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Parlamento Ue verso il riconoscimento universale delle famiglie omogenitoriali

Il Parlamento UE verso il riconoscimento universale delle famiglie omogenitoriali

Da tempo in Italia, le famiglie arcobaleno vivono sotto attacco. Si è iniziato col togliere il nome del genitore non biologico dai certificati di nascita dei figli. Poi è arrivata la legge sulla gestazione per altri come reato universale, bandiera della crociata morale della destra di governo, che colpisce chiunque, cittadino italiano, vi ricorra all’estero, in paesi dove la pratica è regolamentata e legale. La politica ha inferto un colpo preciso: non solo alla GPA, ma anche e soprattutto ai bambini e le bambine già nati, già qui, privandoli di uno dei loro genitori davanti alla legge.

Mentre questo accade, tra i banchi del Parlamento europeo il vento soffia però fortunatamente in direzione opposta. Nonostante l’avanzata delle destre nazionaliste e reazionarie abbia toccato da tempo le istituzioni di molti Stati membri – dall’Italia di Giorgia Meloni all’Olanda post-Rutte, passando per l’immarcescibile blocco di Visegrád – l’Unione Europea rimane ferma sulla propria posizione: i diritti dei bambini vengono prima di tutto, e le famiglie omogenitoriali hanno diritto a vederli garantiti in egual misura, ovunque.

E così, durante la plenaria del 13 febbraio a Strasburgo, il commissario europeo per la Giustizia intergenerazionale e la Cultura, Glenn Micalleff, ha riaffermato ancora una volta questo principio con parole che, però, non suonano prive di ambiguità.

Riconoscere i documenti di stato civile di un figlio nato da due genitori dello stesso sesso non significa istituire automaticamente il matrimonio omosessuale“, ha dichiarato. Un inciso necessario, che però lascia l’amaro in bocca: come se fosse necessario rassicurare qualcuno, come se il riconoscimento dei diritti non potesse prescindere dal sottolineare che non si sta, Dio non voglia, aprendo la strada al matrimonio egualitario. Il prezzo da pagare per non disturbare troppo l’equilibrio già precario su cui si regge il confronto tra le diverse anime politiche europee.

Eppure, al netto di questa concessione dialettica, il senso dell’intervento di Micalleff resta netto: il diritto dei bambini a vedersi riconosciuti come figli dei propri genitori non può dipendere dal sesso di questi ultimi. “Riconoscere i documenti di stato civile pubblicati in un altro Stato membro è indispensabile per garantire il godimento dei diritti fondamentali dell’Unione – ha aggiunto il commissario – quali la libertà di circolazione, il diritto a cambiare residenza e ad essere trattati alla pari delle persone del Paese ospitante“.

In altre parole: le famiglie non possono dissolversi ai confini. Un bambino che ha due madri in Spagna non può ritrovarsi con una sola, o peggio, con nessuna, in Italia. La libera circolazione – quel principio fondativo su cui si regge l’intero edificio comunitario – non può trasformarsi in una roulette russa per i diritti dei figli delle coppie LGBTQIA+.

La Commissione europea aveva già indicato la strada con la proposta, avanzata nel 2022, di istituire un certificato di genitorialità unico, valido in tutti i paesi dell’Unione. Il Parlamento europeo l’aveva sostenuta nel 2023 con un primo voto favorevole. Ma il Consiglio UE, dove siedono i governi nazionali, resta il vero scoglio: lì il fronte conservatore blocca ogni avanzamento, brandendo la sovranità statale come scudo ideologico e come arma di ricatto.

Il certificato di genitorialità avrebbe una funzione chiara: garantire che i diritti fondamentali dei figli – eredità, mantenimento, rappresentanza legale – siano tutelati ovunque, indipendentemente dal fatto che siano nati da due madri, da due padri, da una GPA o da una fecondazione eterologa. È la traduzione più concreta del principio secondo cui tutti i cittadini europei devono essere uguali davanti alla legge. E soprattutto, è la tutela minima che ogni bambino dovrebbe poter esigere: sapere che, ovunque vada, sarà figlio di chi lo ha cresciuto, amato, protetto.

Di fronte a questa evidenza, l’opposizione degli Stati reazionari si rivela per ciò che è: una difesa oltranzista della discriminazione, mascherata da tutela delle tradizioni. Italia, Ungheria, Bulgaria, Georgia e le altre democrazie europee che scivolano lentamente nell’illiberalismo continuano a fare muro, sostenendo che la genitorialità sia materia di competenza esclusivamente nazionale. In realtà, difendono l’idea che alcuni bambini valgano meno di altri. Lo fanno con le circolari, con le leggi, con le dichiarazioni paternalistiche.

Lo fanno, soprattutto, con la retorica della protezione: protezione della famiglia tradizionale, protezione dei valori cristiani, protezione dei bambini. Ma è una protezione che si trasforma in cancellazione per tutti coloro che non rientrano nel perimetro tracciato da quella visione monolitica di famiglia.

La partita che si gioca oggi attorno al certificato di genitorialità unico è, in fondo, la stessa che l’Europa gioca da sempre: quella tra un’idea di libertà che attraversa i confini e un’idea di appartenenza chiusa dentro di essi. Tra chi crede che l’Unione debba essere uno spazio di diritti e chi la vuole ridurre a un’arena di sovranità contrapposte. Tra chi pensa che una famiglia sia fatta dai legami d’amore e chi si aggrappa a un modello astratto, a prescindere dalla carne e dal sangue dei bambini che rimangono schiacciati in questo scontro.

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