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[Storia] Fare per Fermare il Declino

Il movimento Fermare il Declino nacque il 28 luglio 2012, quando su iniziativa di un gruppo di economisti ed intellettuali composto da Oscar Giannino, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Alessandro De Nicola, Andrea Moro, Carlo Stagnaro e Luigi Zingales venne pubblicato a pagamento su sei quotidiani (il Fatto Quotidianoil Foglioil Sole 24 Oreil Messaggeroil Mattino ed il Gazzettino) un manifesto programmatico di ispirazione prevalentemente liberista, liberale e fortemente critico verso l’intera classe politica nazionale. Il manifesto del movimento fu promosso anche da 240 cittadini italiani, accademici, manager, professionisti, imprenditori, esponenti della società civile e di associazioni culturali ed economiche. Secondo delle dichiarazioni del 2019 di Michele Boldrin, prima di Oscar Giannino la figura di leader di Fermare il Declino fu proposta a Matteo Renzi, il quale rifiutò.

L’8 dicembre 2012 il movimento decise di fondare un nuovo partito politico, Fare per Fermare il Declino, con alla sua guida come leader e capo della coalizione il giornalista economico Oscar Giannino. Il partito si presentò da solo alle elezioni politiche dell’anno seguente senza stringere nessuna alleanza e con l’intenzione dichiarata di non stringerne.

Dopo un periodo di relativa popolarità per il partito, con livelli di gradimento che secondo i sondaggi fluttuavano dall’1 fino al 4,7%, il 18 febbraio uno dei promotori, Luigi Zingales, lasciò polemicamente il movimento accusando il leader del partito Oscar Giannino di millantare un master mai conseguito presso la Booth School of Business di Chicago (dove Zingales insegnava), e di non aver provveduto a rettificare il suo curriculum presente in rete. Giannino spiegò successivamente che nella città americana avesse solo studiato inglese, e che in quel curriculum ci fosse di conseguenza un errore. Si scoprì inoltre che lo stesso Giannino non avesse mai conseguito né la laurea in giurisprudenza né in economia, vantate nel suo curriculum e nella sua biografia presente sul sito dell’Istituto Bruno Leoni. La direzione nazionale del partito fu convocata nel pomeriggio del 20 febbraio per discutere del caso; lo stesso giorno Giannino con un breve comunicato su Twitter si dimise irrevocabilmente dalla presidenza di Fare, pur rimanendo indicato come capo della forza politica e candidato premier a causa dell’impossibilità, data la legge elettorale, di ritirare la sua investitura. Giannino promise di rinunciare al proprio seggio se eletto.

Il caso scatenò una polemica tra accademici: Francesco Sylos Labini si chiese come fosse stato possibile che nessuno degli accademici garanti si fosse accorto che Giannino non fosse neppure laureato nella propria disciplina, ponendo a sua volta in discussione la credibilità di chi gli aveva creduto. Un anno dopo lo scoppio della vicenda, Giannino in un’intervista a Libero affermò che questo errore fu «dovuto a un complesso di inferiorità» che cominciò a sentire a partire dalla sua esperienza nel Partito Repubblicano Italiano.

Il 20 febbraio fu nominata come nuova coordinatrice nazionale di Fare l’avvocato Silvia Enrico, tra i fondatori del movimento e fino a quel momento coordinatrice regionale in Liguria. Enrico assunse la guida di Fare pro-tempore, per condurlo alle elezioni politiche e al congresso che si sarebbe svolto dopo queste ultime. Il partito alla fine ottenne 380 756 voti, pari all’1,12% delle preferenze alla Camera, e 278 396 voti, pari allo 0,90% dei voti al Senato, non superando così le soglie di sbarramento previste dalla legge elettorale e non eleggendo parlamentari. I risultati migliori si registrarono in Lombardia e Veneto, ove il partito ottenne circa il 2%, mentre al sud restò sotto il punto percentuale. Alle contemporanee elezioni regionali, Fare si presentò autonomamente nel Lazio (0,57%) e in Lombardia (1,27%), mentre in Molise (2,94%) partecipò ad una coalizione di liste civiche. In nessun caso elesse consiglieri regionali. Alle elezioni provinciali della provincia autonoma di Trento Fare si presentò in una coalizione di liste civiche ottenendo lo 0,82%, senza eleggere nessun consigliere.

Dopo una serie di dissidi interni il 28 febbraio 2013 Silvia Enrico lasciò la guida di Fare e nel congresso nazionale tenutosi a Bologna l’11 e il 12 maggio 2013 Michele Boldrin fu nominato nuovo presidente del partito. In disaccordo con la linea politica di Boldrin, nell’autunno del 2013 Silvia Enrico abbandonò definitivamente Fare per fondare il nuovo partito Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia (ALI). Alla nuova formazione politica liberale aderirono anche Alessandro De Nicola e Oscar Giannino.

In vista delle elezioni europee del 2014, Fare aderì a Scelta Europea, una lista unitaria composta insieme a Centro Democratico, Scelta Civica e ad altri partiti liberali minori, ispirata all’ALDE e a sostegno della candidatura dell’ex-premier belga Guy Verhofstadt alla presidenza della Commissione europea. La lista ottenne però solo lo 0,72% dei voti, non riuscendo quindi a eleggere alcun europarlamentare.

Nel 2014 il partito cessò le proprie attività. Il sito internet ufficiale non fu più rinnovato.

3 risposte »

  1. L’11 dicembre 2024 sull’ononima pagina Fb viene pubblicato il manifesto del Movimento Drin Drin, che si considera il prosecutore di Fare per Fermare il Declino.

    Cos’è il movimento Drin Drin?

    È un’associazione fondata da Michele Boldrin e Alberto Forchielli con un’idea chiara in mente: creare un’alternativa politica pragmatica in Italia.

    Il Drin Drin vuole essere il “movimento dell’ovvio”, in senso provocatorio. Non mira a creare soluzioni innovative per i problemi italiani, quelle esistono già, sono “ovvie”. L’obiettivo è creare una classe politica di persone competenti, che abbiano il coraggio di applicare le soluzioni che il paese necessita. Il movimento Drin Drin vuole avere il “coraggio dell’ovvio”.

    Un’associazione come “incubatore politico” per una futura classe dirigente pragmatica, disposta a realizzare quelle riforme necessarie per il futuro del nostro paese.

    Com’è nato?

    Da una scommessa. Nella rubrica periodica che Alberto Forchielli e Michele Boldrin avevano sui loro canali, chiamata appunto Drin Drin. L’idea è quella che in Italia esista una fetta di elettorato composta da persone competenti e produttive e non ideologizzate, che si trovano senza un partito di riferimento da votare.

    Così, il 7 luglio, Alberto lancia l’idea a Michele, e nei successivi due mesi oltre 12.000 persone offrono il loro supporto. Il 6 settembre viene fondata l’associazione ad Imola e pubblicato il manifesto del movimento. Il 15 settembre viene pubblicato il sito e inizia la campagna iscrizioni al movimento. A inizio ottobre è stato fatto il primo incontro a Rubiera, 60 persone, selezionate con criterio, hanno dato vita alla struttura organizzativa del movimento.

    Quali sono gli obiettivi che ci siamo posti?

    Per arrivare alla creazione di un partito politico ci sono due passi da raggiungere:

    Raggiungere una quota sostanziale di iscritti entro settembre 2025: gli obiettivi del movimento sono ambizioni e possono essere raggiunti solo se un numero rilevante di persone aderisce e dimostra la sua volontà di lottare per un cambiamento, per questo è fondamentale iscriversi.

    Creare una linea politica: nove gruppi tematici hanno l’obiettivo di creare nove “position papers” entro gennaio, che delineeranno la linea del movimento sui temi fondamentali.

    A seguire inizieranno i sei mesi congressuali, che stabiliranno ufficialmente la linea guida.

    Al termine del primo anno di vita, l’associazione si dovrà scioglierà. Solo se saranno raggiunti gli obiettivi il movimento si tramuterà in un partito politico.

    Come funziona il Drin Drin?

    Michele Boldrin e Alberto Forchielli, i fondatori NON sono i capi dell’associazione, ma i coordinatori che, insieme al direttivo, coordinano il Drin Drin e tutte le sue componenti.

    Ogni iscritto ha diritto ad accedere al server Discord, dove potrà partecipare ai gruppi tematici, discutere con altri iscritti e prendere parte alle iniziative organizzate sul territorio. Vari team si occupano della gestione dell’associazione: gestione del server discord, gestione social, gestione del sito e dei tool AI. Ogni iscritto che voglia dare una mano è il benvenuto a offrire la sua expertise per far accrescere il Drin Drin!

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  2. Il 10 marzo 2025 è nato ufficialmente il Movimento Drin Drin.

    La prima domanda – del tutto ovvia – è perché fondare un movimento con un nome così improbabile: “Drin Drin”. Alberto Forchielli risponde con l’arte della schiettezza, quella che spesso è un limite e solo per alcuni principale fonte di successo. «Da dieci anni la mattina io e Michele Boldrin registriamo un podcast. Spesso lo saluto così: drin drin Boldrin, è suonata la sveglia!». Con altrettanta schiettezza Forchielli ci tiene a dire che quando il movimento farà il salto nell’agone dei partiti, quel nome non andrà più bene: «Temo non ci prenderebbero sul serio. I nostri iscritti meno giovani trovano sia un nome giovanilista». La seconda domanda – altrettanto ovvia – è come gli sia saltato in mente a settant’anni di fondare l’ennesimo partito centrista. Dalla fine della prima repubblica in poi la lista degli insuccessi fa impallidire quelli della sinistra. Anche in questo caso Forchielli si affida all’inesauribile schiettezza: «Ci ispiriamo all’esperienza ‘Fare per fermare il declino’», il partito liberale che nel 2013 si presentò alle elezioni in pezzi dopo uno scontro interno e per questo non andò oltre l’un per cento.

    Forchielli è sempre stato così, non ama parlare per perifrasi, né apparire corretto: «Per me quel che conta è innescare un circolo virtuoso nell’interesse del Paese. C’è un sacco di gente che non se la sente di votare, né a a destra, né a sinistra. Io stesso alle ultime elezioni ho votato per Azione, ma il centro fin qui è stato mal rappresentato. Alle ultime elezioni Calenda e Renzi hanno raccolto più o meno l’otto per cento dei consensi, un patrimonio dissipato dopo un litigio terribile e incomprensibile. Eppure c’è un sacco di italiani che chiedono di essere rappresentati da quelle idee, la gran parte di questi sono giovani, perché la politica ignora i giovani. Si parla di pensioni, tesoretti, dei loro problemi quasi mai. Non è possibile che in un Paese come l’Italia ci sia così tanta gente che emigra. I figli dei miei amici sono tutti all’estero, perfino i figli degli immigrati stanno emigrando».

    Della materia Forchielli se ne intende. Nato a Bologna da una famiglia borghese – il padre era un civilista, il nonno fu deputato della Democrazia Cristiana – si laurea in Economia e vince una borsa per un master alla Harvard Business School. Nella vita ha fatto di tutto: il consulente strategico, il funzionario alla Banca mondiale e alla Banca europea per gli investimenti, il rappresentante in Asia per Finmeccanica, ha fondato un’azienda di rinnovabili, un osservatorio sull’Asia e un fondo di private equity in Cina. Quando la vita lo annoia, si inventa qualcosa che gliela risollevi. «Nel breve periodo in cui ho lavorato alla Bei in Lussemburgo, la cosa che mi dava più soddisfazione erano le giornate in bici da quelle parti. E siccome mi era venuta la passione per la bicicletta a un certo punto con un gruppo di amici decidiamo di comprare la Atala». Ne è stato presidente, e poi l’ha venduta.

    Buon amico di Romano Prodi, all’inizio degli anni Novanta è anche consulente per la liquidazione della Cassa per il Mezzogiorno. Ha vissuto a Pechino, Shanghai, Hong Kong, a Bangkok, l’ultima volta prima di rientrare definitivamente a Boston. «Dopo la pandemia mi sono dato una calmata e sono tornato nella mia casa di Imola». Oggi insegna l’Asia alla Cattolica di Milano e alla Bologna Business School. Ha fatto così tante ospitate in televisione da aver ispirato un’imperdibile imitazione di Maurizio Crozza. Il podcast con Boldrin – un economista italiano trapiantato negli Stati Uniti – in certi giorni tocca i centomila contatti.

    Il suo fondo di private equity, la cosa che gli ha dato più soddisfazione – anche economica – si chiamava Mandarin, poi si è reso conto che era un nome troppo cinese e l’ha ribattezzato Mindful. Ha fatto e fa affari con la Cina, ma della Cina e dei cinesi può dire cose politicamente scorrette. «L’ultimo motto che va di moda ora a Pechino è: dobbiamo costruire una Cina fuori della Cina. E siccome il mondo nei prossimi anni sarà pieno di dazi, la loro soluzione sarà semplice: apriranno impianti negli Stati Uniti, importeranno in Cina componenti imponendosi un autodazio al dieci per cento, e così risparmieranno la differenza sulla tariffa al trenta per cento imposta per i prodotti cinesi negli Stati Uniti. Ciò detto, il rapporto fra gli americani e cinesi negli anni a venire è tutto da decifrare. Non posso escludere che nella testa di Trump ci sia un ragionamento di questo tipo: lascio a Xi la sfera di influenza su tutta l’Asia, l’emisfero occidentale, Panama e la Gronelandia sono cosa mia. Se è così, per gli Stati Uniti sarebbe una roba devastante, perché perderebbero in un sol colpo Taiwan, il Giappone, la Corea del Sud, tutta l’Australia e il Sudest asiatico».

    La convinzione di Forchielli è che il ritrovato dominio cinese del mondo non si fermerà nemmeno davanti a Trump. «Capisco astrattamente le sue ragioni. L’America produce con l’industria l’11 per cento della sua ricchezza, e così non può andare avanti. Per mantenere il dominio militare ha un disperato bisogno di ricostruire una base manifatturiera, perché la globalizzazione alla fine è stato un affare quasi esclusivamente per i seicento milioni di cinesi usciti dalla povertà«. Ma – dice Forchielli – è già troppo tardi. «Se non facciamo qualcosa ci distruggeranno e diventeremo i loro camerieri».

    Soluzioni? «Bisogna porre enormi ostacoli al loro tentativo di penetrare economicamente ancor di più in Europa. Dobbiamo essere loro concorrenti, partire da una posizione di chiusura e non farci irretire dalla logica win win. Non funziona, il disastro del Green Deal, ideato e voluto da chi non ci capiva nulla di Cina, è sotto i nostri occhi». E dunque che farebbe nei primi cento giorni se qualcuno le offrisse le chiavi di Palazzo Chigi? «Andrei negli Stati Uniti per incontrare tre fondi di venture capital e offrirgli di trasformare l’area fra Milano e Torino nel cuore delle start up in Europa». Secondo: «Doterei l’Italia dell’arma atomica, l’unica cosa che ti fa contare nel mondo di oggi». Terzo: «Riscriverei la legge Bossi-Fini perché abbiamo un disperato bisogno di immigrazione, ma accompagnerei la riforma con una svolta securitaria».

    Forchielli non è in realtà interessato ad avere nessuna chiave dei palazzi. «Il nostro frontman è Boldrin. Lui si occupa del processo politico, io di una magnifica organizzazione fatta di duecento volontari, diecimila iscritti, quasi trecento eventi in appena sei mesi». Di più: Forchielli sa benissimo che anche con un altro nome Drin Drin faticherà ad esistere autonomamente. «So che dovremo fare degli accordi. I nostri alleati naturali sono +Europa e Calenda, e con Carlo già ci confrontiamo regolarmente. L’unico a cui abbiamo chiuso già le porte è Marattin (Luigi, già parlamentare di Italia Viva e fondatore di “Orizzonti Liberali”). Con lui proprio non ci capiamo».

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  3. «Romano Prodi? Me ne ha dette di tutti i colori per farmi desistere: “Un partitino di centro non serve più”. Poi a un giornalista ha confessato: “Il dramma lo sai cos’è? È che Forchielli potrebbe farcela…”». 

    Nell’atrio del Bologna Congress Center, dove sono arrivate circa 1.700 persone — i capelli bianchi in sala, bisogna dirlo, sono la minoranza — Alberto Forchielli gongola. A luglio, durante una diretta YouTube, l’imprenditore bolognese e tagliente opinionista tv ha lanciato il guanto di sfida all’amico-economista Michele Boldrin: «Vieni in Italia, secondo me dobbiamo provare a fare un altro Fare per fermare il declino». 

    L’avventura del partito liberal-europeista, nato nel 2012 e sciolto due anni dopo, è una meteora che ormai ricordano in pochi. Ma i due amici «agitatori», convinti della necessità di un centro di rottura, ci riprovano oggi con il Movimento Drin Drin: 10mila iscritti in pochi mesi, pronti a un congresso nazionale che in autunno trasformerà in partito una scommessa cresciuta tra social e piattaforme online.Forchielli, Boldrin e l’idea di un centro «estremo»

    Ma c’è davvero spazio per un nuovo partito di centro in un Paese dove la polarizzazione tra destra e sinistra schiaccia chi sta in mezzo? Boldrin, camicia tradizionale cinese e pragmatismo veneto, ne è convinto. «Lo spazio si crea. Anzi, c’è un enorme spazio. La maggioranza degli italiani in un certo senso è già di centro — dice l’economista — è nella cultura dell’italiano non essere volgarmente estremista e ideologico. Lo spazio è enorme, è che bisogna dargli un’ipotesi credibile».

    Di certo l’idea di centro perorata da Boldrin e Forchielli ha il gusto della provocazione. Basta guardare i cartelli-fumetto appoggiati sul tavolino vicino alle sagome dei due fondatori, accessori per eventuali selfie parlanti dei «driners» (gioco di parole tra l’inglese dreamers, sognatori, e il rumore della sveglia che si vorrebbe dare al Paese).«Noi e il Movimento 5 Stelle siamo due cose distanti»

    Giusto per citare qualche claim: «Aboliamo il Classico»; «Meno pensioni, più cannoni»; «Compriamo 5 bombe atomiche dal Pakistan». Sul serio, Forchielli? «Quella è una mia provocazione. Piuttosto che spendere tutti ‘sti soldi in difesa che poi sono inefficaci — dice l’imprenditore — compriamoci cinque atomiche dal Pakistan, verifichiamo che non siano “castagnole” e mettiamocele in caverna. Dobbiamo creare una nostra deterrenza nucleare. Non mi fido della copertura francese, quando Putin fa quei ricatti nucleari bisogna saper rispondere». 

    Lontani anni luce dal centrismo moderato a cui mezzo secolo di Dc e gli ultimi decenni di ex democristiani ci hanno abituati. Difficile non sentire un’assonanza con la spinta provocatoria del primo M5S. Boldrin non gradisce parallelismi: «Grillo faceva il buffone e ha imbarcato buffoni. Alberto ha fatto l’imprenditore in giro per il mondo, io il professore. Direi che abbiamo alle spalle un curriculum vitate e dei risultati che ci piazzano in un modo diverso».I temi e il programma

    In sala si alternano panel dedicati a temi come welfare, istruzione, politica estera. L’età media della platea viaggia tra i 25 e i 35 anni, netta prevalenza maschile (anche tra i coordinatori dei gruppi, una ventina, le donne sono solo due). Si cerca l’engagement, il coinvolgimento in tempo reale proprio come sui social. 

    «L’immigrazione è un costo o un ricavo?». La sala risponde da smartphone usando l’app Mentimeter: «Un’opportunità», vince con l’85%. Si scrive anche così, nel 2025, un programma politico. Ma non si rinuncia a un po’ di tradizione: «Quest’estate a Urbino faremo una scuola di politica per insegnare ai futuri talenti». 

    Ragazzi come Francesco Politino, 24enne piemontese che si sta specializzando in chimica teorica, coordinatore del gruppo Giovani. «Michele e Alberto hanno offerto una possibilità a una generazione che è sempre stata inascoltata. Finora non ho mai votato — confessa — ma nel 2027 spero di poter votare per il partito che sta nascendo». Simbolo e nome da scrivere, il Drin Drin finirà in soffitta: «La maggioranza vuole il cambio di nome — annuncia Forchielli — e lo faremo».

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