Cresce l’opposizione alla riforma del bilancio comunitario voluta da Ursula von der Leyen. Oltre ai dubbi sollevati dagli enti locali e dall’Eurocamera, ora arriva anche il fuoco amico del suo stesso Partito popolare europeo (Ppe). Il gruppo parlamentare dei cristiano-democratici ha ribadito le medesime perplessità espresse dall’Aula qualche settimana fa, puntando il dito contro gli elementi chiave del nuovo budget settennale al quale nel Berlaymont si lavora sottotraccia da mesi.
Sembra non esserci pace per la famigerata riforma che Ursula von der Leyen ha in mente per il bilancio pluriennale dell’Ue (il Qfp, o Mff nell’acronimo inglese), finalmente svelata al pubblico un paio di giorni fa. Nel nome della flessibilità e dell’efficienza, il capo dell’esecutivo a dodici stelle ha delineato i contorni di una vera e propria rivoluzione nella struttura stessa del budget per il periodo di programmazione 2028-2034.
In sostanza, si applicherebbe il “modello Rrf“, cioè quello del dispositivo per la ripresa post-pandemica: 27 piani nazionali (in stile Pnrr), tranches erogate in base all’implementazione di riforme da parte degli Stati membri, target e milestones da centrare e accorpamento di vari programmi sotto ombrelli più ampi. Ad esempio, le risorse destinate alla politica agricola comune (Pac) e a quella di coesione – i due principali capitoli di spesa, che consumano ciascuno circa un terzo del Qfp – verrebbero fuse in un unico maxi-fondo.
L’Eurocamera aveva levato gli scudi a inizio mese, quando i deputati hanno snocciolato una serie di “no” alla riforma targata von der Leyen e a cui lavora anche il commissario al Bilancio, Piotr Serafin. Soprattutto, hanno rifiutato l’impostazione centralizzatrice imperniata sui piani nazionali, così come l’introduzione di un nuovo Fondo per la competitività, voluto dal numero uno del Berlaymont per dare nuovo slancio alla politica industriale europea finita in cima all’agenda di Bruxelles dallo scorso anno.
Ma ora è partita anche una fronda interna allo stesso Ppe. Un problema politico di non poco conto, dato che si tratta della famiglia cui appartiene la presidente della Commissione. Il gruppo parlamentare dei cristiano-democratici ha messo nero su bianco ieri (21 maggio) le sue perplessità in merito alle proposte di von der Leyen, rispondendo punto per punto alle novità annunciate nelle scorse ore.
Le rimostranze dei Popolari ricalcano da vicino quelle espresse dall’Aula – del resto, uno dei co-relatori che hanno elaborato la posizione di Strasburgo, Siegfried Mureşan, viene proprio dalle fila del Ppe. No alla “filosofia dell’Rrf come modello per il budget dell’Unione”, si legge nel documento adottato dal gruppo e visionato da Eunews, poiché “non può essere la base per una spesa a gestione condivisa dopo il 2027” in quanto “darebbe più potere alla Commissione e agli Stati membri“.
Disco rosso, inoltre, alla fusione dei fondi di coesione e della Pac, poiché mette in discussione il principio della governance multilivello, e bocciatura anche per il Fondo per la competitività – nessuno tocchi il programma Horizon Europe – e il Fondo per l’Europa globale con cui il Berlaymont vorrebbe potenziare il finanziamento all’azione esterna dell’Ue, che “solleva serie preoccupazioni” relative alla fusione di diversi programmi (dagli aiuti allo sviluppo alla politica di vicinato, passando per la gestione dei flussi migratori, il Global gateway e le missioni Pesc).
Il Ppe chiede poi, sempre in linea col resto dell’emiciclo, una maggiore flessibilità per far fronte alle crisi e una semplificazione delle regole sugli esborsi (elementi da non usare, tuttavia, “come pretesto per concedere semplicemente più potere alla Commissione” a spese del Parlamento), nonché capitoli di bilancio dedicati specificamente alle spese per la difesa e all’assistenza pre-adesione ai Paesi candidati, per finire col superamento del vincolo che storicamente limita il Qfp all’1 per cento del reddito nazionale lordo dell’Unione.
La strada per l’approvazione del nuovo bilancio, in realtà, non era mai stata in discesa fin da quando lo scorso autunno erano emerse le prime indiscrezioni sul tema, rimaste finora senza conferma ufficiale da parte della Commissione (rigorosamente abbottonato anche il vicepresidente esecutivo per la Coesione e le riforme, Raffaele Fitto, cui pure è stata più volte tirata la giacca in questi mesi).
Tra i più vocali oppositori della centralizzazione nel nuovo progetto di budget comunitario si erano distinti, da subito, gli enti locali rappresentati nel Comitato delle Regioni (CdR), che denunciano il rischio di sconvolgere irrimediabilmente l’approccio territoriale su cui si fonda la politica di coesione. Del resto, l’accorpamento dei fondi Pac con quelli regionali non è visto di buon occhio nemmeno dagli agricoltori, che sono saliti sulle barricate tornando a sfilare coi loro trattori per le vie di Bruxelles.
Sembra prepararsi all’orizzonte uno scontro frontale tra le istituzioni comunitarie, ciascuna arroccata in difesa delle proprie prerogative e intenta ad assicurarsi le risorse che ritiene adeguate. La Commissione dovrebbe presentare la propria proposta formale (corredata di numeri e cifre) il prossimo luglio, mentre i negoziati interistituzionali prenderanno le mosse al più presto in autunno.
È improbabile, a questo punto, che l’esecutivo Ue faccia marcia indietro sulla struttura del nuovo Qfp. La palla parrebbe dunque nel campo degli eurodeputati, a partire dai Popolari: quanto saranno disposti a puntare i piedi per forzare la mano a von der Leyen e ottenere delle concessioni? Il braccio di ferro continua.
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L’Italia porta sul tavolo del consiglio Agricoltura e Pesca dell’Unione europea il ‘No’ suo e di altri 16 Paesi all’ipotesi di fondo unico per la Politica agricola comune nel prossimo bilancio a lungo termine dell’Ue. Il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, lo aveva anticipato, lo scorso 8 maggio, a margine della conferenza sulla Visione per l’Agricoltura e l’alimentazione a Bruxelles. E oggi ha presentato ai suoi omologhi il documento – stilato con la Grecia e sostenuto inizialmente da Austria, Belgio, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Francia, Ungheria, Irlanda e Portogallo cui si sono aggiunte poi altre capitali – che raccoglie l’opposizione all’idea di accorpamento, nel prossimo Quadro finanziario pluriennale dell’Ue, delle risorse della Politica agricola comune, della Coesione e di altri programmi, in un fondo unico.
“Oggi l’Italia insieme alla Grecia ha detto no all’accorpamento dei fondi per l’agricoltura e per la pesca in un fondo unico europeo. Alla nostra posizione si sono aggiunte altre quindici nazioni, è un grande successo”, ha commentato Lollobrigida in una nota stampa a margine della riunione. “Ma è solo l’inizio per avviare un cambio radicale necessario nell’approccio al settore primario”, ha aggiunto. Di fatto, come ha spiegato il ministro nel corso della riunione Ue, “la Pac deve essere adeguatamente finanziata e deve trovare lo spazio che le compete nell’ambito del futuro bilancio dell’Unione europea” e va ribadita “la centralità della Pac come strumento e di una Pac forte” in un’ottica che vede nell’agricoltore “non solo il primo a promuovere la produzione di cibo, ma anche la garanzia per l’ambiente”.
Nel testo, Roma e Atene sottolineano che, “nonostante il contributo positivo della Pac e della Politica Comune della Pesca (Pcp) al miglioramento della sicurezza alimentare, della sostenibilità ambientale, della protezione delle zone rurali e costiere e del sostegno al reddito di agricoltori e pescatori, è in corso un dibattito sulla continuità dei fondi specifici per le politiche e sull’idea di integrare i fondi per l’agricoltura e la pesca in un fondo unico più ampio nell’ambito di un programma nazionale unico per Stato membro”. Qui i Paesi esplicitano le loro “forti preoccupazioni” rispetto al fondo unico perché “ciò comporterebbe un rischio concreto di indebolire l’efficacia e la coerenza delle politiche e di perdere la flessibilità necessaria per soddisfare le esigenze del settore”.
Perciò, gli Stati osservano che “l’idea di creare un fondo unico e un piano unico per tutti gli strumenti di intervento dell’Ue non è affatto adeguata agli ambiziosi obiettivi attribuiti alla Pcp e alla Pac” e che “rappresenterà una minaccia per le efficacissime misure di sviluppo rurale, essenziali per un’agricoltura sostenibile e completa in tutto il territorio dell’Ue”. Perciò, “invitiamo la Commissione a rispettare un bilancio coerente e dedicato all’agricoltura e alla pesca”, scrivono.
E la posizione dei Paesi trova, già da tempo, il favore del commissario Ue all’Agricoltura, Christophe Hansen. “La mia posizione è chiara: abbiamo bisogno di un bilancio specifico per la Politica agricola comune per definire il futuro dell’agricoltura e delle nostre politiche. Non voglio cambiare ciò che funziona”, aveva detto nella conferenza sulla Visione per l’Agricoltura e l’alimentazione, lo scorso 8 maggio, a Bruxelles. E oggi si è ripetuto. “Da parte mia, è importante dire che abbiamo una Politica agricola comune che ha dimostrato negli ultimi sei decenni di poter rispettare gli obblighi del Trattato in materia di reddito equo per gli agricoltori, sicurezza e sovranità alimentare, ma anche prezzi alimentari accessibili per i nostri consumatori. È un aspetto molto importante. Credo quindi che gli strumenti debbano rimanere solidi ed efficienti anche in futuro”, ha affermato.
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