Guerra

Israele attacca l’Iran

Il conflitto in Medioriente tra Israele e Hamas e che coinvolge Libano, Siria, Iran e Yemen, è giunta al giorno 618. Non si arresta la guerra tra Israele e Iran, con Teheran che ha lanciato missili in risposta all’attacco dello Stato ebraico e Tel Aviv che ha replicato e lo Stato islamico ha nuovamente contrattaccato. Si registrano almeno 13 morti e oltre 300 feriti in Israele, mentre in Iran almeno 224 vittime da venerdì. In serata udite esplosioni nel centro di Tel Aviv e ad Haifa, dove un edificio è stato colpito da un missile iraniano. L’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha confermato che il capo del dipartimento di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammad Kazemi, e altri due ufficiali sono stati uccisi a Teheran. Donald Trump annuncia: “Possibile un coinvolgimento Usa nel conflitto, ok a Putin come mediatore”. Intanto Netanyahu ha smentito che il presidente Trump abbia posto il veto al piano israeliano di uccidere la guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, riferito alla Reuters da due funzionari statunitensi.  

Negli ultimi 15 anni i jet israeliani sono stati diverse volte sul punto di distruggere i laboratori e i reattori nucleari dell’Iran. Ma allora perché proprio adesso? Possiamo mettere a fuoco cinque ragioni, incrociando fonti diplomatiche e militari americane, nonché il racconto di Amos Yadlin, 73 anni, ex capo dell’intelligence israeliana, intervenuto alla «Globsec Forum 2025», la conferenza sulla sicurezza che si è chiusa ieri a Praga. 

Bomba atomica ormai pronta

I servizi segreti israeliani si sono confrontati a lungo con i colleghi americani (non solo la Cia) e britannici (MI6). La base di partenza scientifica era data per scontata. I chimici iraniani avevano già raggiunto il livello del 60% di arricchimento dell’uranio, una soglia esagerata per gli usi civili, ma vicina a quella necessaria per assemblare la Bomba. Del resto anche l’«Agenzia internazionale per l’energia atomica», organismo delle Nazioni Unite, pochi giorni fa aveva accusato Teheran di non rispettare gli impegni previsti dal Trattato di non proliferazione nucleare, in vigore dal 1970. Tuttavia, padroneggiare il ciclo dell’uranio non è sufficiente. Occorre la capacità tecnica di riversare queste conoscenze in un ordigno. Gli ingegneri iraniani l’avrebbero acquisita. Infine servono dei mezzi per lanciare le testate nucleari in territorio nemico. E Teheran possiede migliaia di missili a lunga gittata. Basta che uno solo buchi l’«Iron Dome», lo scudo di ferro, la contraerea israeliana, per provocare una catastrofe. Non possiamo più aspettare, è stata la conclusione del governo di Netanyahu. 

Semaforo giallo di Trump

I rapporti tra Netanyahu e il presidente americano non sono così armoniosi come può apparire dalle loro dichiarazioni pubbliche. Trump ha fatto sapere di essere stato informato del blitz, precisando che gli americani non erano coinvolti. Difficile ricostruire che cosa sia accaduto realmente non solo tra i leader, ma anche tra gli apparati militari e di intelligence dei due Paesi. Lo scenario più probabile è quello del «semaforo giallo». Netanyahu avrebbe chiamato la Casa Bianca poco prima dell’attacco. È evidente che se avesse voluto davvero consultarsi si sarebbe fatto vivo prima. Non sappiamo se Trump abbia cercato di dissuadere il primo ministro israeliano. Ci sarebbe riuscito? Legittimo dubitarne. In ogni caso a Nethanyahu è bastato il «giallo» del semaforo trumpiano: se volete, andate avanti, ma noi non ci esponiamo. 

Il fallimento in Oman

Il presidente americano aveva fissato una scadenza di 60 giorni per raggiungere un accordo sul nucleare con gli ayatollah. I due mesi sono passati senza che sia stato conseguito alcun risultato. Anche in questo caso Trump stava oscillando. Da una parte pensava che ci fosse ancora margine, grazie anche alla mediazione dell’Oman. Ieri era prevista un’altra riunione tra le delegazioni: naturalmente, è saltata. Nello stesso tempo, però, il numero uno della Casa Bianca stava meditando su come esercitare più pressione sugli iraniani. Netanyahu ha colto il momento di impasse politico a Washington ed è passato all’azione, puntando sul fatto che, a conti fatti, Trump non avrebbe potuto accusarlo di aver sabotato una trattativa rivelatasi inconcludente. 

La debolezza degli avversari

Dopo la strage terroristica del 7 ottobre 2023, compiuta da Hamas, il governo israeliano si è lanciato in una guerra su «sette fronti»: Hamas a Gaza; i «terroristi» in Cisgiordania; Hezbollah in Libano; gli Houthi in Yemen; le formazioni filo iraniane in Siria; gli jihadisti in Iraq e altrove; infine Teheran. La comunità internazionale è inorridita davanti ai massacri dei civili a Gaza. Ma Netanyahu non se ne cura, nonostante su di lui ora penda un mandato di cattura della Cpi. Il suo obiettivo dichiarato è vincere su tutti i sette versanti per «salvare Israele». Prima di arrivare al bersaglio grosso, ha indebolito tutti gli altri. 

Consapevolezza della forza

Nell’ultimo anno e mezzo le forze armate israeliane sono state messe a dura prova. Il 7 ottobre è stato vissuto anche come un drammatico fallimento di apparati militari e intelligence. Da quel momento, però, gli israeliani hanno colpito in ogni direzione, eliminando anche figure al vertice di Hamas e degli Hezbollah che parevano irraggiungibili. Nell’aprile 2024 l’«Iron Dome» aveva respinto praticamente tutti i droni e i missili lanciati dall’Iran, come rappresaglia per il blitz israeliano contro il consolato di Teheran a Damasco. Infine, Netanyahu è convinto di poter contare, in caso di pericolo, sempre e comunque sull’appoggio militare degli Usa. Ed è esattamente ciò che sta accadendo.

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