo la pausa estiva, in seguito a una riunione tra la stessa Meloni e gli altri leader della maggioranza di destra nella quale era stato accordato da tutti i presenti il consenso sul nome di Fitto.
Fitto aderì a Fratelli d’Italia nel 2019, è pugliese di Maglie (la stessa città di Aldo Moro, in provincia di Lecce) e ha 55 anni. Esordì in politica come un moderato di centrodestra nella Democrazia Cristiana (DC), seguendo un percorso analogo a quello fatto da suo padre Salvatore, notabile della DC pugliese e presidente della regione tra il 1985 e il 1988, quando morì in un incidente d’auto. Entrato in Forza Italia, Fitto fu anche lui presidente della Puglia, tra il 2000 e il 2005. Ma svolse anche importanti incarichi negli ultimi due governi di Silvio Berlusconi, nei quali fu ministro per i Rapporti con le regioni tra il 2008 e il 2011. È stato per quattro volte deputato, ed eletto per tre volte al Parlamento Europeo, sempre ottenendo un alto numero di preferenze personali.
Dal 2014 in poi divenne sempre più critico nei confronti della gestione di Forza Italia. Sia per questioni locali pugliesi, sia in seguito alla decisione di Berlusconi di fare con il Partito Democratico un accordo di collaborazione istituzionale (il famigerato “Patto del Nazareno”), e infine contestando i metodi a suo dire poco trasparenti e democratici con cui lo stesso Berlusconi decise di promuovere un rinnovamento della dirigenza del partito. Nel maggio del 2015 annunciò la sua uscita da Forza Italia. Dopo varie esperienze e vari infruttuosi tentativi di favorire la nascita di un nuovo partito di centrodestra conservatrice, si avvicinò a Fratelli d’Italia, nelle cui liste fu candidato ed eletto per la terza volta al Parlamento Europeo nel maggio del 2019.
Da quel momento in poi ha svolto un ruolo importante in Europa per Meloni. È stato in gran parte lui a costruire la rete di relazioni diplomatiche e politiche coi partiti conservatori e di centrodestra, favorendo l’elezione di Meloni stessa a presidente del partito dei Conservatori e riformisti europei (ECR) e a evitare che Fratelli d’Italia, pur avendo posizioni estremamente critiche verso l’Unione Europea, venisse relegata oltre il cosiddetto “cordone sanitario”: cioè in quel gruppo di partiti con cui le principali famiglie politiche europee si rifiutano di trattare (è successo invece alla Lega di Matteo Salvini).
Dopo la vittoria alle politiche del settembre 2022, Meloni lo ha voluto nel governo come ministro per gli Affari europei, ma attribuendogli anche le deleghe sulle politiche di coesione per il Sud e sull’attuazione del PNRR (il Piano nazionale di ripresa e resilienza finanziato coi fondi europei del Next Generation EU). Di fatto, Fitto si è così trovato a guidare uno dei ministeri più rilevanti, disponendo di risorse finanziarie notevolissime, e anche per questo è talvolta entrato in conflitto con il ministro dell’Economia leghista, Giancarlo Giorgetti. Anche col leader della Lega, Matteo Salvini, non ha un buon rapporto: i due non si piacciono granché, e Fitto rimprovera a Salvini di aver in sostanza sabotato la sua campagna elettorale nel 2020, quando Fitto si ricandidò per la presidenza della Puglia nonostante la forte contrarietà della Lega, venendo poi sconfitto da Michele Emiliano, del Partito Democratico.
La scelta di Fitto come commissario italiano è dovuta inoltre ai buoni rapporti personali che lui ha con Ursula von der Leyen: i due si stimano da lungo tempo. Proponendo l’esponente più moderato del gruppo dirigente del partito, e quello che ha lavorato meglio con i funzionari della Commissione, il governo spera di ottenere un importante portafoglio economico: una delega alla Coesione o al Bilancio, con l’attribuzione aggiuntiva dell’attuazione del PNRR e di una vicepresidenza esecutiva. Non si sa ancora, infatti, che ruolo sceglierà von der Leyen per il commissario italiano: si capirà nelle prossime settimane. A ottobre, poi, se la candidatura di Fitto verrà – come appare scontato – accettata da von der Leyen, ci sarà un’audizione al Parlamento Europeo di fronte alle commissioni competenti, il cui giudizio sarà determinante per promuovere o bocciare la sua nomina.
Categorie:Europa, Governo, Unione Europea











































Nelle prossime settimane il Parlamento Europeo sarà chiamato a esprimersi sui candidati alla carica di commissario europeo. I commissari, facendo un paragone grossolano, sono un po’ i vari “ministri” della Commissione Europea, cioè l’organo dell’Unione Europea che detiene il potere esecutivo. Il governo di ciascuno dei 27 Stati membri indica il proprio candidato alla presidente della Commissione, in questo caso Ursula von der Leyen, che poi, d’intesa con il Consiglio dell’Unione Europea, cioè i 27 governi nazionali, sottopone la sua proposta di composizione della Commissione al giudizio del Parlamento.
Questa procedura avviene in due diverse fasi. In un primo momento, ciascun commissario viene esaminato dalle commissioni parlamentari competenti, cioè quelle che si occupano delle stesse materie di cui è responsabile quel commissario. Dopodiché la commissione giuridica del Parlamento Europeo (nota con la sigla JURI, una delle 20 commissioni permanenti del Parlamento), fa ulteriori verifiche sull’esistenza di eventuali problemi giuridici che impediscano la nomina, solitamente legati perlopiù a potenziali conflitti d’interesse. Sulla base dei responsi delle varie commissioni la presidente decide di confermare o modificare la sua squadra, e infine sottopone l’intera commissione al voto dell’assemblea plenaria del Parlamento Europeo: è una sorta di voto di fiducia, in cui la Commissione deve ottenere la maggioranza assoluta.
Sul primo di questi due passaggi si sta sviluppando da qualche giorno una polemica politica in Italia, legata all’eventualità che gli europarlamentari del Partito Democratico votino contro all’elezione del commissario indicato dal governo di Giorgia Meloni, e cioè Raffaele Fitto, l’attuale ministro per gli Affari europei. In realtà, dopo un iniziale confronto tra i dirigenti e la delegazione degli europarlamentari del PD, l’ipotesi di opporsi formalmente alla promozione di Fitto è stata subito scartata: un po’ perché Fitto, pur essendo un esponente di Fratelli d’Italia, è da anni apprezzato e stimato nelle istituzioni europee per il suo approccio moderato e tendenzialmente europeista, e un po’ perché per il PD significherebbe compromettere la possibilità che all’Italia venga assegnato un portafoglio importante, con deleghe di un certo rilievo sulle politiche di bilancio e di coesione (che sembrano appunto quelle che von der Leyen vorrebbe attribuire a Fitto).
Alcune perplessità su Fitto sono state invece espresse da esponenti stranieri, francesi e spagnoli perlopiù, che appartengono al gruppo dei Socialisti (lo stesso del PD) e a quello dei liberaldemocratici di Renew, che hanno come punto di riferimento il presidente francese Emmanuel Macron. Nelle riunioni e negli scambi di messaggi dei giorni scorsi tra gli europarlamentari di questi gruppi è emersa non tanto una contrarietà nei confronti del profilo personale di Fitto, quanto piuttosto sulla effettiva compatibilità del suo approccio con gli orientamenti programmatici della Commissione. Il partito di Fitto, cioè appunto Fratelli d’Italia, il 18 luglio scorso aveva infatti votato contro l’elezione di von der Leyen a presidente della Commissione, criticando le sue eccessive aperture alle richieste dei Verdi e dei Socialisti. Se davvero, come pare, von der Leyen vorrà assegnare a Fitto delle deleghe importanti sulle politiche di bilancio e sulla gestione dei fondi del Next Generation EU, secondo alcuni esponenti di Renew e dei Socialisti si porrà un tema: e cioè se si possa fare affidamento sul fatto che il dirigente di un partito che ha bocciato il programma della Commissione potrà poi rispettarlo e attuarlo fedelmente.
In particolare, l’eventuale attribuzione a Fitto delle deleghe sul Next Generation EU e su altri fondi di sviluppo e coesione europei potrebbe alimentare alcuni dubbi. I fondi di quei programmi, che servono tra l’altro a finanziare i vari Piani nazionali di riforme come il PNRR italiano, vengono concessi anche sulla base di alcuni princípi che riguardano l’impegno dei singoli governi ad attuare politiche coerenti sia con la transizione ecologica (il cosiddetto Green Deal), sia con il rispetto dello stato di diritto, cioè dei principi fondamentali di democrazia liberale. Fratelli d’Italia fin qui ha fortemente contestato le politiche del Green Deal seguite da von der Leyen, e ha spesso difeso i regimi illiberali come quello di Viktor Orbán in Ungheria o di Mateusz Morawiecki in Polonia, che si sono visti negare dei fondi europei proprio per il mancato rispetto dello stato di diritto.
Anche in virtù di queste perplessità, diventerà importante un passaggio burocratico che sembra scontato solo in apparenza: la prima parte dell’esame a cui il Parlamento Europeo sottoporrà le candidature dei vari commissari, tra cui quella di Fitto. Le commissioni competenti – nel caso di Fitto, se le indiscrezioni sulla sua nomina venissero confermate, si tratterebbe verosimilmente della commissione per i Bilanci – terranno conto di due cose: un questionario scritto e un’audizione orale.
Il questionario scritto, che verrà inviato al candidato via mail, sarà fatto di sette domande: due di natura generale, decise dai presidenti dei vari gruppi parlamentari e comuni per tutti i candidati, e cinque invece più specifiche, inerenti alle deleghe attribuite a ciascun commissario. I componenti delle commissioni riceveranno queste risposte e le discuteranno poi con i candidati durante un’audizione in presenza al Parlamento Europeo, dove verranno poi affrontate anche questioni più generali, sia tecniche sia politiche, e si svilupperà così un dibattito che in molti casi dura anche diverse ore, al termine del quale ci sarà un voto di conferma o di bocciatura del candidato. Il voto non è vincolante ma ha un peso notevole nella scelta dei vari commissari e commissarie.
Questa procedura fu adottata per la prima volta nel 1995, in attuazione del Trattato di Maastricht, cioè il trattato fondativo dell’Unione Europea approvato nel 1992. Da allora sono stati otto i candidati respinti (in tutto o in parte) dal Parlamento Europeo, e il primo caso di bocciatura, piuttosto clamoroso, riguardò peraltro proprio un italiano: Rocco Buttiglione nel 2004.
Presidente del partito moderato di centrodestra Unione di Centro, docente di filosofia e cattolico conservatore molto rigoroso, Buttiglione era ministro per le Politiche comunitarie (cioè degli Affari europei) nel secondo governo di Silvio Berlusconi, che il 23 luglio del 2004, dopo le elezioni europee abbastanza deludenti per la maggioranza di centrodestra, lo indicò come commissario europeo. La delega che il presidente della Commissione, il Popolare portoghese José Barroso, pensò di assegnargli era piuttosto rilevante: commissario alla Giustizia, alle Libertà e alla Sicurezza, con l’aggiunta dell’incarico di vicepresidente della Commissione. Tra gli europarlamentari socialisti e liberali iniziarono a circolare dei dubbi su quell’incarico, per via delle grosse polemiche che riguardavano le controversie giudiziarie in cui era coinvolto Berlusconi, prefigurando possibili conflitti di competenze per un membro del governo italiano che assumeva le deleghe alla Giustizia. La polemica però poi si spostò su altre questioni.
Il 5 ottobre del 2004 si svolse infatti l’audizione di Buttiglione presso la commissione Libertà pubbliche del Parlamento Europeo, presieduta dal liberale francese Jean-Louis Bourlanges. A un certo punto la deputata liberale olandese Sophie in ’t Veld, molto attiva sul fronte dei diritti civili, fece riferimento ad alcune leggi approvate dal governo di Berlusconi che a suo avviso discriminavano le persone omosessuali «in alcuni settori del lavoro». «Come facciamo a darle fiducia?», chiese. La domanda sembrava tutto sommato apparentemente innocua, ma Buttiglione si imbarcò in una complicata spiegazione «da filosofo», come spiegò lui stesso in seguito, proponendo «una distinzione kantiana tra morale e diritto», e dicendo che «come cattolico considero l’omosessualità un peccato, ma non un crimine». Aggiunse poi che «la mia è una posizione morale che non incide sui diritti che devono essere riconosciuti a tutti». A quel punto il dibattito si accalorò e si concentrò sul rispetto dei diritti civili, e a Buttiglione venne chiesto cosa pensava dei matrimoni omosessuali e dell’aborto. Lui rispose partendo «dalla radice latina» di matrimonio, «che significa protezione della madre: una protezione da parte dell’uomo che consente alle donne di generare figli». Alcune deputate tedesche e olandesi protestarono e lui ribatté: «Sono cattolico, ma questo non significa che non possa essere un buon europeo».
Le sue parole innescarono un caso politico che interessò l’intera commissione, e che generarono delle tensioni anche all’interno del governo italiano. Il 12 ottobre la commissione votò sul suo incarico, respingendo per due volte la sua elezione a commissario europeo e a membro della commissione in generale, sia pure con altre deleghe rispetto a quelle inizialmente assegnategli. Non c’erano precedenti a cui rifarsi e quindi si studiarono varie soluzioni e compromessi politici.
Mentre si sviluppavano le trattative, però, Buttiglione non fece nulla per disinnescare le polemiche, e anzi tirò fuori in altre occasioni le sue posizioni criticate. Il 25 ottobre, durante un convegno a Saint-Vincent, disse che «i bambini che non hanno un padre ma solo una madre sono figli di una madre non molto buona», attirandosi le critiche anche di esponenti del suo stesso governo (Stefania Prestigiacomo, ministra per le Pari opportunità, disse che quella pronunciata da Buttiglione era «una cosa che non sta né in cielo né in terra»). Due capi di governo, il belga Guy Verhofstadt e lo svedese Göran Persson, protestarono in maniera esplicita.
Alla fine Barroso fu costretto a rinviare il voto di fiducia sulla sua Commissione, inizialmente previsto per il 27 ottobre, fino al 22 novembre, e a ridefinire molti degli incarichi, anche perché la faccenda di Buttiglione aveva innescato una serie di ritorsioni politiche tra vari gruppi e vari paesi che aveva generato a catena altre bocciature di candidati commissari. Nel frattempo, il governo italiano ritirò la candidatura di Buttiglione sostituendola con quella di Franco Frattini, ministro degli Esteri, che ottenne la stessa delega inizialmente pensata per Buttiglione. Furono poi trovati accordi anche per le altre cariche rimaste in bilico.
Da allora altri candidati sono stati respinti nel corso degli esami da parte delle commissioni competenti o nel voto dell’assemblea. Dopo le elezioni europee del 2009, fu la ministra degli Esteri bulgara Rumiana Jeleva, designata commissaria alla Cooperazione internazionale, a ottenere un voto contrario che di fatto pose fine alla sua carriera politica: si dimise dal suo incarico di governo e fu rimpiazzata come commissaria dalla connazionale Kristalina Georgieva, che di lì invece iniziò la sua ascesa che la portò tra l’altro, nel 2019, a diventare direttrice del Fondo monetario internazionale. Nel 2014 invece la slovena Alenka Bratusek, designata dal governo di cui era a capo come commissaria all’Energia proprio pochi giorni prima che terminasse il suo mandato presidenziale, fu bocciata dal Parlamento Europeo e non ottenne l’incarico: al suo posto fu poi indicata Violeta Bulc, a cui andarono le deleghe ai Trasporti.
Nel 2019, l’ultima volta che si svolsero queste procedure, furono ben tre i commissari bocciati. Due furono respinti dalla commissione giuridica del Parlamento Europeo, per conflitti d’interesse: la romena Rovana Plumb e l’ungherese Laszlo Trocsányi. Ma il caso più clamoroso riguardò Sylvie Goulard, indicata dal governo francese come commissaria per il Mercato interno, la cui bocciatura mostrò bene come spesso, più che questioni tecniche, a determinare l’esito di queste verifiche da parte del Parlamento Europeo siano dinamiche più strettamente politiche (le stesse che potrebbero essere decisive per Fitto).
Già due volte eurodeputata e vicepresidente della Banca di Francia, Goulard venne bocciata dalle commissioni che la esaminarono per dei sospetti legati alle attività di suoi ex collaboratori (stipendiati dal Parlamento Europeo ma accusati di aver collaborato con Goulard in faccende esclusivamente francesi) e per un potenziale conflitto d’interessi dovuto a una sua partecipazione in un think tank statunitense. Molti videro quelle obiezioni più che altro come una ritorsione degli esponenti del Partito Popolare verso il presidente francese Macron, che aveva di fatto impedito la nomina del loro capogruppo Manfred Weber a presidente della Commissione Europea, favorendo invece von der Leyen. A quel punto Macron fu costretto a ritirare Goulard e a proporre Thierry Breton, che assunse le stesse deleghe al Mercato interno.
"Mi piace""Mi piace"
Martedì Ursula von der Leyen ha annunciato la composizione della Commissione Europea di cui è presidente, e che resterà in carica per i prossimi cinque anni. L’attribuzione delle deleghe e la ripartizione degli incarichi (che ora dovranno essere confermati dal Parlamento Europeo) hanno aperto come sempre un dibattito tra politici e commentatori: in particolare in Italia ci si è concentrati sul ruolo assegnato a Raffaele Fitto, ministro dimissionario per gli Affari europei nel governo di Giorgia Meloni. Fitto ha ricevuto la nomina di vicepresidente esecutivo con competenze su Riforme e Coesione, e la domanda è: il governo italiano ha ottenuto tanto o poco, nel negoziato con von der Leyen?
È una domanda che coglie solo in parte la complessità di una nomina del genere, ma tentare di rispondere può aiutare a capire, al di là delle inevitabili semplificazioni giornalistiche, che ruolo potranno avere Fitto e l’Italia nel più importante organismo esecutivo dell’Unione Europea di qui al 2029.
A guardare la composizione complessiva della Commissione, gli incarichi di Fitto appaiono come un buon risultato, soprattutto se si pensa al ruolo politico marginale svolto dal gruppo di cui Fratelli d’Italia fa parte, i Conservatori e riformisti europei (ECR). È un gruppo che riunisce partiti di destra sovranista, in sostanziale contrasto con la linea seguita negli ultimi anni dalla Commissione di von der Leyen. Al tempo stesso, però, le deleghe che Fitto dovrà gestire lo rendono piuttosto ininfluente rispetto ad alcune importanti questioni che l’Unione Europea si troverà ad affrontare nei prossimi anni, dalla Difesa alla Concorrenza fino alla Competitività industriale, e abbastanza defilato rispetto alle principali questioni economiche e finanziarie intorno a cui si svilupperà gran parte del dibattito tra gli Stati membri.
Meloni ha celebrato con un post sui social network la nomina di Fitto, dicendo che «l’Italia torna finalmente protagonista in Europa». Il suo staff ha poi diffuso un comunicato alle agenzie di stampa che diceva che l’incarico assegnato a Fitto «ha un valore politico molto importante che conferma la centralità dell’Italia in ambito europeo», e che le politiche di coesione valgono nel complesso 378 miliardi di euro nel periodo che va dal 2021 al 2027. Sono i fondi europei che vengono stanziati ogni sette anni per finanziare progetti di sviluppo nelle aree meno progredite del continente: all’Italia sono indirizzati circa 43 miliardi, quasi tutti per le regioni del Sud.
Da questo punto di vista la nomina di Fitto è un risultato positivo, specie sul piano politico. Von der Leyen ha deciso di promuovere Fitto tra i sei vicepresidenti esecutivi, quelli cioè che avranno la responsabilità di coordinare e indirizzare l’attività di altri commissari, nonostante questa ipotesi fosse stata contestata dai gruppi di centro (i liberali di Renew) e di sinistra (i Socialisti) che fanno stabilmente parte della maggioranza europeista al Parlamento Europeo. La polemica, in questo senso, era nata anche perché Fratelli d’Italia il 18 luglio scorso aveva deciso di votare contro la nomina di von der Leyen a presidente della Commissione.
Inoltre Fratelli d’Italia, come un po’ tutti i membri di ECR, è tradizionalmente contraria alla revisione dei trattati e al superamento del principio dell’unanimità, che dà ai leader nazionalisti dell’Europa dell’Est (uno su tutti: l’ungherese Viktor Orbán) la facoltà di mettere il veto su molte proposte unitarie e impedire così il progresso dell’integrazione europea. Per queste ragioni, sia Renew sia i Socialisti nei giorni scorsi avevano contestato l’intenzione di von der Leyen di assegnare una vicepresidenza a Fitto.
Lei però ha saputo mediare con abilità concedendo ai Socialisti quel che chiedevano, e cioè un potenziamento notevole delle deleghe della loro principale esponente nella Commissione, la spagnola Teresa Ribeira, nominata vicepresidente con responsabilità sulla Transizione industriale e la Competitività (è la candidata che esce maggiormente rafforzata dalla trattativa). Fitto è stato incluso a quel punto nel gruppo dei sei vicepresidenti, scelti per garantire diversi equilibri politici, territoriali e di genere, come ha spiegato la stessa von der Leyen in conferenza stampa. Del gruppo fanno parte quattro donne e due uomini, per ribaltare la composizione dei 27 commissari, dove invece gli uomini sono il 60 per cento; tre sono in rappresentanza di Stati dell’Europa occidentale, tre invece dell’Europa orientale che si unirono all’UE dopo la caduta del regime sovietico. Quanto al peso politico riconosciuto a Fitto, von der Leyen ha detto che l’ingresso di un esponente dei Conservatori nel gruppo dei vicepresidenti segue la struttura del Parlamento Europeo, dove 2 dei 14 vicepresidenti dell’assemblea sono stati scelti tra europarlamentari di ECR.
Al di là della retorica, la promozione di Fitto tra i vicepresidenti segnala due cose: che von der Leyen non vuole precludersi un dialogo con le forze meno estreme del blocco sovranista che fa capo a ECR, mostrandosi dunque pronta a spostarsi a destra su alcuni temi specifici, se sarà necessario; e che in un momento di debolezza dei governi francese e tedesco, von der Leyen non rinuncia ad avere un buon rapporto con l’Italia e la sua presidente del Consiglio. In questo senso, per Meloni sarà facile confutare le tesi di chi paventava un isolamento dell’Italia dopo la scelta del principale partito di governo, Fratelli d’Italia appunto, di non votare la nomina di von der Leyen a capo della Commissione. Anche perché la vicepresidenza mette Fitto, almeno formalmente, in una posizione gerarchica superiore a quella che ha avuto tra il 2019 e il 2024 Paolo Gentiloni nella precedente Commissione, dove il dirigente del Partito Democratico espresso dal secondo governo di Giuseppe Conte, di centrosinistra, aveva la delega agli Affari economici.
Sul piano operativo, dalla “Mission Letter”, cioè la lettera con cui la presidente della Commissione specifica a ciascun commissario i dettagli dell’incarico assegnato, si capisce che Fitto, come vicepresidente, potrà dire la sua anche sui settori del turismo, della pesca e dell’agricoltura, delle politiche abitative e dello sviluppo delle aree interne; interverrà sulle questioni che riguardano l’allargamento dell’Unione ad altri paesi (quelli dei Balcani occidentali e l’Ucraina), sulla conversione dei sistemi industriali dei paesi dell’Est, che devono rendersi indipendenti dall’economia e dall’influenza della Russia, e sulla blue economy cosiddetta (cioè lo sviluppo delle tecnologie che sfruttano le risorse dei mari e degli oceani per favorire crescita e sviluppo economico).
Su tutte queste questioni, Fitto avrà una sorta di potere di vigilanza e di coordinamento, dovendo collaborare con gli altri commissari direttamente responsabili di ciascuna delle materie. Lo stesso vale per l’attuazione del NextGenerationEU, il grande piano di investimenti e riforme finanziato con fondi comuni europei che scadrà nel 2026 e da cui dipendono i piani di ripresa dei vari Stati membri, come il PNRR italiano: su questa materia, però, von der Leyen specifica che Fitto dovrà lavorare insieme al commissario all’Economia e alla Produttività, il lettone Valdis Dombrovskis, e questo lascia presagire che il ruolo del commissario italiano sarà abbastanza secondario.
Dombrovskis ha già gestito grossa parte delle deleghe sul NextGenerationEU (insieme a Gentiloni) nei cinque anni passati da vicepresidente esecutivo della Commissione, ed essendo stato confermato come il principale commissario sulle materie economiche e finanziarie avrà un controllo molto più diretto rispetto a Fitto delle direzioni generali, cioè le strutture dei funzionari e degli uffici tecnici, che si occuperanno dei piani di ripresa (in particolare, la direzione generale sugli Affari economici e la direzione generale Recovery).
Quanto alle deleghe esclusive di Fitto, forse sono l’aspetto meno positivo della sua nomina.
Von der Leyen, nel descrivere il suo mandato, ha detto che ricalcherà in tutto e per tutto quello svolto tra il 2019 e il 2024 dalla portoghese Elisa Ferreira, che non ha avuto affatto un ruolo di primo piano nella Commissione uscente. Quello di Fitto è un ruolo per certi versi agevole dal punto di vista politico: dovrà sovrintendere all’attribuzione dei fondi ai vari Stati membri, anche se non c’è una grossa discrezionalità in queste procedure, che seguono nella maggioranza dei casi procedimenti abbastanza prestabiliti. Per questo, l’enfasi con cui lo staff di Meloni ha descritto la delega alle Politiche di coesione come «un interesse nazionale primario» è un po’ eccessiva: difficilmente Fitto potrà sbloccare o attribuire nuovi fondi all’Italia, che del resto ha strutturali difficoltà nell’assorbire quelle risorse e nel realizzare gli investimenti connessi per problemi burocratici.
Di certo l’incarico gli garantirà ulteriore visibilità in Italia, in particolare nel Sud che lui conosce molto bene: di fatto, da Bruxelles Fitto si occuperà di molte questioni che seguiva già dal suo ufficio di Roma, dove gestiva per il governo proprio le Politiche di coesione e per il Sud. Lo si vedrà verosimilmente spesso in giro per le città del meridione a inaugurare infrastrutture e a presentare progetti finanziati dall’Unione Europea. Al tempo stesso, però, il rilievo politico del suo incarico è piuttosto scarso rispetto alle faccende diplomatiche, economiche e industriali che costituiscono tradizionalmente la parte fondamentale dell’azione della Commissione.
In più, contrariamente alle aspettative del governo italiano, nelle deleghe attribuite a Fitto mancano del tutto quelle di carattere economico. Sia quelle relative al NextGenerationEU, su cui l’Italia sperava di avere maggiore voce in capitolo per ottenere un prolungamento del PNRR oltre la metà del 2026, sia quelle che hanno a che fare col bilancio, su cui avrà competenza esclusiva il commissario polacco Piotr Serafin, diplomatico di lungo corso molto vicino al primo ministro Donald Tusk. Questa delega si rivelerà con ogni probabilità decisiva fin dal prossimo anno, e poi soprattutto nel 2026, quando si dovrà discutere del nuovo bilancio settennale dell’Unione, nel quale verrà definito il ciclo di programmazione economica. In quell’occasione verrà stabilito quanti soldi destinare alle varie voci, quanti miliardi stanziare per i fondi di coesione, e come ripartire questa cifra tra i singoli Stati membri per il periodo tra il 2028 e il 2034.
"Mi piace""Mi piace"