Cronaca

Due papà gay italiani bloccati in California con il figlio nato da gpa

Una coppia di papà gay italiani di Arezzo si trova bloccata in California dopo la nascita del loro figlio tramite gestazione per altri (GPA). I due padri, se rientrassero in Italia con il proprio figliolo, rischierebbero fino a due anni di carcere e una multa fino a 600mila euro, a causa della legge che ha reso la GPA un “reato universale”, fortemente voluta da Giorgia Meloni in persona.

Dal 3 dicembre 2024, la gestazione per altri è diventata reato universale in Italia. Questo significa che chiunque ricorra a questa pratica, anche in paesi dove è perfettamente legale, può essere perseguito penalmente in Italia. La legge, proposta dalla deputata di Fratelli d’Italia Maria Carolina Varchi – Meloni aveva lavorato a una legge analoga già nel 2022, nella scorsa legislatura, insieme a Mara Carfagna – , ha inasprito le pene, equiparando la GPA a un crimine perseguibile ovunque nel mondo. Prima della riforma, la GPA era già vietata in Italia, ma non comportava conseguenze penali se effettuata all’estero.

La coppia protagonista di questa vicenda è composta da due professionisti tra i 30 e i 40 anni, residenti ad Arezzo ma con lavori fuori città. Dopo anni di relazione, avevano deciso di avere un figlio attraverso la GPA in California, dove la pratica è legale e regolamentata. A San Diego hanno trovato una donna disposta a portare avanti la gravidanza con il seme di uno dei due.

Quando il processo è iniziato, la GPA in Italia era vietata, ma non ancora penalmente perseguibile. Tuttavia, con la nascita del bambino poche settimane fa, la coppia si è trovata di fronte a un problema insormontabile: rientrare in Italia significherebbe finire sotto processo.

Gli scenari possibili per la coppia sono limitati e tutti complessi. La prima opzione sarebbe far riconoscere il bambino come figlio del solo padre biologico, lasciando l’altro partner senza alcun diritto legale sul minore. Questa soluzione eviterebbe il rischio penale, ma comporterebbe un enorme sacrificio per la stabilità familiare.

La seconda opzione è l’autodenuncia: rientrando in Italia dichiarando apertamente di aver fatto ricorso alla GPA, i due uomini affronterebbero un processo, rischiando pene severe. Il loro avvocato, Gianni Baldini, docente all’Università di Siena e noto per la sua difesa dei diritti civili, potrebbe portare il caso davanti alla Corte Costituzionale, sollevando una questione di legittimità sulla legge Varchi.

Infine, la coppia potrebbe scegliere di restare all’estero, allontanandosi definitivamente dall’Italia per garantire un futuro sereno al proprio figlio.

La storia della coppia aretina ricorda il caso dei due papà gay italiani bloccati in Argentina lo scorso dicembre. Anche loro avevano avuto un figlio tramite GPA, ma al momento di tornare in Italia sono stati fermati all’aeroporto di Buenos Aires. Le autorità argentine avevano negato l’uscita del bambino, poiché i documenti italiani non riconoscevano entrambi i genitori. Dopo giorni di tensione e l’intervento delle autorità diplomatiche, la coppia è riuscita a partire, ma con un percorso burocratico e legale estremamente complesso.

Il caso della coppia aretina e quello argentino dimostrano gli effetti concreti della criminalizzazione della GPA: famiglie separate, genitori costretti all’anonimato o all’esilio, e bambini privati di tutele legali. Mentre paesi come Canada, Regno Unito e Stati Uniti regolamentano la GPA garantendo la protezione di tutte le parti coinvolte, l’Italia sceglie la strada della criminalizzazione totale, mettendo al centro non il benessere del minore, ma un approccio ideologico punitivo.

Il futuro di questa famiglia è incerto, così come quello di tutte le altre coppie italiane che hanno fatto ricorso alla GPA all’estero. Il rischio è che sempre più genitori siano costretti a rinunciare ai propri diritti, o addirittura a vivere nell’illegalità, per proteggere i propri figli da una legge che li tratta come criminali. La cancellazione della vita delle persone LGBTIAQ+ in Italia è già in essere.

3 risposte »

  1. Mentre la Consulta fa sapere che i figli di due madri avranno diritto ad essere riconosciuti fin dalla nascita, diversa resta la situazione per le coppie di padri. Ma in questi giorni  Pesaro ha fatto da cornice a un evento giuridico a cui prestare attenzione: una coppia gay pesarese ha ottenuto il permesso di adottare il loro secondo figlio, concepito tramite gestazione per altri (GPA). Decisione che segna un passo significativo e sottintende una volontà giuridica di respingere l’approccio ideologico all’italiana, soprattutto dopo l’approvazione della criminalizzazione universale della GPA anche se svolta all’estero, voluta dal Giorgia Meloni e dalla destra italiana lo scorso 16 ottobre scorso.

    La storia di due papà di Pesaro: la prima storica sentenza nelle Marche

    due papà, entrambi liberi professionisti, già due anni fa avevano affrontato il lungo percorso per diventare genitori, raccontato dal Corriere Adriatico. Entrambi avevano realizzato il sogno di diventare genitori grazie alla gestazione per altri. La coppia – all’epoca di 30 e 40 anni – si era recata a San Diego, negli Stati Uniti, dove la pratica della GPA è perfettamente legale e regolamentata da norme statali rigorose. Affidatisi a un’agenzia specializzata, i due uomini avevano intrapreso un percorso ben definito: dopo la donazione del seme, avevano selezionato una donatrice di ovuli da una banca dati e successivamente conosciuto la donna che avrebbe portato avanti la gravidanza.

    Negli Stati Uniti, la legge impone criteri stringenti per le gestatrici, tra cui l’indipendenza economica, proprio per prevenire ogni possibile forma di sfruttamento. Dopo nove mesi, i due papà sono tornati negli USA per accogliere il loro bambino, registrato ufficialmente come cittadino americano con un certificato di nascita che riporta entrambi i genitori e un doppio cognome. È stato l’inizio di una nuova vita, ma anche del lungo percorso legale necessario per vedere riconosciuta in Italia la loro genitorialità condivisa.

    In Italia, l’obiettivo della coppia era ottenere il riconoscimento della bigenitorialità, ma le trascrizioni con doppia paternità sono state spesso contestate dai tribunali. Solo il padre biologico è stato inizialmente riconosciuto come genitore legale. L’unica via percorribile è stata quindi l’adozione da parte del secondo papà, come previsto dalla giurisprudenza della Cassazione. Dopo un’accurata valutazione da parte dei servizi sociali e il parere favorevole del PM, nell’agosto 2023 il tribunale dei minori ha riconosciuto ufficialmente la doppia paternità: una vittoria legale e simbolica per il diritto delle famiglie omogenitoriali, nonché la prima storica sentenza nelle Marche.L’arrivo del secondo figlio grazie alla GPA

    Negli ultimi due anni, anche il secondo papà ha scelto di intraprendere il percorso della GPA, seguendo lo stesso iter affrontato in precedenza. Il nuovo bambino è stato accolto in Italia e cresciuto serenamente insieme al fratello maggiore, circondato dall’amore di entrambi i genitori. La coppia, con il supporto legale dell’avvocata Claudia Fabiani, ha avviato nuovamente le pratiche per l’adozione. Questa volta, però, l’iter si è presentato più complesso, a causa del mutato contesto normativo che pone nuovi ostacoli alle famiglie formate da coppie di papà e dall’utilizzo della tecnica procreativa GPA.L’ok del tribunale: nuova sentenza storica nella Marche

    Nonostante dallo scorso ottobre, la GPA è stata ufficialmente classificata come reato universale in Italia, estendendo la punibilità anche a chi vi ricorre all’estero, in Paesi dove la pratica è legale e regolamentata, i giudici hanno autorizzato l’adozione anche del secondo figlio della coppia gay pesarese. Il motivo? Il bambino è nato prima dell’entrata in vigore della legge, motivo per cui non si applica alcuna retroattività.

    Nel concedere l’adozione, il tribunale ha richiamato una recente sentenza della Cassazione, sottolineando l’importanza di garantire al minore la piena tutela affettiva e giuridica. Il bambino è “una parte debole che potrebbe risultare fortemente danneggiata pur senza responsabilità”, hanno scritto i giudici. Negare il riconoscimento solo per via della tecnica procreativa utilizzata dai genitori e vietata dal nostro ordinamento significherebbe perpetuare una discriminazione, in violazione del principio di uguaglianza. La decisione è stata dunque ispirata – come affermato nella motivazione – da “una interpretazione che deve essere improntata a un senso di umanità”.

    Nel frattempo, mentre le sfide legali e sociali persistono, questa sentenza apre la strada per una maggiore inclusione e rispetto dei diversi modelli familiari, assicurando che ogni bambino possa crescere in un ambiente amorevole e protetto, indipendentemente dall’origine della sua nascita. I due fratelli, intanto, crescono sereni, ignari delle aule giudiziarie, tra giochi, affetto e la quotidianità di una famiglia che li ama.

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