Giorgia Meloni non è più indagata per la liberazione del capo della polizia libica Njeim Osama Elmasry, conosciuto come Almasri. Era stato arrestato a Torino a metà gennaio, in forza di un mandato emesso dalla Corte penale internazionale, il principale tribunale per crimini di guerra e contro l’umanità: è accusato di omicidi, torture, stupri e altri gravi crimini. Ma solo due giorni dopo era stato liberato e rimpatriato in Libia su decisione del governo italiano, che con il governo di Tripoli ha un buon rapporto soprattutto per i modi controversi con cui limita i flussi migratori. Il rilascio era avvenuto in modo del tutto irrituale, e ha creato un caso politico in Italia e un caso giuridico con la stessa Corte.
Meloni era indagata per i reati di favoreggiamento e peculato, ma la sua posizione è stata archiviata dal tribunale dei ministri, un particolare collegio di giudici che si occupa di indagare i membri del governo per reati compiuti nell’esercizio delle loro funzioni: secondo il provvedimento del tribunale non è possibile stabilire con certezza quanto fosse stata preventivamente informata della liberazione e quindi quanto e come avrebbe contribuito all’illecito.
Restano invece indagati il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, quello della Giustizia Carlo Nordio, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che erano tutti coinvolti nella procedura di rilascio di Almasri. Diversi elementi suggeriscono che per loro tre dovrebbe essere chiesta l’autorizzazione a procedere, cioè la procedura con cui il tribunale dei ministri chiede al parlamento se può proseguire le indagini contro un ministro (o un presidente del Consiglio) e quindi anche rinviarlo a giudizio.
In parte lo si ricava per logica: i ministri coinvolti non hanno ricevuto lo stesso atto con cui è stato comunicato a Meloni che non è più indagata. In parte lo si ricava dall’atto stesso che ha ricevuto Meloni, dove si dice esplicitamente che per gli altri tre indagati «si procede separatamente» e si descrive la loro condotta come un «disegno criminoso».
Meloni ha criticato il contenuto del provvedimento perché a suo dire «è una tesi palesemente assurda» che «due autorevoli Ministri e il sottosegretario da me delegato all’intelligence abbiano agito su una vicenda così seria senza aver condiviso con me le decisioni assunte». «Rivendico che questo Governo agisce in modo coeso sotto la mia guida: ogni scelta, soprattutto così importante, è concordata», ha scritto.
Le indagini erano iniziate a fine gennaio. Dopo aver ricevuto gli atti dalla procura, il tribunale dei ministri ha 90 giorni di tempo a disposizione (ma sono possibili proroghe) per decidere se archiviare il procedimento (com’è successo con le accuse a Meloni), inviare gli atti a una diversa autorità giudiziaria se ritiene che il reato potrebbe essere stato compiuto al di fuori delle funzioni ministeriali, oppure proseguire l’indagine. L’autorizzazione a procedere infatti non manda automaticamente a processo, come nel caso del rinvio a giudizio nei procedimenti ordinari, ma autorizza il proseguimento delle indagini.
Nel caso di Nordio, Piantedosi e Mantovano, sarà una delle due camere a dover decidere qualora venisse chiesta l’autorizzazione a procedere. L’articolo 9 della legge costituzionale prevede che la camera competente possa negare l’autorizzazione se ritiene che il ministro o la ministra indagata abbia agito «per la tutela di un interesse dello Stato», «ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo».
La valutazione è insomma politica, ed è quindi molto improbabile che la maggioranza di destra in parlamento dia l’autorizzazione a procedere contro due ministri e un sottosegretario che fanno parte del governo che sostiene.











































Il tribunale dei ministri ha chiesto l’autorizzazione a procedere per il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, quello della Giustizia Carlo Nordio, e per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano riguardo al loro ruolo nella liberazione del capo della polizia libica Njeim Osama Elmasry, conosciuto come Almasri. Verrà in sostanza chiesto alla Camera se possono essere processati, e la richiesta verrà quasi certamente respinta: è molto improbabile infatti che la maggioranza di destra voti contro i membri del governo che sostiene.
Questo sviluppo era atteso, dopo l’archiviazione delle accuse contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che era a sua volta indagata insieme a Nordio, Piantedosi e Mantovano ma non è stata ritenuta responsabile delle loro decisioni (cioè di liberare Almasri e rimpatriarlo). Almasri era stato arrestato a Torino a metà gennaio, in forza di un mandato emesso dalla Corte penale internazionale che lo accusa di omicidi, torture, stupri e altri gravi crimini. Due giorni dopo il governo italiano lo aveva liberato e rimpatriato con un aereo di Stato. Le procedure seguite dal governo erano state molto irrituali, e sono al centro delle accuse a Nordio, Piantedosi e Mantovano.
Tutti e tre sono indagati per favoreggiamento personale, cioè di aver aiutato una persona accusata di crimini punibili con il carcere a sottrarsi alle indagini dell’autorità giudiziaria, comprese quelle della Corte penale internazionale, come nel caso di Almasri (la pena prevista per questo reato arriva fino a 4 anni). Nordio perché non ha dato seguito al mandato di arresto internazionale, Piantedosi perché ha firmato l’atto formale per l’espulsione di Almasri dall’Italia e Mantovano perché il rimpatrio è avvenuto con un volo del CAI, la compagnia dei servizi segreti (Mantovano è sottosegretario con delega ai servizi segreti).
Le diverse responsabilità sono alla base anche delle altre accuse nei loro confronti: Nordio è indagato anche per rifiuto di atti d’ufficio, sempre per non aver rispettato la richiesta di arresto provvisorio di Almasri; Piantedosi e Mantovano sono invece accusati in concorso di peculato, cioè di appropriazione indebita di beni pubblici di cui potevano disporre per via del loro ruolo istituzionale: anche in questo caso il motivo è il fatto di aver usato un aereo di stato per il rimpatrio.
Il tribunale dei ministri, che si sta occupando del caso, è un particolare collegio di giudici che svolge le indagini sui membri del governo quando sono accusati di reati compiuti nell’esercizio delle loro funzioni. Quando conclude le indagini, può decidere se archiviare le accuse (come successo con Meloni) o chiedere al parlamento l’autorizzazione a procedere (come ha fatto con gli altri tre membri del governo).
In questo caso se ne occuperà la Camera (perché Nordio è deputato, mentre gli altri due non sono in parlamento), e nello specifico la giunta per le autorizzazioni a procedere, che è composta da 21 deputati e dove la destra è ampiamente in maggioranza: la valutazione è insomma politica, e per questo non ci sono possibilità che la richiesta venga accolta. In teoria la giunta può respingere la richiesta o accoglierla: in quel caso autorizza la prosecuzione delle indagini contro un membro del governo, che di fatto da quel momento può essere rinviato a giudizio dal tribunale dei ministri.
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Nel commentare la notizia della sua archiviazione nell’indagine sul caso Almasri, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha contestato duramente la tesi che sta alla base della scelta del tribunale dei ministri: e cioè che non ci siano elementi fondati per sostenere la sua colpevolezza, perché Meloni non avrebbe avuto ruolo attivo e decisivo nell’attuare quello che viene definito «un programma criminoso». Il tribunale attribuisce invece quella responsabilità ai ministri della Giustizia e dell’Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e al sottosegretario delegato alla gestione dei servizi segreti, Alfredo Mantovano, per cui è stata chiesta l’autorizzazione a procedere (verrà in sostanza chiesto al parlamento se i due ministri e il sottosegretario possono essere processati: è scontato che la maggioranza di destra voti contro).
Meloni dice che questa tesi è «palesemente assurda» perché presuppone che Nordio, Piantedosi e Mantovano «abbiano agito su una vicenda così seria senza aver condiviso con me le decisioni assunte». Le decisioni al centro di tutto sono quelle di liberare e rimpatriare il generale libico Almasri, che era stato arrestato dalla Digos di Torino su mandato della Corte penale internazionale. Meloni ha invece rivendicato la sua piena responsabilità sulle scelte fatte dal governo, che «agisce in modo coeso sotto la mia guida».
Queste dichiarazioni di Meloni sono una novità: finora infatti non si era mai assunta la responsabilità del caso Almasri, e anzi se n’era tenuta piuttosto lontana, lasciando soprattutto a Nordio il compito di spiegare le decisioni del governo.
La tesi sostenuta dal tribunale però non è esattamente quella sintetizzata da Meloni: alla base della decisione di archiviare l’indagine su di lei non c’è la convinzione che Nordio, Piantedosi e Mantovano abbiano agito a sua insaputa o senza condividere con lei le decisioni, ma il riconoscimento del fatto che non esistono prove abbastanza solide per sostenere che sia stata Meloni con un suo intervento diretto a indirizzare le loro decisioni.
La differenza sembra sottile, ma sul piano processuale non lo è. Nell’atto in cui viene archiviata l’indagine su Meloni, il tribunale mette anche in fila gli elementi acquisiti durante le indagini che potrebbero lasciar presupporre un suo coinvolgimento diretto nelle scelte sul caso di Almasri, ma alla fine arriva a concludere che non consentono «di formulare una ragionevole previsione di condanna».
C’è anzitutto la testimonianza del prefetto Giovanni Caravelli, il direttore dell’AISE (i servizi segreti esteri), il quale ha riferito che sì, la presidente del Consiglio era stata sicuramente informata: non ha però specificato quali fossero le informazioni precise su cui poggiava questa convinzione. Caravelli avrebbe detto: «Ritengo, sulla base di indicazioni che mi dava il sottosegretario Mantovano, che (Meloni, ndr) fosse d’accordo». È una testimonianza non suffragata da elementi concreti, come un atto formale, una mail o un sms, insomma una qualche indicazione data in prima persona da Meloni.
C’è poi un altro elemento interessante, di cui proprio attraverso la sentenza su Meloni si è venuti a conoscenza: e cioè l’esistenza di una nota diplomatica con cui le «autorità libiche» hanno espresso il proprio «profondo ringraziamento» al governo per aver rilasciato Almasri. A quanto si desume dalla sentenza, la nota è indirizzata proprio a Meloni, ma anche questa secondo il tribunale è una prova poco solida, perché per prassi i ringraziamenti di un paese verso un altro «non possono che essere espressi nei riguardi della massima Autorità di Governo del Paese ringraziato», e dunque appunto la presidente del Consiglio. Questo per il tribunale non implica comunque che sia stata lei direttamente a prendere o imporre le decisioni fondamentali.
La decisione di archiviare l’indagine su Meloni non è insomma sorprendente. Del resto ci sono precedenti analoghi, e uno in particolare è politicamente rilevante per vari motivi. Nel marzo del 2021 la procura di Palermo guidata da Francesco Lo Voi aveva chiesto il rinvio a giudizio per Matteo Salvini per il caso della nave Open Arms, ipotizzando i reati di sequestro di persona e omissione d’atti d’ufficio per l’allora ministro dell’Interno. Una delle obiezioni sollevate dalla Lega, all’epoca e poi più volte durante il dibattimento, riguardava il fatto che Lo Voi non aveva ritenuto di procedere anche contro Giuseppe Conte, presidente del Consiglio di quel governo composto da Lega e M5S.
Alla base di questa scelta c’era fondamentalmente lo stesso assunto valido per Meloni: non c’erano prove che Conte avesse suggerito o imposto a Salvini delle scelte su quella faccenda.
A questo precedente ha alluso anche la stessa Meloni, che ha cercato di rimarcare una distanza tra sé e Conte. «A differenza di qualche mio predecessore, che ha preso le distanze da un suo ministro in situazioni similari, rivendico che questo Governo agisce in modo coeso sotto la mia guida: ogni scelta, soprattutto così importante, è concordata».
Ma oltre agli aspetti penali ci sono quelli politici: anche da questo punto di vista la reazione di Meloni è interessante. Nel rivendicare la sua centralità nelle scelte del governo, la presidente del Consiglio ha detto che è «assurdo chiedere che vadano a giudizio Piantedosi, Nordio e Mantovano, e non anche io, prima di loro». Ha anche detto di essere pronta a ribadire le ragioni dell’operato suo e dei suoi ministri «in parlamento, sedendomi accanto a Piantedosi, Nordio e Mantovano al momento del voto sull’autorizzazione a procedere» (l’esito del voto, come detto, è in ogni caso scontato).
Finora invece la presidente del Consiglio aveva sempre evitato di esporsi direttamente sulla vicenda di Almasri, quantomeno in occasioni ufficiali. Quando Nordio e Piantedosi hanno riferito alla Camera e al Senato, il 5 febbraio, lei non era seduta accanto a loro, né partecipò al dibattito in alcun modo. Questa sua assenza fu notata e criticata dalle opposizioni: Elly Schlein definì il suo come «un atteggiamento da presidente del coniglio più che da presidente del Consiglio», Matteo Renzi la accusò di viltà e la paragonò all’Omino di burro di Pinocchio.
Meloni aveva insomma già avuto più volte l’opportunità di assumersi la piena responsabilità delle scelte su Almasri, ma finora non lo aveva mai fatto.
Non lo aveva fatto nemmeno quando Nordio aveva spiegato in parlamento che su Almasri aveva agito in accordo «con altre istituzioni o con altri organi dello Stato», aggiungendo poi: «e vi lascio immaginare quali possano essere questi altri organi dello Stato». A quel punto i cronisti avevano provato a chiedere a chi si riferisse (il presidente della Repubblica? I servizi segreti? La presidente del Consiglio?), ma lui aveva evitato di rispondere. Il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli aveva liquidato come pretestuose le richieste delle opposizioni di avere un chiarimento diretto da parte di Meloni.
Nelle poche dichiarazioni che aveva fatto sulla faccenda, la presidente del Consiglio aveva nel complesso ridimensionato il ruolo del governo: aveva negato – come è invece poi di fatto emerso nel corso dei mesi, per stessa implicita ammissione del ministro Nordio e dei suoi collaboratori – che fosse stata una decisione politica quella di scarcerarlo, attribuendo tutta la responsabilità di questa decisione alla Corte d’appello di Roma, negando dunque qualsiasi suo intervento in tal senso.
«Quello che il governo sceglie di fare, invece, di fronte a un soggetto pericoloso per la nostra sicurezza è espellerlo immediatamente dal territorio nazionale», aveva detto Meloni il 26 gennaio scorso. Questa versione è in parte contraddetta da un documento che lo stesso governo italiano ha poi fornito alla Corte penale internazionale per motivare la scelta di rimpatriare Almasri, e cioè una richiesta di estradizione arrivata il 20 gennaio dalla procura di Tripoli, per ottenere che il generale libico venisse liberato e riportato nel suo paese.
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«Smentisco, nella maniera più categorica, che […] il governo abbia ricevuto alcun atto o comunicazione che possa essere anche solo lontanamente considerato una forma di pressione indebita assimilabile a minaccia o a ricatto da parte di chiunque». Il 5 febbraio scorso il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi negò in questo modo perentorio che il governo italiano avesse ricevuto minacce per convincersi a liberare e rimpatriare Almasri, il capo della polizia giudiziaria libica, nonostante fosse accusato dalla Corte penale internazionale di omicidi, torture, stupri e altri gravi crimini. Era stato arrestato due giorni prima a Torino.
Per questa storia il tribunale dei ministri ha messo sotto indagine lo stesso Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Ora ha chiesto per loro l’autorizzazione a procedere: cioè in sostanza ha chiesto al parlamento se può rinviarli a giudizio (con ogni probabilità dirà di no), accusandoli di diversi reati. Quello che è emerso dall’atto in cui viene chiesta l’autorizzazione a procedere però è che in questi mesi il governo ha difeso la propria decisione sostenendo proprio la tesi opposta a quella sostenuta da Piantedosi a febbraio: il tribunale dei ministri dice che tenendo in carcere Almasri il governo italiano temeva «possibili ritorsioni per i cittadini e gli interessi italiani in Libia».
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La contraddizione è in realtà meno evidente di quel che appare. Piantedosi faceva riferimento a minacce o a ricatti concreti; i timori di cui parla il tribunale invece riguardavano conseguenze solo paventate, e alimentate dalle analisi fatte dal direttore dell’AISE (i servizi segreti per l’estero), Giovanni Caravelli.
Lo stesso Piantedosi disse che le scelte del governo erano state fatte «in base a valutazioni compiute su fatti e situazioni, anche in chiave prognostica». Nel linguaggio un po’ fumoso del ministro, quel “in chiave prognostica” significa un po’ la stessa cosa: non c’erano state minacce, ma non si potevano neppure escludere ritorsioni.
Il progressivo cambiamento della versione dei fatti del governo è stato però sempre più notevole: inizialmente la stessa Meloni aveva detto che la scelta di liberare e rimpatriare Almasri era stata motivata da vizi di forma procedurali nelle richieste della Corte penale internazionale e di scelte della magistratura italiana; nel corso dei mesi invece è stata sostenuta sempre di più la tesi che ci fossero ragioni di sicurezza nazionale, cioè legate agli interessi italiani in Libia.
Nelle prime dichiarazioni pubbliche fatte da Nordio e Piantedosi, così come nelle loro relazioni ufficiali al parlamento, questo aspetto era assente o del tutto marginale. Anche quando un giornalista molto vicino a Meloni come Bruno Vespa espose questa tesi con grande veemenza su Rai 1, nessuno dei leader della maggioranza di destra la sostenne.
Il 25 febbraio, oltre un mese dopo il rimpatrio di Almasri, per la prima volta i membri del governo indagati avevano detto in una nota difensiva inviata al tribunale che la «pericolosità sociale» di Almasri si desumeva anche dalle segnalazioni fatte dai servizi segreti. Venivano citati stralci di un documento riservato redatto dall’AISE sulla RADA Force, cioè la milizia paragovernativa guidata da Almasri, e sui possibili pericoli per la comunità italiana e gli interessi economici dell’Italia in Libia.
Il 20 luglio, in una nuova memoria difensiva, questo riferimento veniva fatto in modo più concreto: i membri del governo indagati avevano giustificato la loro condotta in virtù dello stato di necessità, rifacendosi all’articolo 25 di una disposizione delle Nazioni Unite del 2001 che sostanzialmente consente a uno Stato di contravvenire al diritto internazionale se questo è l’unico modo che quello Stato ha per salvaguardare un interesse essenziale da un grave e imminente pericolo.
A febbraio il governo aveva insomma negato che Almasri fosse stato rilasciato per una sorta di indicibile ragione di Stato, a luglio quella era diventata la sua tesi principale.
Ma i ministri coinvolti nella faccenda erano a conoscenza fin dall’inizio dei rischi legati all’arresto di Almasri. Il 19 gennaio, e cioè appena poche ore dopo l’arresto di Almasri a Torino, ci fu una riunione con vari ministri, i loro collaboratori e i dirigenti dell’intelligence: in quell’occasione il direttore dell’AISE Caravelli disse di aver ricevuto segnali preoccupanti da sue fonti libiche. Caravelli parlò di «una certa agitazione» che stava montando all’interno della RADA, dopo la diffusione della notizia dell’arresto di Almasri.
Come ha poi riferito al tribunale dei ministri, il direttore dell’AISE aveva spiegato a tutti i partecipanti alla riunione che Almasri era un elemento di vertice della RADA, una polizia giudiziaria alle dipendenze dell’ufficio del procuratore generale di Tripoli ma anche, come avviene spesso in Libia, una milizia che risponde ad altri interessi. Disse che operava in quartieri nevralgici di Tripoli, tra i quali quelli in cui avevano sede l’ambasciata italiana e la residenza dell’ambasciatore Gianluca Alberini. Inoltre, la RADA controllava l’aeroporto di Mitiga, il più importante della capitale, e gestiva il carcere speciale che stava lì vicino, all’interno del quale vengono abitualmente commessi crimini di varia natura.
L’AISE, proseguì Caravelli, aveva (e ha) con la RADA una collaborazione molto proficua: servendosi di informazioni e personale di quella milizia, infatti, i servizi segreti italiani a Tripoli lavorano per contrastare il traffico di esseri umani, droga e petrolio, e per prevenire attività terroristiche. L’AISE aveva ottenuto aiuto dalla RADA anche per la cattura di un latitante, Giulio Lolli, nel 2017.
Davanti alle giudici del tribunale dei ministri Caravelli aveva negato di «aver ricevuto notizia di specifiche minacce di attentati o atti di rappresaglia nei confronti di cittadini italiani in Libia», aggiungendo però che c’erano possibili rischi di ritorsioni nei confronti dei circa 500 italiani che vivono o lavorano in Libia. In particolare, c’era una certa preoccupazione sulle attività e sui dipendenti dell’ENI, la società pubblica di idrocarburi che in Libia ha enormi interessi, e soprattutto per lo stabilimento di Mellitah, a ovest di Tripoli, dove il servizio di sicurezza era gestito da milizie vicine alla RAD.
Inoltre, dal momento che la RADA operava anche come polizia giudiziaria, avrebbe facilmente potuto arrestare in maniera pretestuosa alcuni cittadini italiani come ritorsione: questa prospettiva appariva quanto mai preoccupante per il governo, visto che era stata la stessa dinamica di ritorsione (la cosiddetta diplomazia degli ostaggi) che un mese prima aveva portato al rapimento della giornalista Cecilia Sala in Iran.
Le reticenze e le contraddizioni che hanno caratterizzato le varie versioni fornite dal governo su questa faccenda rendono al momento piuttosto complicato stabilire quanto quelle minacce fossero concrete, e quanto invece siano state utilizzate in modo strumentale per giustificare il rilascio di Almasri. Di certo nella versione fornita da Caravelli c’è una apparente stranezza che è stata in parte rilevata dalle giudici.
Non è chiaro infatti perché i servizi segreti italiani non avessero raccolto informazioni adeguate per intervenire in maniera tempestiva e coordinata su Almasri, vista la pericolosità sua e della milizia di cui era a capo. Caravelli ha ammesso che Almasri era «una figura di spicco e molto ben considerata», ma che l’AISE non era a conoscenza che ci fosse un’indagine su di lui da parte della Corte penale internazionale.
Emerge anche uno scarso coordinamento tra i servizi segreti, la Polizia e i ministeri dell’Interno e della Giustizia. Almasri venne arrestato a Torino poco dopo le 2 di notte del 19 gennaio, ma già il giorno prima era stato fermato dalla polizia mentre era in auto con tre suoi amici libici in centro a Torino, per un controllo casuale. Se davvero il suo profilo era così noto, e la sua pericolosità così elevata, è strano che lo si sia lasciato circolare per Torino, andare allo stadio a vedere una partita di Serie A tra Juventus e Milan, e poi arrestato senza che i servizi segreti ne fossero preallertati.
C’è infine un’altra stranezza nell’atteggiamento del governo. Se il rilascio e il rimpatrio di Almasri erano motivati da interessi nazionali, non si capisce perché per giustificarli non sia stato messo il segreto di Stato sul caso: un istituto che ha regole precise e che avrebbe di fatto consentito di bloccare le indagini da parte della magistratura italiana. L’informazione che Mantovano avesse valutato di ricorrere al segreto di Stato era anche trapelata, ma si era capito che poi l’ipotesi era stata scartata per volere di Meloni.
Alla fine il segreto di Stato non è mai stato messo sul caso di Almasri. Anche per questo l’indagine del tribunale dei ministri è stata condotta fino in fondo. Le giudici del tribunale dei ministri hanno ritenuto comunque che il pericolo paventato di ritorsioni ai danni di cittadini italiani e di interessi nazionali in Libia non valga a scriminare, cioè a giustificare e dunque a non rendere penalmente perseguibile, la condotta di Nordio, Piantedosi e Mantovano: per questo sono anche accusati di favoreggiamento nei confronti di Almasri, cioè di averlo aiutato a sottrarsi alle indagini della Corte penale internazionale.
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Le indagini del tribunale dei ministri sul caso Almasri hanno fatto emergere una gestione caotica del ministero della Giustizia, e hanno evidenziato il ruolo rilevantissimo che ha Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto di Carlo Nordio. Bartolozzi esercita la sua funzione con un piglio estremamente decisionista, motivo per cui Nordio la chiama spesso «la mia capa», o «la mia ministra»: e ciò che nelle parole di Nordio dovrebbe essere il riconoscimento di una grande competenza, e insomma una lode, è in verità, per molti funzionari dello stesso ministero, la certificazione di un’anomalia.
Da questo punto di vista il caso Almasri – il generale libico liberato dall’Italia nonostante un mandato d’arresto della Corte penale internazionale – non è che la conferma di una situazione ben nota a chi segue i lavori del ministero. Ed è significativo che nell’ultimo anno e mezzo siano stati almeno sei i dirigenti di alto livello che si sono dimessi, in contrasto più o meno esplicito con Bartolozzi e in polemica con la tendenza di Nordio ad affidarle compiti inusuali per un capo di gabinetto.
Bartolozzi ha 55 anni, è una magistrata da oltre 25, e ha lavorato per lo più a Gela, la città siciliana dov’è nata e cresciuta da una famiglia di origine toscana, e a Palermo. Nell’estate del 2017 venne presentata a Silvio Berlusconi da Gianfranco Miccichè, allora leader di Forza Italia in Sicilia: Berlusconi la ricevette ad Arcore insieme al compagno di lei, Gaetano Armao, capo di un movimento autonomista e populista siciliano nonché assessore all’Economia e vicepresidente della regione, e decise di candidarla come capolista nel collegio plurinominale della sua provincia, con la certezza dell’elezione. Ben presto, però, sia Bartolozzi sia Armao iniziarono a muoversi in contrasto con il partito regionale e con lo stesso Miccichè, contravvenendo alle direttive di Forza Italia su alcune elezioni locali.
In questo clima di crescente attrito, nel novembre del 2020 Bartolozzi alla Camera votò in dissenso dal proprio gruppo, insieme ad altri quattro colleghi, sul disegno di legge Zan sull’omotransfobia. Nel luglio del 2021 ci fu un’altra insubordinazione: votò contro le indicazioni di Forza Italia su un emendamento alla riforma del processo penale che era considerato da molti una sorta di legge ad personam a favore di Berlusconi. Fu la rottura definitiva: venne trasferita dalla commissione Giustizia alla Affari costituzionali, e lei decise allora di uscire dal partito e iscriversi al Gruppo Misto. È un passaggio importante, questo: perché è in questa fase che Bartolozzi, iniziando a criticare duramente la riforma della ministra della Giustizia Marta Cartabia e il governo di Mario Draghi, si avvicinò ad alcuni esponenti di Fratelli d’Italia, cominciando così a costruire un rapporto che sarebbe poi diventato solidissimo con Andrea Delmastro Delle Vedove, attuale sottosegretario alla Giustizia.
Fu anche grazie a queste relazioni che nell’ottobre del 2022 Nordio la scelse come vice del capo di gabinetto, Alberto Rizzo. Fu chiaro fin dall’inizio, però, che la catena di comando era poco definita: Bartolozzi tendeva spesso a scavalcare Rizzo, prima per le questioni di competenza diretta di Delmastro e poi anche per le altre, e col tempo seppe guadagnarsi una considerazione così elevata da parte di Nordio che il ministro le delegava anche faccende delicate senza darne conto al capo di gabinetto, il quale spesso era costretto a chiedere alla sua vice il resoconto di alcune riunioni riservate.
E così, nel febbraio del 2024, Rizzo si dimise. Nordio ne approfittò per promuovere Bartolozzi a capa di gabinetto, nonostante alcune iniziali perplessità del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Da allora, l’atteggiamento di Bartolozzi nei confronti dei funzionari del ministero è diventato ancora più assertivo e spavaldo, talvolta arrogante. Ma non è solo una questione di carattere: il punto è che è Nordio a demandare a lei la gestione di molte importanti questioni, di fatto tagliando fuori dirigenti che hanno un abituale rapporto diretto col ministro. Questo stato di cose ha portato, nel giro di alcuni mesi, a nuove – e notevoli – dimissioni.
I capi dei dipartimenti per gli Affari di giustizia e per l’Organizzazione giudiziaria, Luigi Birritteri e Gaetano Campo; quello per l’Amministrazione penitenziaria Giovanni Russo; la direttrice dell’ispettorato generale Maria Rosaria Covelli e il direttore dei sistemi informativi automatizzati Vincenzo De Lisi; la capa dell’ufficio stampa Raffaella Calandra. Tutti denunciavano, grosso modo, lo stesso problema: l’eccessivo potere di Bartolozzi.
Del resto, una qualche anomalia si era percepita anche in parlamento. Bartolozzi è solita accompagnare Nordio ogni volta che va alla Camera e al Senato, e certe volte sembra quasi scortarlo, tenendo alla larga i giornalisti che provano a fare domande, o rispondendo lei stessa a quelle domande, mentre il ministro la osserva in silenzio o ne approfitta per parlare con altri parlamentari o per bere qualcosa alla buvette. Assistendo ai lavori parlamentari, appena fuori dall’aula di Montecitorio o di Palazzo Madama, si lascia andare a commenti critici nei confronti di deputati e senatori che contestano Nordio in aula; sbuffa platealmente quando ritiene che i funzionari del ministero abbiano sbagliato a predisporre le carte per Nordio. Almeno in un’occasione, queste manifestazioni di disappunto furono persino vistose: successe quando Nordio decise di rispondere ad alcune domande delle opposizioni sul caso Paragon, contraddicendo in parte il sottosegretario Mantovano, e lei uscendo dalla Camera insieme al ministro si mise a sbraitare al telefono contro alcuni colleghi del ministero.
Ad alcuni deputati di Forza Italia è capitata poi una cosa bizzarra: dopo aver inoltrato una richiesta a Nordio, si sono visti rispondere direttamente da Bartolozzi. E questo, di per sé, non è così anomalo. Anomalo è invece il fatto che quando quei deputati sono andati a chiedere conto al ministro di quella risposta si sono trovati davanti un Nordio del tutto inconsapevole.
È questo il quadro che emerge anche dalle carte su Almasri. È significativo, per esempio, che in tutte le riunioni riservate convocate da Mantovano e alla presenza dei massimi dirigenti dei servizi segreti, nei due giorni seguenti all’arresto del generale libico poi rilasciato e rimpatriato dal governo, Nordio sia l’unico ministro sempre assente, dei molti coinvolti, e che viene sempre puntualmente sostituito da Bartolozzi. È sempre lei a ricevere dal capo della Polizia, Vittorio Pisani, un messaggio su Signal che la informa dell’arresto di Almasri a Torino. È lei a confrontarsi con Mantovano sul da farsi. Il tutto mentre Nordio è a Treviso per il fine settimana, e gli stessi funzionari del ministero non sapevano se e quando il ministro fosse tornato nel suo ufficio, o avesse o meno letto i documenti che loro gli preparavano.
E proprio su questo nella relazione del tribunale dei ministri c’è un dettaglio rilevante. Bartolozzi nel suo interrogatorio dice alle giudici che Nordio era perfettamente al corrente delle informazioni che lei riceveva, perché «ci sentiamo quaranta volte al giorno, sempre ogni cosa che arriva… noi ci sentiamo immediatamente»; e ancora: «Io quando ricevo gli atti glieli mandavo». Tuttavia è la stessa Bartolozzi ad ammettere di non aver sottoposto al giudizio del ministro alcune importanti bozze, predisposte dal dipartimento per gli Affari di giustizia, che avrebbero potuto consentire al ministro di confermare (o al limite negare) l’arresto di Almasri, sempre che Nordio avesse potuto leggerle e firmarle. Questa contraddizione è notata anche dalle giudici, che pure per questo ritengono la versione di Bartolozzi «inattendibile e, anzi, mendace».
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