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La rinascita di Michele Bravi

La rinascita di Michele Bravi

La rinascita di Michele Bravi

Vi ricordate quel ragazzo timido e un po’ impacciato che trionfò un paio di anni fa ad X Factor? Ecco, dimenticatevelo: il Michele Bravi del 2015 è un’altra persona, un artista più cosciente di sé e dei suoi mezzi espressivi, più maturo sia a livello di personalità che a livello artistico. Il suo nuovo album, “I hate music”, è il frutto di una serie di importanti cambiamenti: archiviato il primo disco di inediti “A passi piccoli”, una buona prova a livello di qualità che tuttavia non era riuscita ad imporsi nelle vendite (Michele non era ancora pronto? Promozione inadeguata?), all’inizio del 2015 il cantante umbro ha deciso di aprire un canale YouTube iniziando quello che lui stesso ha definito un “viaggio in costruzione” in direzione del nuovo album attraverso la pubblicazione di video in cui si è raccontato come persona e come artista.

L’ex vincitore di X Factor si è così riscoperto come youtuber, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Troye Sivan italiano” (per la cronaca: Troye Sivan è un cantante e youtuber australiano di successo, recentemente inserito dal Time nella top25 degli adolescenti più influenti del mondo).

Questa strategia di comunicazione è servita a Michele per spianare la strada al nuovo progetto discografico, che segna una sorta di nuovo esordio: rescisso il contratto che lo legava a Sony Music, il cantante è entrato nella scuderia di Universal (divenendo così il primo vincitore dell'”era Sky” di X Factor a cambiare etichetta discografica) ed ha cominciato a lavorare ad alcuni brani in lingua inglese: “Ci sono canzoni che nascono istintivamente in inglese e non pensano troppo alla metrica, alla tecnica e a tutta quella roba lì”, ha spiegato lui in uno dei video pubblicati su YouTube, “quando ho iniziato a scrivere l’album mi è venuto naturale scrivere in inglese, non mi sono posto il problema della lingua”. Questo “nuovo corso”, tra le altre cose, ha anche segnato per Michele il debutto alla produzione artistica indipendente: la maggior parte delle canzoni contenute in “I hate music” sono state co-prodotte e co-scritte dallo stesso cantante, che ha collaborato con un piccolo team di produzione guidato da Francesco “Katoo” Catitti.

Il risultato è un album pop nel senso più lato del termine: i testi sono semplici, tutti incentrati su tematiche adolescenziali, e a livello di sound spazia da melodie power pop à la One Direction (“Sweet suicide”, “Sometimes just let go”) ad altre più pop-rock (“Big dreams and bullet holes”, una di quelle canzoni che le ragazzine dei film americani, in piena crisi adolescenziale, ascolterebbero in autobus andando a scuola, con la testa appoggiata al finestrino), fino ad arrivare a ballad sporcate di elettronica (“Insane”, “The fault in our stars”, cover di Troye Sivan: un caso? No, Michele sta riconoscendo nel collega australiano il modello del suo cambiamento artistico) ed episodi dance (“Say my name”). Il sound è internazionale; e no, questa non è una di quelle espressioni ricorrenti e frasi fatte che leggete nei comunicati stampa della maggior parte degli album pop italiani da qualche tempo a questa parte. Ascoltate ad esempio il primo singolo, “The days”: vi state chiedendo chi siano gli autori? La matrice sembra essere britannica? E invece no, vi sbagliate di grosso: perché la canzone è stata scritta dallo stesso Michele ed il risultato è sorprendente (che Bravi fosse un autore di talento, d’altronde, lo si era intuito già nel precedente album: la sua “Prima di dormire” resta la prova migliore di “A passi piccoli”).
“I hate music” non dice niente di nuovo, non è un disco rivoluzionario e non lo vuole essere. Ma è proprio questo il bello: dopo un disco serio e riflessivo come “A passi piccoli” Michele aveva bisogno di un disco pop, diretto, semplice. Un album che fosse lo specchio della sua generazione e di quello che è lui oggi, dal mood più libero, sereno, più easy.

Però, sotto sotto, a pensarci bene, un accenno di piccola rivoluzione c’è: Michele è arrivato per primo dove in Italia non era ancora arrivato nessuno. Ha capito che per vendere dischi, oggi come oggi, non bastano i concerti e le belle canzoni: bisogna instaurare un filo diretto con i propri fan. E quale strumento migliore dei social network? E se oggi il grande dubbio di un artista è se fare musica per sé stessi o se farla per il pubblico, per Michele la soluzione è un’altra: fare musica insieme, “perché la musica è condivisione, è ascoltare il pubblico e allo stesso tempo farsi ascoltare dal pubblico”.

L’assenza di brani in lingua italiana all’interno del disco e la presenza di appena otto pezzi farebbe pensare ad una riedizione estesa di “I hate music” con un paio di canzoni in italiano, una delle quali potrebbe essere presentata a Sanremo; Michele, però, mette subito a tacere le voci: “Non lo so: Sanremo è una vetrina e se un artista ha qualcosa di bello da proporre, per quale motivo non dovrebbe andarci? Io personalmente, però, mi sto concentrando su questo progetto, quindi ora come ora non saprei”.

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