La nuova sinistra di Borut Pahor, seppur di tretta misura, ha vinto le elezioni politiche di domenica 21 settembre in Slovenia, imponendosi sulla maggioranza di centro-destra del premier uscente Janez Jansa. È stata la tornata elettorale più incerta nella storia della Slovenia dall’indipendenza raggiunta nel 1991 e anche a schede scrutinate si prospetta ancora un periodo di incertezza, nonostante il centro-sinistra detenga un concreto vantaggio politico dovuto alla maggiore possibilità di costituire una coalizione capace di ottenere la fiducia nel nuovo Parlamento di Lubiana, come ha riconosciuto implicitamente anche il premier uscente Jansa.
Secondo irisultati provvisori la maggioranza relativa del 30,45 per cento dei voti e di 29 deputati, su un totale di 90, va al leader della sinistra, l’eurodeputato socialdemocratico Borut Pahor. Il premier uscente Janez Jansa, capo del centro-destra, ha ottenuto invece il 29,26 per cento, pareggiando il risultato di quattro anni fa, che gli vale 28 deputati al Drzavni zbor, il Parlamento di Lubiana. «Questo è il risultato del nostro programma moderato», ha commentato Pahor ringraziando gli sloveni «per aver triplicato i risultati del partito rispetto a quattro anni fa». Infatti, i Democratici sociali (Sd) di Pahor sono sempre stati il secondo, se non il terzo partito delle coalizioni di centro-sinistra che, guidate dai Liberal-democratici (Lds) dei «padri dell’indipendenza slovena», Milan Kucan e Janez Drnovsek, dominarono la scena politica di Lubiana dal 1990 al 2004. Adesso i ruoli sembrano capovolti, e se non ci
saranno colpi di scena, sarà appunto la nuova sinistra, moderata e socialdemocratica, pazientemente costruita da Pahor, a prendere le redini del governo nel quale i vecchi liberali saranno i partner minori. Insieme il terzetto di sinistra, l’Sd di Pahor, i liberali Zares (Davvero) di Grgor Golobic, ex segretario di Drnovsek, e l’Lds incassano il 45 per cento dei voti e 43 deputati, tre in meno della maggioranza parlamentare necessaria.Tutto sembra dipendere dalla scelta del Partito dei pensionati (Desus), che con il 7,5% dei voti e 7 deputati diventa l’ago della bilancia. Il capo del partito, l’attuale ministro delle difesa Karl Erjavec, si è detto disposto a negoziare con Pahor e ha già chiesto tre ministeri.
A favore di Pahor gioca anche il fatto che il buon risultato fatto registrare in sostanza da Jansa vada a scapito dei suoi alleati più fedeli. I cristiano-sociali della Nuova Slovenia (Nsi) sono sprofondati al di sotto dello sbarramento del 4% e non entrano in Parlamento, mentre il Partito popolare (Sls) scende da sette a cinque deputati. Apparentemente Jansa non ha in sostanza nessun alleato affidabile col quale formare una coalizione. Gli resta solo il controverso nazionalista Zmago Jelincic i cui cinque deputati però non gli bastano per ottenere la fiducia.Il successo del 44-enne Borut Pahor, ex comunista, oggi membro del gruppo socialista al Parlamento europeo, è dovuto in primo luogo al suo impegno per un più solido welfare, alle promesse di aumentare il salario minimo garantito e le pensioni, di continuare con le graduali privatizzazioni, ma mantenendo sempre una quota significativa dello Stato nelle aziende chiave. A favore di questa lieve svolta a sinistra hanno giocato anche l’incalzante inflazione degli ultimi mesi e le gravi accuse di corruzione mosse a carico di alcuni dei più alti dirigenti del Governo, incluso lo stesso Jansa. Ma più di tutto questa vittoria di Pahor si potrebbe attribuire al timore della maggioranza degli sloveni di veder svanire in un momento di crisi internazionale la prosperità economica e la sicurezza sociale costruita negli ultimi vent’anni. E Pahor, con le sue promesse incentrate sulla crescita dei salari e il contenimento dell’inflazione, sembra aver toccato il tasto giusto.
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