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In Tunisia si è aperta una nuova, brutale fase della repressione statale contro le persone LGBTQIA+. Almeno 14 persone sono state arrestate nell’ultima settimana, tra Tunisi e l’isola di Djerba, secondo quanto denunciato dall’associazione Damj – Tunisian Association for Justice and Equality. Gli arresti sarebbero avvenuti a seguito di perquisizioni personali e dei telefoni cellulari, accompagnate da esami anali forzati, pratica che Amnesty International e le Nazioni Unite definiscono senza ambiguità: “una forma di tortura”.
Secondo Damj (rilanciata da Middle East Eyes) 6 dei fermati hanno già ricevuto condanne a pene detentive da uno a due anni, sulla base dell’articolo 230 del codice penale, che criminalizza le relazioni omosessuali con una pena fino a tre anni di carcere. L’offensiva giudiziaria si appoggia anche ad altri articoli che puniscono “atti contrari alla morale pubblica” o l’“indecenza”. Saif Ayadi, responsabile di Damj, ha dichiarato all’AFP:
“Siamo costretti a nasconderci nelle nostre case, senza poter mostrare chi siamo”
L’ong Damj scrive sui social:
La scorsa settimana e questa settimana, gli arresti da parte della polizia di membri della comunità LGBTQ+ sono aumentati. Questi arresti si sono concentrati a Tunisi (centro città) e a Djerba. In genere, le persone vengono arrestate, i loro effetti personali e i loro telefoni vengono perquisiti e poi deferite alla magistratura ai sensi dell’articolo 230 e degli articoli sulle aggressioni alla morale pubblica.
Vi ricordiamo alcuni dei vostri diritti al momento dell’arresto:
– Il vostro diritto di contattare un avvocato/una persona di fiducia/l’associazione
– Rimanere in silenzio fino all’arrivo di un avvocato
– Astenersi dal firmare documenti senza averli esaminati di persona
Negli ultimi mesi, il clima repressivo è peggiorato: tra settembre 2024 e gennaio 2025 oltre 80 persone LGBTQ+ sono state arrestate. La persecuzione ha colpito anche creator digitali: almeno dieci influencer sono stati condannati fino a 4 anni e mezzo di carcere per aver diffuso contenuti “contrari alla morale”. Tra loro la TikToker Choumoukh, imprigionata per aver parlato liberamente di sessualità, e Lady Samara, arrestata per insulti e bestemmie online.
La strategia repressiva trova un nuovo slancio dopo il colpo di mano del presidente Kais Saied del 2021, che ha congelato il Parlamento e accentrato il potere esecutivo. Da allora, le tutele costituzionali e le libertà civili si sono progressivamente erose, colpendo in particolare la comunità queer.
A fine aprile 2024, la premier italiana Meloni si era recata per la quarta volta a Tunisi in meno di un anno, per consolidare la cooperazione sulla riduzione dell’immigrazione irregolare. L’intesa prevede il rafforzamento dei controlli alle frontiere tunisine, pattugliamenti congiunti nel Mediterraneo, accelerazione dei rimpatri (sia di cittadini tunisini sia di terzi paesi), e contrasto ai “trafficanti del terzo millennio”. L’Italia non ha chiesto alcuna garanzia sul rispetto dei diritti umani e civili nel paese.
La ong Damj ha lanciato più volte uno “stato d’emergenza queer” in Tunisia, denunciando retate, abusi di potere e l’uso sistematico di leggi vaghe sulla “decenza” per criminalizzare l’esistenza stessa delle persone LGBTQ+.
Secondo Amnesty, le autorità devono rilasciare immediatamente tutte le persone arrestate per orientamento sessuale o identità di genere e cessare l’uso degli esami anali, che costituiscono una violazione dei diritti umani fondamentali.
La criminalizzazione dell’omosessualità in Tunisia risale al Codice Penale del 1913, eredità coloniale francese, che all’articolo 230 punisce la “sodomia” con tre anni di carcere. Questa legge, ancora in vigore, viene utilizzata da anni per arrestare e processare persone LGBTIQ+, spesso accompagnando le accuse con violazioni della privacy, confische di telefoni e violenze fisiche.
Le sentenze si basano frequentemente sul rifiuto degli esami anali, considerato “prova di colpevolezza”. Organizzazioni come Human Rights Watch e il Consiglio medico tunisino ne chiedono da anni l’abolizione, ma la pratica continua. Persino attivisti che denunciano violenze vengono incriminati per “sodomia”, come accaduto a un giovane che aveva denunciato un’aggressione sessuale: è stato processato insieme ai suoi assalitori.
Le violenze non sono solo giudiziarie. Negli ultimi anni sono state documentate aggressioni da parte della polizia contro attivistə trans, centri per rifugiati queer assaltati, e arresti arbitrari durante le proteste. Una trans incarcerata nel 2023 è stata privata dell’avvocata e rasata con la forza.
Nel febbraio 2023, una retata da parte dell’unità “Social Protection Unit” ha portato all’arresto di una donna trans, Maya, in una residenza privata. In prigione, le forze dell’ordine le hanno rasato i capelli con la forza, negato l’accesso a un avvocato e trasferita in un carcere maschile.
Oggi la Tunisia, nonostante le rivoluzioni della Primavera Arabia del 2011 e le speranze nate con la Costituzione del 2014, si conferma come uno dei paesi del Nord Africa dove vivere visibilmente da persona LGBTQIA+ significa rischiare tutto: il carcere, la tortura, l’emarginazione sociale, la morte civile.
Categorie:Lgbt











































