Governo

Meloni dice che Frontex non segnalò «un’emergenza» prima del naufragio di Cutro

Al termine degli incontri bilaterali con i rappresentanti del governo degli Emirati Arabi Uniti ad Abu Dhabi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha risposto alle domande dei giornalisti. Per la prima volta, a sei giorni di distanza, si è espressa sul naufragio del peschereccio di migranti avvenuto al largo delle coste della Calabria e sulle polemiche seguite. Meloni ha respinto ogni responsabilità del governo sul mancato salvataggio della barca, il cui affondamento ha causato almeno 69 morti. La presidente del Consiglio sostiene che le motovedette della Guardia Costiera non fossero partite perché le autorità non erano a conoscenza della possibilità di un naufragio:

La situazione è semplice nella sua drammaticità: non ci sono arrivate indicazioni di emergenza da Frontex [l’agenzia dell’Unione Europea che svolge le funzioni di guardia di frontiera e costiera, ndr].

Meloni ha negato anche che le politiche del governo nella gestione delle navi delle ong, la cui azione è stata limitata e complicata dai regolamenti introdotti, possano avere avuto alcuna influenza, sottolineando come la rotta che dalla Turchia porta alla Calabria non sia fra quelle presidiate dalle navi delle organizzazioni non governative. Ribadendo che le autorità italiane non sarebbero «state avvertite da Frontex», Meloni ha aggiunto: «Ma davvero, in coscienza, c’è qualcuno che ritiene che il governo abbia volutamente fatto morire 60 persone?».

La presidente del Consiglio ha ripetuto la linea già espressa da altri esponenti del suo governo, dicendo che «per evitare che altra gente muoia vanno fermate le partenze illegali», e riguardo alla richiesta di dimissioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi avanzata dai partiti di opposizione ha detto: «Le opposizioni ogni giorno chiedono le dimissioni di un ministro diverso». Meloni, che era stata criticata per non essere andata a Cutro (fra gli altri dal sindaco di Crotone Vincenzo Voce), ha detto di valutare la possibilità di tenere il prossimo Consiglio dei ministri nel comune calabrese.

Riguardo alla mancata segnalazione di un’«emergenza» da parte di Frontex, le ricostruzioni di ciò che accadde nella notte di sabato dicono che intorno alle 22:30 il peschereccio in questione fu avvistato a circa 70 chilometri dalle coste calabresi da un piccolo aereo dell’agenzia. Essendo un’organizzazione che si occupa principalmente di sicurezza, Frontex è in contatto soprattutto con le forze dell’ordine italiane, come Carabinieri e Guardia di Finanza. Per questo sabato sera aveva avvisato diverse forze dell’ordine italiane, e solo per conoscenza aveva incluso fra i destinatari anche la Guardia Costiera italiana.

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  1. Nello scaricabarile tra Frontex e il governo italiano sulle responsabilità del mancato soccorso all’imbarcazione che si è schiantata sulla spiaggia di Cutro lo scorso 26 febbraio, e che è costato la vita a 72 persone, ha provato a mettere un punto la commissaria per gli Affari interni, Ylva Johansson.

    “Durante il monitoraggio [effettuato da Frontex, ndr], l’imbarcazione non era in una situazione di pericolo e non ha lanciato segnali di allarme, forse perché non voleva essere scoperta”, ha spiegato la commissaria, secondo cui sarebbe questa la ragione per cui “sia Frontex sia le autorità italiane hanno pensato che non si trattasse di un’operazione di ricerca e soccorso“, quanto piuttosto “un’operazione di polizia”. Ecco perché – ma “questa è una risposta che dovrebbero dare le autorità italiane” – a pattugliare le acque calabresi è stata mandata la Guardia di Finanza e non la Guardia costiera. Una risposta l’aveva data ieri (7 marzo) il ministro dell’Interno italiano, Matteo Piantedosi, esponendo la sua versione dei fatti alla Camera e al Senato: “L’attivazione di un soccorso non può prescindere da una segnalazione di una situazione di emergenza, solo ed esclusivamente se c’è tale segnalazione, si attiva il dispositivo di ricerca e soccorso”, ha dichiarato il ministro: “Laddove, invece, non venga segnalato un distress, l’evento operativo è gestito come un intervento di polizia”.

    Ma se, secondo quanto riferito da Johansson, quello che ha visto Frontex con le proprie videocamere “è andato direttamente al centro di Roma in modo che potessero vedere esattamente le stesse immagini”, allora forse il materiale era sufficiente per far scattare le operazioni di soccorso. Il personale di Frontex ha visto “poche persone sul ponte, ma con la telecamera termica ha notato che probabilmente molte persone erano sotto coperta“. La segnalazione dell’agenzia europea, arrivata a Roma intorno alle 22:30 di sabato sera, è stata fatta prima che le condizioni del mare cambiassero drammaticamente: nella notte però, due motovedette della guardia di Finanza sono uscite dal porto per aspettare il caicco – barca bialbero di origine turca su cui viaggiavano le persone migranti – all’ingresso delle acque territoriali, ma sono state costrette a rientrare a causa dell’ingrossamento del mare. A quel punto, c’erano le condizioni per far intervenire la Guardia costiera, ma per Piantedosi è stato solo alle 4 del mattino – pochi minuti prima del naufragio – che “per la prima volta si concretizza l’esigenza di soccorso”, quando il 112 ha ricevuto una telefonata da bordo.

    Sebbene il Viminale punti il dito contro Frontex, che non ha segnalato la possibile emergenza, è legittimo pensare che la Guardia Costiera italiana abbia le competenze necessarie per farlo autonomamente. “Frontex ha fatto tutto quello che ha potuto e quello che doveva fare in questa situazione, purtroppo non è stato abbastanza”, ha dichiarato ancora Johansson, ammettendo un unico errore nella gestione della vicenda: “Avrebbero potuto restare di più per continuare con il monitoraggio, se avessero avuto più carburante, forse avrebbero visto il cambiamento delle condizioni del mare e allora avrebbero sì dichiarato il pericolo per quella imbarcazione, ma purtroppo non è andata così”.

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  2. Martedì pomeriggio in un discorso alla Camera dei deputati il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha difeso l’operato del governo di Giorgia Meloni nelle ore precedenti al naufragio a Steccato di Cutro, in provincia di Crotone, avvenuto domenica 26 febbraio e in cui sono morte oltre 70 persone migranti.

    Da giorni diverse inchieste giornalistiche hanno documentato ritardi e rimpalli di responsabilità nella gestione dell’imbarcazione in cui si trovavano quelle persone, nella notte fra sabato 25 e domenica 26 febbraio. Alcune di queste inchieste contenevano accuse esplicite a Piantedosi e al ministro dei Trasporti Matteo Salvini, da cui dipendono rispettivamente la Guardia di Finanza e la Guardia Costiera, i due organi dello stato che si sono occupati più direttamente dell’imbarcazione naufragata.

    «Sostenere che i soccorsi sarebbero stati condizionati o impediti dal governo costituisce una grave falsità», ha detto Piantedosi, senza però fornire molti dettagli sul processo decisionale e sulla catena di comando di quella notte: alcuni aspetti della vicenda rimangono quindi ancora oscuri.

    Piantedosi ha ricordato che l’imbarcazione fu avvistata sabato sera da un piccolo aereo Frontex, l’agenzia di frontiera dell’Unione Europea. Frontex aveva segnalato che a bordo dell’imbarcazione, che pure procedeva a velocità normale, c’erano moltissime persone, per di più senza giubbotti di salvataggio: una condizione potenzialmente pericolosa, come sa chiunque abbia esperienza di navigazione. Piantedosi ha spiegato che poco dopo la segnalazione di Frontex una nave della Guardia di Finanza provò a intercettare l’imbarcazione, senza successo: non ha però spiegato chi decise di fare intervenire la Guardia di Finanza, che si occupa di sicurezza, e non la Guardia Costiera, che invece compie più propriamente operazioni di ricerca e soccorso in mare.

    Piantedosi insomma non ha esplicitato se la decisione di fare intervenire la Guardia di Finanza al posto della Guardia Costiera arrivò dal governo, come hanno implicato diversi giornali negli ultimi giorni, o piuttosto se sia stata una decisione presa autonomamente dalla Guardia di Finanza.

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  3. Nel pomeriggio di giovedì il Consiglio dei ministri si riunirà in via eccezionale nel municipio di Cutro, la piccola città in provincia di Crotone, in Calabria, al largo della quale nella notte tra il 25 e il 26 febbraio c’è stato un drammatico naufragio in cui sono morte 72 persone migranti. La decisione di svolgere il Consiglio dei ministri a Cutro è stata presa dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, come atto simbolico per dimostrare la vicinanza del governo ai morti e alle loro famiglie: si prevede che nel corso della riunione verrà discusso e approvato un nuovo decreto per contrastare l’immigrazione irregolare e agevolare il flusso di migranti regolari.

    Il Consiglio dei ministri doveva essere preceduto da una riunione preparatoria mercoledì pomeriggio, in cui si sarebbero dovuti discutere alcuni dettagli tecnici del decreto, ma è stata posticipata a giovedì mattina. I quotidiani di giovedì hanno pubblicato vari retroscena, che come tali vanno presi con cautela, secondo cui il rinvio sarebbe stato deciso anche in ragione di una situazione non proprio armonica all’interno della coalizione di governo. In particolare da diversi giorni i giornali stanno raccontando di divergenze tra Fratelli d’Italia, il partito di Meloni, e la Lega, il partito di Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti.

    Il motivo sarebbe soprattutto la volontà di Salvini di inserire nel decreto norme più rigide, che riprendano in parte i cosiddetti “decreti sicurezza”, le due leggi estremamente restrittive sull’immigrazione e l’integrazione volute da Salvini quando era ministro dell’Interno nel primo governo di Giuseppe Conte: i decreti furono approvati tra il 2018 e il 2019, e cambiati nel 2020 dal secondo governo Conte, di cui la Lega non faceva più parte.

    Meloni e il suo partito sarebbero invece contrari al ripristino dei decreti sicurezza, tanto più durante il Consiglio dei ministri organizzato a Cutro dopo la strage di migranti. Peraltro, scrivono i giornali, Meloni avrebbe deciso di prendere direttamente in gestione il tema dell’immigrazione, sottraendolo al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, vicino alla Lega e molto criticato per alcune sue dichiarazioni dopo il naufragio, e affidandolo al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano.

    Per il momento Meloni e Salvini non hanno fatto commenti pubblici sulla questione, ma Salvini ha fatto capire come la pensa piuttosto chiaramente con un post sui suoi profili sui social network, in cui ha elogiato la recente proposta di legge del governo britannico che prevede l’espulsione di chiunque entri irregolarmente nel Regno Unito, con pochissime eccezioni, in violazione delle leggi internazionali sul diritto di asilo. Nel frattempo, comunque, la Lega ha presentato un progetto di legge per ripristinare i decreti sicurezza: la discussione del testo, i cui primi firmatari sono i parlamentari Igor Iezzi e Riccardo Molinari, comincerà oggi alla commissione Affari costituzionali della Camera.

    Per quanto riguarda il contenuto del decreto che verrà discusso nel Consiglio dei ministri, per ora non ci sono certezze. I giornali hanno ipotizzato che potrebbero esserci norme più dure per punire i cosiddetti “scafisti”, cioè le persone che guidano le barche di migranti e che però spesso non c’entrano nulla con i gruppi di trafficanti che organizzano i viaggi. Attualmente rischiano fino a 5 anni di carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma il decreto dovrebbe prevedere un aumento della pena, fino a 10 anni di carcere. Il decreto dovrebbe contenere anche un aumento dei fondi destinati ai centri di identificazione ed espulsione, e un incremento del numero di persone migranti che possono entrare regolarmente in Italia (si parla di 20mila persone in più già ora e di altre 60mila per la fine dell’anno).

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  4. Giovedì sera il governo ha approvato un nuovo decreto che inasprisce le pene per chi favorisce l’immigrazione irregolare. Il decreto è stato approvato nel corso di un Consiglio dei ministri che si è tenuto eccezionalmente a Cutro, in Calabria, la città al largo della quale a fine febbraio 72 migranti erano morti in un drammatico naufragio. Il governo ha voluto fare il Consiglio dei ministri a Cutro per dare un «segnale simbolico e concreto» e mostrarsi impegnato nella gestione dei flussi migratori.

    Tra le altre cose il decreto introduce una nuova fattispecie di reato per “morte o lesioni gravi in conseguenza di traffico di clandestini”, utilizzando peraltro un termine scorretto e discriminatorio per definire le persone che entrano irregolarmente in Italia. Il nuovo reato prevede una pena da 10 a 30 anni di carcere e riguarderà sia i cosiddetti “scafisti”, cioè le persone che guidano le barche di migranti e che però spesso non c’entrano nulla con i trafficanti che organizzano i viaggi, sia questi ultimi.

    Nella conferenza stampa al temine della riunione la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha aggiunto che il nuovo reato verrà perseguito dall’Italia anche se commesso al di fuori dei confini nazionali. Nello specifico ha detto che le autorità italiane cercheranno gli scafisti in tutto il “globo terracqueo”, espressione suggestiva e piuttosto inusuale che però non vuol dire altro che “in tutto il mondo”, sia in terra che in mare. In realtà il decreto si riferisce solo alla ricerca in mare e non in terra straniera, anche se Meloni non ha spiegato come faranno le autorità italiane a capire che una barca di migranti in acque internazionali sia effettivamente diretta in Italia:

    «Noi siamo abituati a un’Italia che si occupa soprattutto di andare a cercare i migranti attraverso tutto il Mediterraneo, quello che vuole fare questo governo è andare a cercare gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo, perché vogliamo rompere questa tratta.»

    La conferenza stampa, a cui erano presenti anche tutti i principali ministri del governo, è stata molto agitata, soprattutto al momento delle domande dei giornalisti presenti. Meloni è stata incalzata più volte sui ritardi nei soccorsi a Cutro, da giorni al centro di discussioni e oggetto di un’inchiesta della procura di Crotone. Alle domande insistenti dei giornalisti Meloni ha risposto con evidente fastidio per le implicite accuse al governo di non aver fatto abbastanza per salvare i migranti, dicendo di credere «che ci sia una strumentalità nel tentativo di dimostrare che l’Italia non ha fatto qualcosa che doveva fare. Non è un bel messaggio che diamo, anche all’esterno dei confini nazionali».

    Come aveva già fatto nei giorni scorsi Meloni ha ribadito che un aereo di Frontex, l’agenzia di frontiera dell’Unione Europea, la sera del 25 febbraio aveva segnalato alle autorità italiane la presenza dell’imbarcazione a circa 70 chilometri dalle coste della Calabria, ma secondo la presidente del Consiglio non aveva segnalato una situazione di emergenza. Secondo Meloni le autorità italiane non sono intervenute a salvare i migranti perché la segnalazione fatta da Frontex era «di polizia, non di salvataggio». In realtà alcuni punti della catena di eventi che hanno portato al naufragio rimangono ancora da chiarire, motivo per cui verso la fine della conferenza stampa si sono accavallate varie domande dei giornalisti presenti.

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