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Vasco Rossi si racconta

Vasco è “il nome del compagno di prigionia di mio padre che gli salvò la vita”, racconta ancora. Suo padre era uno dei 600mila internati militari in Germania che rifiutarono di combattere per Hitler: “Gli americani bombardarono il lager, lui cadde in una buca, questo Vasco lo tirò su di peso e papà gli disse: se un giorno avrò un figlio, lo chiamerò come te”.

“Mio padre teneva un diario. L’ho riletto da poco – svela Vasco – Racconta la morte di un prigioniero, ucciso a bastonate da un kapò italiano, di cui papà scrive nome e cognome. Non aveva studiato, non era mica uno scrittore, ma aveva visto i suoi compagni morire di fatica e di botte: cose talmente terribili che voleva testimoniarle. E io le ho assorbite. Non riesco a vedere i film sui deportati e sulla Shoah, non ho visto neppure Schindler’s List. Mi turbano troppo. Per questo ogni anno ricordo il Giorno della Memoria”. E ancora: “Io sono nato dopo la guerra, la mia generazione si era illusa che le guerre fossero finite. Invece ora bussano alla nostra porta. E si arriva a minacciare una guerra nucleare, come mai si era fatto in passato”, prosegue Vasco, secondo cui “Putin è un dittatore guerrafondaio che va fermato. Sostenendo l’Ucraina, ma anche avviando una trattativa che metta fine ai massacri”.

Vasco ha anche ripercorsi gli anni segnati dalle droghe: “Potevo stare tre giorni senza dormire, grazie alle anfetamine. Poi ho capito che le anfetamine sono pericolose. Ho sperimentato la mia psiche, sono entrato nella mia mente, ho fatto un viaggio dentro la mia coscienza. Le sostanze stupefacenti le ho provate quasi tutte, tranne l’eroina. Mettere l’eroina sullo stesso piano della marijuana è criminale, perché così i ragazzi si convincono che si equivalgano, e se lo spacciatore non ha una, allora si può comprare l’altra…”, racconta ancora il rocker che ha ricordato anche il carcere. “Cinque giorni di isolamento. Giorni infiniti, minuti lunghissimi. Non passava mai” spiega: “Cercavo di dormire, mi svegliavo credendo di aver fatto un brutto sogno; infine realizzavo che era tutto vero. Poi altri 17 giorni di galera. Solo De André venne a trovarmi, con Dori. Pannella mandò un telegramma. Fu l’occasione per resettarmi. Mi sono disintossicato da solo, senza bisogno di andare in comunità. Dopo la galera sono tornato a casa, a Zocca, e non ne sono uscito per otto mesi. Senza anfetamine non riuscivo ad alzarmi dal letto. E in tanti erano contenti”.

“Il politicamente corretto non mi convince. Non conta come definisci una persona, ma cosa ne pensi e come ti comporti”, dice ancora Vasco Rossi al ‘Corriere della Sera’, raccontando della sua canzone ‘Colpa d’Alfredo’ e di quel verso “è andata a casa con il negro la troia”. “In realtà la ragazza che corteggiavo era andata via con Salvino, che non era affatto nero, solo abbronzato” precisa il cantante: “Non mi riferivo al colore della pelle, ma alle dimensioni… Era insomma una canzone da cui i neri uscivano benissimo. Se la riscrivessi oggi mi arresterebbero”.

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