Poletti, i trentenni e i contratti di lavoro

Poletti, i trentenni e i contratti di lavoro
Poletti, i trentenni e i contratti di lavoro
Giuliano Poletti

Giuliano Poletti ministro del Lavoro ha fatto due interessanti dichiarazioni questa settimana. “Una laurea con lode presa alla soglia dei trent’anni vale poco; di certo meno di una presa a sufficenza nei tempi corretti”. E poi “Il lavoro a ore è legato a un concetto vecchio di contratto”.

Sulla prima affermazione sono abbastanza d’accordo. La fine degli studi non elimina la gavetta e quindi un trentenne che crede di trovar contratto subito dopo aver vegetato più di un decennio in università si sbaglia di grosso. Non è lo Stato che deve dare un lavoro a un cittadino; è iln cittadino che deve cercarselo. Semmai lo Stato deve fornire gli strumenti (leggi) per facilitare l’impresa di trovarlo. Parlamoci chiaro e senza polemiche: è vero che è difficile finire i corsi quinquennali a 23 anni come si dovrebbe fare; ma chi arriva a 28-30 ha perso tempo. Per motivi nobili (mantenersi gli studi) o meno (gozzovigliare). Ma ha comunque perso tempo. Non si può pretendere che la propria vita lavorativa inizi oltre il proprio terzo decennio di vita

La seconda affermazione del ministro mi vede, invece, abbastanza contrario. Il ministro, che dice che i contratti non dovrebbe più essere misurati a ore, non fornisce altra indicazione. Dire la cosa da fare; senza dire l’antitodo è un vizio italiano capace solo di distruggere senza creare. Certo, si potrebbe fare anche un contratto a giorni; ma questo vorrebbe dire che si potrebbe lavorare un dato non certo di ore giornaliere e quindi il primo risultato sarebbe che le ore di straordinario non sarebbero più pagate per legge. Un’altra ipotesi sta in una dichiarazione che tempo fa vari esponenti del governo avevano fatto e cioè che avrebbero preferito che i contratti di categoria venissero sostituiti dai contratti aziendali. Questa sarebbe l’ecatombe non solo del sindacato italiano; ma anche del lavoratore italiano. Questo perchè la varie rsu aziendali (sopratutto di quelle delle piccole imprese) non avrebbero molto potere contrattuale e i nuovi contratti sarebbero a senso unico e senza molti diritti per i lavoratori (anche quelli di base). Si aprirebbe in pratica una prateria. E faccio notare che l’Italia è fatta sopratutto di piccole imprese. Diverso sarebbe se i contratti aziendali vengono affiancati a quelli di categoria (come succede adesso). Ogni contratto di categoria, infatti, è stato stilato per coprire le esigenze di più settori del mondo del lavoro e spesso su alcuni aspetti può essere non preciso. Qui arrivano i contratti aziendali che colmano le varie lacune. Solo usati in questo modo sono favorevole ai contratti aziendali.

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