La concessione del referendum doveva servire essenzialmente a ricompattare i conservatori, a neutralizzare la minaccia rappresentata dai populisti dell’Ukip e a garantire al primo ministro altri quattro anni di governo in totale serenità. È stata invece una mossa del tutto improvvida, presa sull’onda lunga di una vittoria elettorale ampia e forse inattesa. E si è rivelata disastrosa sotto il profilo strategico: una volta fatto uscire dalla lampada, il genietto maligno del nazionalismo inglese non ci è più voluto rientrare. E settimana dopo settimana Cameron stesso ha capito che la situazione gli stava sfuggendo di mano. L’accordo negoziato a febbraio con l’Unione europea, che sarebbe dovuto entrare in vigore se i britannici avessero votato per il remain, non è bastato ad accontentare il fronte euroscettico. Al contrario, ha alimentato le accuse a David Cameron di aver ottenuto solo insignificanti concessioni di facciata, da usare per ingannare i cittadini britannici e convincerli a rimanere in Europa.
Theresa May sarà primo ministro da mercoledì, al posto del dimissionario David Cameron. Ventiquattr’ore di accelerazione per il governo conservatore in Gran Bretagna. La svolta si è avuta dopo il ritiro di Andrea Leadsom, titolare dell’Energia, alla gara per la leadership dei Tories. L’unica altra contendente, un’altra donna, la May, 59 anni, ministra degli Interni e finora la favorita in base alle prime due votazioni, (in cui aveva raccolto la maggioranza dei consensi tra i deputati dei Tories, e ai sondaggi) è quindi diventata erede designata come leader conservatore e automaticamente primo ministro. E già da mercoledì prossimo, come annunciato dallo stesso Cameron, entrerà a Downing Street al suo posto, molto prima del 9 settembre, la data originariamente prevista per annunciare il vincitore delle primarie dei Tories e il cambio della guardia al vertice del partito e del governo. E’ la seconda donna premier conservatrice dopo la Thatcher. E su Brexit ha subito dichiarato: “Sarà un successo”.
A quasi cinque mesi di distanza dal referendum che ha sancito la volontà dei cittadini britannici di uscire dall’Europa, la Gran Bretagna si ritrova oggi a dover fare i conti con un difficile percorso ad ostacoli, non solo per le riserve di natura politica implicite nei membri di alcuni dei suoi organismi statali, ma anche per delle questioni squisitamente procedurali che, in virtù di un’assenza di precedenti, rende quantomai fumoso il processo di uscita dalla Comunità Europea. E così l’Alta Corte britannica esprime, in un’aula stracolma di gente, il proprio verdetto destinato a stravolgere i piani di molti sostenitori della Brexit: il governo non può mettere in moto il processo di uscita dall’Unione europea senza l’approvazione del Parlamento. Di fatto, una batosta per l’esecutivo guidato da Theresa May, che aveva sempre rivendicato il diritto del suo popolo di fare appello all’Articolo 50 del Trattato di Lisbona per avviare i negoziati di uscita dall’Europa. “Questo risultato è di tutti noi, non c’entra la politica ma la giusta procedura”, ha garantito Gina Miller, manager della City che ha guidato il ricordo presentato all’Alta Corte, appena messo piede fuori dall’Aula. Ma fra gli euroscettici si parla già di golpe bianco, di boicottaggio del referendum popolare: “Temo che le proveranno tutte per bloccare o rallentare l’attivazione dell’Articolo 50.
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