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Per anni, il Kenya ha rappresentato un’illusione di sicurezza per le persone lgbt in fuga dalla repressione in paesi vicini come Uganda, Tanzania o Somalia. Un’illusione appunto, perché oggi il deterioramento delle condizioni per i richiedenti asilo queer rivela una realtà molto più complessa, dove la burocrazia diventa strumento dell’ostilità istituzionale, che si somma a quella sociale.
E il problema non riguarda solo il Kenya: è l’intero continente africano a registrare un’impennata dell’omofobia di Stato, processo in cui si intrecciano il progressivo disimpegno occidentale e la crescente influenza russa e cinese.
La strategia di Mosca e Pechino è ormai chiara: sostegno economico e militare incondizionato in cambio di fedeltà geopolitica, senza fastidiose clausole sui diritti umani. Un modello già rodato in paesi come il Mali, il Burkina Faso e la Repubblica Centrafricana, dove i governi filo-occidentali sono stati progressivamente sostituiti da giunte militari sostenute dai BRICS.
E l’Africa orientale non è certo immune a questa deriva. Il Kenya, tradizionalmente considerato un partner affidabile degli Stati Uniti e dell’Europa, sta infatti lentamente scivolando nell’ormai pervasiva retorica di autodeterminazione che vede nei diritti lgbt un’imposizione neocoloniale.
Non aiuta lo stop ai finanziamenti dell’USAID imposto da Donald Trump, tramite il quale gli Stati Uniti hanno ridotto la pressione sui governi africani per il rispetto dei diritti umani. Un vuoto che Mosca ha rapidamente colmato, rafforzando governi già inclini a politiche repressive e riducendo ulteriormente gli incentivi a proteggere le minoranze vulnerabili.
L’adozione di leggi sempre più restrittive nei confronti delle persone lgbt non può dunque essere osservata come il mero riflesso di un crescente fondamentalismo conservatore, ma una strategia politica per consolidare il potere, sfidare l’Occidente e rafforzare il consenso interno attraverso il nazionalismo culturale.
E così, anche il Kenya si sta rapidamente allontanando dal ruolo di rifugio per i richiedenti asilo lgbt, per ora solo tramite la complicità un sistema di asilo che si sta trasformando in un limbo senza via d’uscita. E chi resta intrappolato in questa impasse si ritrova, ancora una volta, vulnerabile a violenze, discriminazioni e precarietà assoluta.
Ad oggi, oltre 219.000 richiedenti asilo in Kenya – paese che formalmente criminalizza l’omosessualità, ma non applica mai la normativa specifica – aspettano ancora una decisione sul loro status. Un’attesa che per molti si protrae per anni – anche in seguito al paventato disegno di legge che imporrebbe le pratiche di conversione per i rifugiati queer, fortunatamente decaduta. Tra loro, centinaia di persone lgbt in fuga da paesi in cui l’omosessualità è punita con la prigione o la pena di morte, come l’Uganda, dove il Anti-Homosexuality Act ha introdotto sanzioni tra le più severe al mondo.
Il testo, sostenuto dal governo del presidente Yoweri Museveni, prevede pene detentive fino all’ergastolo per “atti omosessuali” e la pena di morte per la cosiddetta “omosessualità aggravata”, una definizione volutamente ambigua che può includere qualsiasi relazione tra persone dello stesso sesso ritenuta ripetuta o “predatoria”. Oltre alle punizioni per gli individui, la legge introduce anche sanzioni per chiunque “promuova l’omosessualità”, criminalizzando le organizzazioni per i diritti lgbt, gli attivisti e persino chi fornisce supporto legale o sanitario alle persone queer.
Un provvedimento che però si inserisce in un trend repressivo ben più ampio in diversi paesi africani, alimentato da gruppi ultraconservatori locali e dall’influenza di attori internazionali come la Russia, ma anche delle frange evangeliche statunitensi.
Per i rifugiati lgbt, il tempo è dunque un fattore di rischio concreto: senza il riconoscimento della protezione internazionale, non hanno accesso ai programmi di reinsediamento, né alla protezione formale delle autorità locali, mentre l’ONU e le ONG continuano a chiedere accelerazioni nei processi.
Ma se in passato la retorica ufficiale del governo manteneva una certa ambiguità, oggi la posizione dell’amministrazione di William Ruto è infatti diventata esplicita. Il presidente, noto per le sue posizioni ultraconservatrici, ha criticato apertamente la sentenza della Corte Suprema del Kenya che consentiva la registrazione di un’organizzazione per i diritti lgbt, definendola contraria ai valori morali del paese. Già nel 2015, Ruto aveva dichiarato che in Kenya “non c’è spazio per l’omosessualità“. Per poi, nel 2023, proporre una normativa per vietare “tutto ciò che ha a che fare con l’omosessualità”, fortemente contestata dai governi occidentali con la minaccia del ritiro dei finanziamenti. Il Kenya, però, tira dritto.
Il commissario per i rifugiati John Burugu ha dunque dichiarato ufficialmente che l’orientamento sessuale non rientra tra i criteri per ottenere asilo, una presa di posizione che di fatto svuota di significato il diritto alla protezione per chi fugge da persecuzioni mirate. La legge sui rifugiati del Kenya (Refugees Act 2021) riconosce infatti la protezione per chi appartiene a un “gruppo sociale perseguitato”, ma non menziona esplicitamente le persone lgbt. Ambiguità normativa consente al governo di escludere sistematicamente i richiedenti asilo queer, negando loro non solo il riconoscimento formale, ma anche l’accesso ai servizi di base.
Attitudine che non può essere scollegata dagli sviluppi geopolitici internazionali. Fino a qualche anno fa, il Kenya ha sempre mantenuto un delicato equilibrio tra le grandi potenze, ma con la progressiva erosione dell’influenza occidentale nel continente, la posizione del paese si sta facendo più ambigua. Sebbene il Kenya abbia criticato apertamente l’invasione russa dell’Ucraina, il governo Ruto sta al tempo stesso intensificando la cooperazione economica con Mosca, cercando di attrarre investimenti e rafforzare gli scambi commerciali. Nel 2023, Ruto ha addirittura discusso la possibilità di un formale accordo commerciale con la Russia.
Tuttavia, a esercitare la maggiore influenza sul Kenya resta la Cina, il principale partner commerciale del Paese. Pechino ha finanziato e costruito infrastrutture chiave, come la ferrovia Mombasa-Nairobi, e ha consolidato la sua presenza in settori strategici dell’economia keniana. L’approccio cinese, basato su investimenti massicci e assenza di condizionamenti in materia di diritti umani, ha fornito a Nairobi un modello alternativo di sviluppo che non impone concessioni sul piano delle libertà civili. Di fronte a questa duplice influenza – da un lato l’espansione cinese, dall’altro il pragmatismo russo, che non vincola i propri accordi economici a criteri democratici – il governo keniano sta ridefinendo le proprie alleanze, emancipandosi sempre più dalle pressioni occidentali.
Il risultato? Un’intera categoria di rifugiati condannata a vivere nell’ombra, senza possibilità di lavoro, cure mediche o protezione da attacchi omofobi. Un tempo percepito come un’opzione praticabile per chi fuggiva dalla repressione in Uganda o Tanzania, il Kenya sta quindi velocemente trasformandosi in una trappola, a causa della quale i rifugiati queer rimangono bloccati in un limbo senza alcuna prospettiva di uscita.
Per i pochi che riescono ad ottenere lo status di rifugiati, l’unica speranza concreta è il reinsediamento in un paese terzo, come Canada, Svezia o altri stati occidentali. Ma anche questa possibilità si sta rivelando un miraggio sempre più lontano. Dal 2006, è infatti il Kenya stesso a gestire le domande di protezione per conto dell’ONU, il che significa che solo chi ha già ottenuto lo status di rifugiato può essere considerato per il reinsediamento. Ma con i ritardi sistematici nelle decisioni, migliaia di persone restano bloccate in un limbo che le esclude da qualsiasi opportunità di ricollocamento.
Chi non viene riconosciuto ufficialmente come rifugiato non ha alcuna possibilità di partire. E mentre le autorità locali rallentano le pratiche, i governi occidentali – sempre meno disposti a investire in programmi di reinsediamento – non intervengono per accelerare il processo.
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