L’Europa minaccia di abbandonare Israele se non interromperà i bombardamenti e il blocco alimentare a Gaza, ma l’Italia (assieme alla Germania) si sfila. Il consiglio “Affari esteri” dell’Unione europea, riunitosi martedì 20 maggio a Bruxelles, ha visto Roma schierarsi con una minoranza di paesi contro l’avvio di una revisione formale dell’accordo di associazione commerciale Ue-Israele. Con 17 ministri degli Esteri su 27 a favore, è stata approvata una mozione che punta a verificare il rispetto dell’Articolo 2 dell’accordo, che vincola le parti al “rispetto dei diritti umani e dei principi democratici”. Mentre la maggioranza degli Stati membri ha voluto inviare un segnale forte a Tel Aviv in risposta alla drammatica situazione umanitaria a Gaza, l’Italia ha scelto di votare contro, allineandosi con Germania, Grecia, Ungheria e altri quattro paesi in quella che appare una posizione sempre più difficile da sostenere di fronte all’opinione pubblica continentale.
“È chiaro dalle discussioni di oggi che esiste una forte maggioranza a favore della revisione dell’Articolo 2 del nostro accordo di associazione con Israele. Quindi avvieremo questo esercizio e, nel frattempo, spetta a Israele sbloccare gli aiuti umanitari. Salvare vite deve essere la nostra massima priorità“, ha dichiarato l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri Kaja Kallas dopo la riunione. La decisione presa ieri dal Consiglio “Affari esteri” segna un cambiamento significativo nell’approccio europeo verso Israele, poiché per la prima volta una maggioranza qualificata di stati membri ha deciso di verificare formalmente se le azioni israeliane a Gaza violino questa clausola fondamentale.
Si tratta dell’Articolo 2 dell’Accordo di Associazione Ue-Israele, firmato nel 1995 ed entrato in vigore nel 2000, che rappresenta la pietra angolare delle relazioni commerciali tra Bruxelles e Tel Aviv, garantendo tariffe preferenziali e accesso facilitato al mercato europeo per un interscambio che vale circa 36 miliardi di euro annui. Questa “clausola dei diritti umani” funziona come un “freno d’emergenza” inserito in tutti gli accordi commerciali dell’Ue: stabilisce che il rispetto dei diritti umani e dei principi democratici rappresenta un “elemento essenziale” dell’intesa, la cui violazione può giustificare misure che vanno dall’interruzione del dialogo politico fino alla sospensione dell’intero accordo.
L’iniziativa di revisione, proposta inizialmente da Spagna e Irlanda quindici mesi fa ma rimasta lettera morta, ha acquisito nuovo slancio quando i Paesi Bassi, tradizionalmente alleati di Israele, l’hanno sostenuta in risposta al blocco umanitario imposto a Gaza. Lo schieramento emerso dalla votazione illustra chiaramente le diverse sensibilità all’interno dell’Unione: Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Germania, Grecia, Ungheria, Italia e Lituania si sono opposte alla mozione, mentre la Lettonia è rimasta neutrale.
Dopo la diffusione del nuovo piano israeliano per un’occupazione permanente della Striscia, il governo Netanyahu inizia a perdere consensi anche tra alleati storici. Il Regno Unito, proprio ieri, si è allineato ai diversi paesi europei, sospendendo i negoziati per un accordo di libero scambio con Tel Aviv, rivedendo la cooperazione strategica bilaterale e imponendo sanzioni a tre coloni e quattro entità attive in Cisgiordania. Secondo il Guardian, il ministro degli Esteri David Lammy ha condannato duramente i piani su Gaza e convocato l’ambasciatrice israeliana Tzipi Hotovely.
Ma, adesso, persino l’amministrazione Trump, che Netanyahu considerava un’alleata incrollabile, ha compiuto mosse che hanno sorpreso Tel Aviv. Come riportato dal Washington Post, il presidente americano ha recentemente ignorato Israele durante un importante viaggio in Medio Oriente a maggio, visitando Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi Uniti senza fermarsi a Gerusalemme. Il mutamento di posizione è stato evidente anche nella decisione di Washington di negoziare direttamente con Hamas la liberazione dell’ostaggio americano-israeliano Edan Alexander senza coinvolgere le autorità israeliane, un episodio che ha messo in luce l’impazienza di Trump verso l’approccio di Netanyahu. Inoltre, Reuters ha riferito che gli Stati Uniti non richiedono più che l’Arabia Saudita normalizzi i legami con Israele come condizione per i progressi nei colloqui di cooperazione nucleare civile, abbandonando quello che era un pilastro della strategia americana pre-2025.
Sul piano internazionale dall’ultimo anno sono in aumento i segnali di frattura nei confronti di Israele. Nel maggio 2024, la Turchia ha imposto il blocco totale delle relazioni commerciali con Israele, sospendendo sia importazioni che esportazioni. Il Sudafrica ha intensificato l’offensiva legale presso la Corte Internazionale di Giustizia. In America Latina, la Colombia ha interrotto le relazioni diplomatiche a maggio 2024, mentre il Brasile ha richiamato il proprio ambasciatore nel febbraio dello stesso anno, dopo un duro scontro diplomatico. Il Belize, già nel novembre 2023, ha annunciato la rottura dei rapporti diplomatici con Tel Aviv.
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