Giustizia

Il governo tra intercettazioni e reati di mafia o terrorismo

Giovedì il governo ha approvato un disegno di legge che rende perseguibili d’ufficio – quindi senza la necessità che venga presentata una denuncia o una querela – tutti i reati in cui ricorra l’aggravante del metodo mafioso o della finalità di terrorismo o di eversione.

Il disegno di legge è stato approvato su proposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio, dopo che nelle ultime settimane c’erano state molte polemiche per via di alcune modifiche previste dalla riforma introdotta dall’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia e entrate in vigore il primo gennaio.

Le modifiche estendevano il numero dei reati non perseguibili d’ufficio, con l’obiettivo di arrivare a uno snellimento e a una maggiore efficienza della giustizia penale. In molti avevano espresso dubbi su queste modifiche, che rendevano di fatto non perseguibili senza una denuncia diversi reati contro la persona e contro il patrimonio (come sequestro e lesioni) che nei casi in cui ci sia l’aggravante mafiosa spesso non vengono denunciati per il timore di ritorsioni.

Giovedì il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha tenuto un discorso di una cinquantina di minuti alla Camera per parlare dello stato della giustizia in Italia, come aveva già fatto il giorno prima al Senato: ha di nuovo insistito su alcuni temi a lui cari e soprattutto ha detto una serie di cose notevoli su come intende riformare l’uso delle intercettazioni nelle indagini, sollevando diverse obiezioni da parte di membri delle opposizioni ma anche di alcuni della maggioranza.

Di intercettazioni si è tornati a parlare insistentemente negli ultimi giorni perché molti, più o meno pretestuosamente, ne hanno sottolineato l’importanza in seguito all’arresto di Matteo Messina Denaro, considerato uno dei più importanti boss della mafia siciliana e latitante da trent’anni. Anche per questo nella sua relazione alla Camera Nordio ha sottolineato, come aveva già fatto in passato, che non intende «toccare minimamente» le intercettazioni usate nelle indagini per reati di terrorismo e mafia, insieme a «quei reati che sono considerati satelliti nei confronti di questi due fenomeni».

Nordio ha però ricordato come l’articolo 15 della Costituzione garantisca l’inviolabilità della «segretezza delle comunicazioni», salvo rare eccezioni che per lui non devono «diventare la regola», mentre «in Italia abbiamo avuto molto spesso l’impressione che questo concetto fosse stato invertito». Poi ha detto con enfasi:

Se noi non interverremo radicalmente sugli abusi (…) di queste intercettazioni, noi cadremo veramente in una sorta di democrazia dimezzata, perché la segretezza delle informazioni è l’altra faccia della nostra libertà. Pascal diceva che se tutti sapessero quello che tutti noi diciamo degli altri, non avremmo un amico.

Rispetto ai suoi precedenti interventi sul tema, questa volta Nordio è sceso piuttosto nello specifico su quale genere di intercettazioni intenda limitare, che riassumendo molto sono quelle che rischiano di finire sui giornali, come avviene spesso in base a una pratica diffusa permessa dai rapporti opachi tra giornalisti e procure. Teoricamente la diffusione non sarebbe autorizzata dalla legge, ma di fatto è consentita in base a princìpi sulla libertà di stampa.

In particolare Nordio ha spiegato che ci sono tre tipi di intercettazioni. Il primo riguarda i crimini che minacciano la sicurezza dello stato: «Queste sono intercettazioni ultrasegrete, che hanno una disciplina particolare, nessuna di loro è mai uscita sui giornali». Il secondo tipo è quello delle «intercettazioni preventive», quelle autorizzate dal pubblico ministero che «servono come impulso delle indagini nella ricerca anche della prova, ma soprattutto dei movimenti di quelli che sono i sospetti autori di reati molto gravi».

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