Un governo senza vice premier? La “casella Quirinale” è stata appena superata, e il Professore è subito alle prese con i “nodi” della squadra di governo. Non pochi, non semplici. Che s’ intrecciano con la partita che si sta giocando nei Ds. «Tensioni destinate a risolversi», le definisce il leader dell’ Unione. Ma intanto cresce lo scontro nel centrosinistra su chi deve assumere il ruolo di vice premier. Alla fine di una giornata di colloqui, dopo il mini vertice in piazza Santi Apostoli tra Prodi, il presidente della Margherita Rutelli e il ds Pierluigi Bersani (ministro delle Attività produttive in pectore) il risiko-governo s’ inceppa per i veti incrociati sull’ incarico di vice premier. D’ Alema ministro degli Esteri e vice premier unico non va bene alla Margherita. Rutelli vice premier con delega alla Cultura e Turismo è la posizione da cui i Dl non intendono arretrare. E Fassino? Il segretario della Quercia ha avuto ieri un lungo faccia a faccia con D’ Alema al Botteghino. Alla fine, fa trapelare che potrebbe non entrare nell’ esecutivo. Sta decidendo se essere o meno in squadra, forse si dedicherà alla costruzione del partito democratico. Se tuttavia dovesse esserci, non gradirebbe l’assenza di “simmetricità” con Rutelli: allora meglio sarebbe un ministero per entrambi, ad esempio lui alla Giustizia e Rutelli all’ Interno.
A questo punto, Prodi potrebbe insistere per una personalità al di sopra dei partiti, ovvero Giuliano Amato, il candidato al Quirinale la cui corsa non è mai partita. Il Professore ha parlato con Amato a Monteciorio: «Giuliano è prezioso, prezioso – dice – Ci parleremo ancora nelle prossime ore, d’altronde non abbiamo problemi vista la nostra lunga amicizia». Al dottor Sottile sarebbe stata prospettata la Giustizia ma lui non ci sta, punterebbe a fare il vice premier. I Dl poi lo vorrebbero all’Interno mentre i Ds semplicemente se ne lavano le mani e si limitano a precisare che «non è in quota-Quercia». In via Arenula il Botteghino vedrebbe bene Fabio Mussi. Anche se Prodi pensa positivo, e rilancia la palla alla Quercia («Lavoro bene sia con Fassino che con D’Alema, l’ importante è fare un governo forte, stabile per cinque anni»), il puzzle si complica. D’Alema lascia via Nazionale nel tardo pomeriggio e commenta: «I Ds dovranno distribuire al meglio le loro energie; tutto si intreccia con le modalità di costruzione del partito democratico». Ovvero, giochi aperti. Eppure domenica scorsa le tessere sembravano ciascuna al proprio posto: D’ Alema alla Farnesina e vice premier e Fassino impegnato nel partito e non nel governo. Ma il segretario sembra essersi ricreduto, tentato a scendere in campo. Quadratura complicata. Vanno chiarendosi invece i contorni. Ecco allora che la Margherita otterrebbe per Savino Pezzotta, l’ ex segretario Cisl, l’ incarico di vice-ministro agli Esteri per la cooperazione. Rosy Bindi sempre in bilico tra Scuola e Lavoro. Beppe Fioroni agli Affari regionali. Enrico Letta sottosegretario alla presidenza del Consiglio, voluto soprattutto da Prodi. Linda Lanzillotta all’ Innovazione. Paolo Gentiloni la spunta alle Comunicazioni. Al leader di Italia dei valori, Di Pietro andrebbero le Infrastrutture che però in futuro potrebbero essere divise in un ministero alle Reti (telematica, energia) e un dicastero dei lavori pubblici. «Voglio fare ciò che so fare», commenta consegnando a Prodi una “rosa” di nomi senza il suo. Domani anche i Ds nella riunione della segreteria indicheranno i “loro” candidati al governo: certi per ora sono i numeri. Nove i ministri, di cui tre donne (Turco, Pollastrini, Melandri o Magnolfi o Franco); 4 i vice ministri e 24 i sottosegretari. Sempre incertezze sulla Difesa: Mastella sembra averne fatto un punto d’ onore, Emma Bonino la leader della Rosa nel pugno, ci punta. Chiosa: «Prodi comunque non può fare il notaio, deve essere lui a scegliere per il bene del paese». Tuttavia potrebbe andare a Parisi che gradirebbe molto. E c’è un altro timore per il governo: il voto di fiducia al Senato dove la maggioranza è risicata. Se sarà votata prima nella Camera alta, l’Unione potrebbe trovarsi con due (decisivi) voti in meno: quello di Napolitano ormai al Colle e quello di Ciampi non ancora a Palazzo Madama.
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