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Berlusconi ammette la sconfitta: “Ma non telefonerò mai a Prodi”

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Silvio Berlusconi

Sul palco del palazzetto dello sport canta una canzone di Teddy Reno, recita una tenera poesia di Umberto Saba, promette di spedire un suo disco di canzoni napoletane a tutte le signore partenopee, ma il Berlusconi in visita a Trieste per sostenere i due candidati della Cdl al ballottaggio di domani per la carica di sindaco e presidente della Provincia ha il cuore che sanguina: «Ho una ferita per un esito che non è stato quello che volevamo». Undici giorni per ammettere la sconfitta e il momento è arrivato. A modo suo, ovviamente: «Siamo i vincitori morali e politici di elezioni dove sono emerse clamorose irregolarità», spiega il premier prossimo alle dimissioni («starò in carica solo per l’ amministrazione corrente, la data la deciderà Ciampi»). E promette: «In Senato non passerà nulla che non sarà concordato con noi. Il governo di questi signori sarà solo una parentesi».

La famosa telefonata di congratulazioni a Prodi, quella mai e poi mai: «Non ho fatto e non farò nessuna telefonata. E non gli farò nemmeno gli auguri di buon lavoro, perché sarebbero contro gli interessi dell’ Italia. Anzi, dovrebbe essere Prodi a chiamarmi per chiedere scusa dei suoi insulti». Però Bush si è congratulato con Prodi, incalzano i giornalisti. «Ha fatto bene, avrei voluto vedere che non lo facesse». C’è anche un brivido per un gruppo di ragazzi che alzano un cartello con scritto «Go home», gli animi si scaldano, volano due sberle. Berlusconi compila ancora una volta la lista delle «irregolarità», anzi secondo il premier il voto degli italiani all’estero «andrebbe cancellato». Chiede che vengano ricontate da un «ente paritetico» le schede bianche e nulle e verificati i verbali elettorali, ma le illusioni sono cadute: «Non accetteranno mai. Ci sono dei ricorsi, ma non abbiamo molte speranze, sapendo bene da che parte pende la magistratura. Avete mai sentito parlare di toghe azzurre?». Eppure il centrosinistra «per fugare i dubbi, dovrebbe esso stesso chiedere la riconta dei voti».

Vergogna: «In parlamento gli ricorderemo sempre, in apertura di ogni seduta, che su di loro aleggia l’ ombra di un risultato elettorale che noi non consideriamo regolare». Di larghe intese, di grande coalizione Berlusconi non parla. Punta, adesso, a paralizzare il prossimo governo nemico «con tutti gli strumenti dei regolamenti parlamentari». Dureranno poco – ripete più volte – «una parentesi». Un Ciampi-bis? «Non sono problemi nostri, ma della sinistra. D’Alema al Quirinale? La gente scenderebbe in piazza». E Andreotti come presidente del Senato lo vedrebbe bene? «C’ è tempo per pensarci». Per rincuorare i suoi è troppo poco. Scarso effetto. Allora Berlusconi canta, recita la poesia, estrae dal cilindro una barzelletta. Dice «Riconquisteremo Napoli». Poi definisce Trieste «la nostra Berlino» e spara bordate contro il governatore friulano Riccardo Illy, «uno che non avrei mai pensato che andasse con la sinistra, ma guarda un po’ cosa possono fare le convenienze». Berlusconi le canta anche agli alleati, che hanno fatto perdere voti opponendosi ad apparentamenti di piccole formazioni «per pure ragioni personali», e soprattutto a Marco Follini: «Non vogliamo gente che lavora nell’ altra parte e che ha bloccato l’ attività di governo con la richiesta di continue verifiche».

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