
Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un decreto che apre nuove possibilità di immigrazione per stranieri e apolidi, a patto che condividano i “valori spirituali e morali tradizionali russi”.
Il provvedimento introdurrà da settembre un concetto inedito nel panorama migratorio internazionale: la figura del “migrante ideologico” o l’impatriatsja, neologismo coniato dalla studentessa italiana filorussa Irene Cecchin durante il convegno “Idee forti per tempi nuovi” organizzato a Mosca e presenziato dallo stesso Putin.
In altre parole, la Russia si offrirà come rifugio per chi, nei propri Paesi, si oppone a quella che viene definita l’agenda “neoliberista distruttiva“, vale a dire un insieme di valori progressisti e liberali.
Secondo il decreto, coloro che sceglieranno di distanziarsi dalla cosiddetta “cultura woke“ – terminologia che nell’ambiente ultraconservatore viene associata alla tutela e alla promozione di un’ampia gamma di diritti civili e umani – potranno ricevere “sostegno umanitario”, ottenendo così un permesso di residenza temporanea.
A differenza dei tradizionali percorsi migratori, i richiedenti non saranno tenuti a dimostrare competenze linguistiche, né a conoscere la storia o il sistema legislativo russo. Ciò che conta è l’adesione ai principi ideologici propagandati dal Cremlino, che rifiuta qualsiasi tipo di modernismo progressista percepito come minaccia ai valori nazionali.
Nei prossimi 30 giorni, il Ministero degli Esteri avrà il compito di compilare una lista di Paesi considerati promotori di valori in contrasto con quelli russi, delineando così con maggior precisione chi potrà fare domanda per entrare nel Paese per ragioni ideologiche.
Non è però la prima volta che la Russia mette in atto iniziative di questo tipo. Nel maggio 2023, il Cremlino aveva annunciato la creazione di un “villaggio di migranti” nei pressi di Mosca, destinato agli espatriati americani conservatori.
Circa 200 famiglie americane avevano manifestato interesse all’epoca, tra cui una che aveva richiesto asilo temporaneo, spinta dalla percezione di una “cancellazione dei valori tradizionali e familiari” e dal “basso livello di istruzione” negli Stati Uniti.
Il decreto si inserisce infatti in una strategia più ampia della Russia per presentarsi come l’ultimo baluardo di difesa dei valori tradizionali – grazie ai quali il paese si dichiara addirittura immune dall’epidemia di vaiolo delle scimmie – contro un Occidente dipinto come moralmente decadente, anche e sopratutto per colpa della comunità LGBTQIA+.
Facendo leva su un senso di smarrimento e disillusione che serpeggia tra i conservatori occidentali, Putin si propone come leader di una contro-rivoluzione morale, capace di offrire rifugio a chi non si riconosce più nelle proprie nazioni di origine.
L’abilità propagandistica del Cremlino ha già portato a risultati concreti, come dimostra la storia di una famiglia canadese che, stanca delle politiche progressiste del proprio Paese, ha deciso di vendere tutto e trasferirsi in Russia. Tuttavia, la realtà si è dimostrata ben diversa dalle aspettative: una volta arrivati, il governo russo ha congelato i loro conti, lasciando la famiglia – composta da due genitori e otto figli – in una situazione di estrema difficoltà economica. Un’amara ironia, se si considera che la loro fuga era motivata dal desiderio di sicurezza e stabilità. Al di là della retorica, è chiaro infatti che il paese continui a fare i conti con una realtà economica complessa e un quadro legislativo che rimane rigido e nel contempo poco trasparente.










































