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[Storia] Monti, Fini ed altri. I centristi che intorno al secondo decennio del XXI° secolo ambivano a creare un centrodestra liberale strappando spazio a Berlusconi

Il 23 aprile 2010 ci consumò uno strappo Tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, che ne avrebbe distanziato per sempre le strade. Da una parte Silvio Berlusconi premier e leader di partito che vuole avere carta bianca su tutto; dall’altra Gianfranco Fini ex leader di An che si trova nella scomoda posizione di essere stato ridimensionato nei fatti e non vuole rinunciare a dire la sua fino a diventare il capo dell’opposizione interna. Davanti ad un Berlusconi sempre più infastidito dalle sue parole, Fini, ha esordito così: “Non credo che la libertà di opinione possa rappresentare il venir meno alla lealtà all’interno del Pdl solo perché si danno indicazioni diverse da quelle che vanno per la maggiore”. Rimanda al mittente le accuse di “tradimento”, di “eresia”, di muoversi per “interessi personali”. Ricorda le “bastonature mediatiche ad opera di giornali proprietà di familiari del premier”. Tutte accuse che, da tempo, si sente rovesciare addosso dai media vicini al Cavaliere e dai  molti fedelissimi del premier. Lui, e lo si capisce mentre parla, ha in mente un partito diverso dal Pdl di oggi. Che, dice chiaro, partito non è. Semmai è un’aggregazione dove vige il “centralismo carismatico”, dove non si discute, dove si creano situazione come la spaccatura in Sicilia. Dopo un’ora Fini conclude. Pochi gli applausi e frettolosa le stretta di mano con Berlusconi. Il premier scatta verso il microfono: “Dici cose senza grande rilevanza politica e oggi hai cambiato totalmente posizione. Martedì mi hai detto di essere pentito di aver collaborato a fondare il Pdl e che volevi fare un gruppo parlamentare diverso”. Berlusconi è senza freni: “Delle cose che hai chiesto non avevo notizia, comunque ne discuteremo. Lascia stare la Sicilia che ci sono dentro i tuoi uomini e ti ho già detto che voglio vendere il Giornale”. Si arriva così al rush finale gettato in faccia a Fini tra gli applausi della sala: “Dici che sei supert partes? Per queso non sei venuto a piazza San Giovanni? Allora se vuoi fare politica lascia la presidenza della Camera”. Il presidente della Camera agita il dito e urla: “Che fai mi cacci?”. Fini a questo punto riunisce la sue truppe e dichiara che l’opposizione all’interno del suo partito sarà chiara e netta e che non ha nessuna intenzione di fare una scissione. Ma si è creata senz’altro una via di non ritorno.

Pochi giorni dopo Fini fu cacciato dal Pdl e riunì le sue truppe fondando Futuro e Libertà e mantenendo la carica di Presidente della Camera dei Deputati. Il partito non uscì subito dalla maggioranza del governo Berlusconi IV, ma nei fatti ne fu la sua spina nel fianco e con l’opinione pubblica e soprattutto la commissione europea che premeva sempre di più per far fare delle riforme economiche questa situazione fu molto di peso per l’allora presidente del consiglio Berlusconi. Questa situazione non durò per sempre e il 15 novembre 2010 Fli usci dalla maggioranza. Rassegnano le dimissioni gli esponenti di Futuro e Libertà nel Governo: il ministro Andrea Ronchi (Politiche europee), il viceministro Adolfo Urso (Sviluppo Economico con delega al Commercio Estero), i sottosegretari Antonio Buonfiglio (Politiche agricole) e Roberto Menia (Ambiente).

Ed è inevitabile, a questo punto che Fini progetti un polo alternativo. Lo fa con  Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli, con l’Mpa e Liberaldemocratici, Giorgio La Malfa e Paolo Guzzanti. La definiscono una forza di “opposizione responsabile seria e pronta a confrontarsi su eventuali provvedimenti che vadano incontro agli interessi generali degli italiani, a partire da quelli economico-sociali e dalle grandi riforme che servono al paese”. Il Polo della Nazione.

Passano i mesi e la maggioranza più sottile del governo Berlusconi IV fa sempre più fatica a non far sbandare il governo, finchè il 12 novembre 2011 Berlusconi è costretto alle dimissioni. E il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo sostituisce con Mario Monti. E li cambia tutto.

Il progetto del Polo della Nazione in quei mesi diventa centrale perchè oltre ai tre leader Fini, Casini, Rutelli; adesso avevano dalla loro parte il premier Mario Monti che poteva fare da gran cassa con i provvedimenti governativi. E l’opinione pubblica sembra essere tutta dalla parte dei polo centrista in vista delle elezioni del 2013. E lo stesso monti creò un suo partito, Scelta Civica.

Ma poi mese dopo mese cambia tutto. A quelle elezioni Rutelli e il suo partito non ci partecipano nemmeno; ridotti ai minimi termini nei sondaggi elettorali. Ma le elezioni del 2013 sono state elezioni importanti e piene di attesa per tutti. Berlusconi e il centrodestra smaniavano di ritornare a Palazzo Chigi giurando che ne erano stati estromessi con un gioco di palazzo. Bersani pregustava una vittoria del centrosinistra, molto alto nei sondaggi. E poi c’era il nascente Movimento 5 Stelle, che ancora bussava da fuori e che tutti avevano la curiosità di capire come si sarebbe comportato una volta entrato in Parlamento.

Le elezioni del 2013 alla fine arrivarono e furono un brusco risveglio per il polo centrista. Scelta Civica di Mario Monti arrivò al 10% (si ipotizzava molto di più); ma il partito di Casini ebbe pochi eletti e quello di Fini scomparve del tutto. Fu la fine del Polo della Nazione.

La fine di Futuro e Libertà fu siglata in due mosse. Il 9 maggio 2013 GianFranco Fini rassegnò le sue dimissioni da Futuro e Libertà, che lo sostitui con Roberto Menia. Poi, il 9 novembre dello stesso anno Roberto Menia fece confluire Fli in Movimento per Alleanza Nazionale, assieme a La Destra di Francesco Storace, Io, Sud di Adriana Poli Bortone e alla Fiamma Tricolore di Luca Romagnoli. Insomma, non proprio quello per cui Fli era nata. Ma l’obiettivo era evidente. Ricostituire Alleanza Nazionale. Spoiler. Non ci riusciranno. Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto metteranno loro i bastoni tra le ruote creando Fratelli d’Italia e soprattutto ottenendo la guida della fondazione ononima.

Scelta Civica ebbe una fine ancora più lenta e dolorosa. Già a luglio del 2013 Casini e Monti, gli unici due leader rimasti del polo centrista che fu, non collaborano più assieme. E mentre Casini guarda ai governi di coalizione guidati prima da Letta e poi da Renzi; Mario Monti semplicemente abbandona il suo partito (a ottobre 2013) e di ritira alla sua dimensione di senatore a vita. Al suo posto Scelta Civica elegge Stefania Giannini e poi Enrico Zanetti e da li in poi il partito ha un’emorragia di parlamentari costante (più della metà dei quali confluisce nel Pd). Altri seguono Mario Mauro che fonda Popolari per l’Italia e cerca di ricostruirsi un futuro politico tornando con il centrodestra.

Il 15 luglio del 2016 anche Enrico Zanetti lascia Scelta Civica. E lo fa da segretario. Per allearsi con Dennis Verdini e la sua A.l.a., Azione Liberalpopolare Autonomie; che nel frattempo anche lui si era scisso dal partito di Berlusconi. Anche loro non ebbero fortuna. Di Scelta Civica a quel punto non rimase davvero più niente. I pochi che rimasero si trasformarono in Civici e Innovatori e vegetarono in parlamento fino alle elezioni successive, nella primavera del 2018. Dove tra l’altro nemmeno si presentarono.

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