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L’asessualità non è un aspetto nuovo della sessualità umana, tuttavia è piuttosto recente nella trattazione pubblica. A confronto con altre identità, l’asessualità ha finora ricevuto poca attenzione dalla comunità scientifica, e la ricerca sulla prevalenza dell’asessualità è carente. S. E. Smith di The Guardian non è sicuro se l’asessualità sia in aumento, ipotizzando invece che abbia semplicemente ricevuto maggiore visibilità. Alfred Kinsey valutò l’orientamento sessuale degli individui con una scala da 0 a 6, da eterosessuale a omosessuale (nota come Scala Kinsey). Ha anche incluso una categoria “X” per gli individui “senza contatti o reazioni socio-sessuali”. Lo studioso Justin J. Lehimmer commentò al riguardo: “la classificazione X di Kinsey enfatizza una mancanza di comportamento sessuale, mentre nella definizione moderna di asessualità si enfatizza la mancanza di attrazione sessuale. Pertanto, la Scala Kinsey potrebbe non essere sufficiente per una classificazione accurata dell’asessualità”. Kinsey classificò l’1,5% dei maschi adulti come X. Nel suo secondo libro, Sexual Behavior in the Human Female (1953), ha anche categorizzato gli individui X: donne non sposate = 14-19%, donne sposate = 1-3%, donne precedentemente sposate = 5-8%, maschi non sposati = 3-4%, uomini sposati = 0%, e uomini precedentemente sposati = 1-2%.
Ulteriori dati empirici sulla demografia asessuale sono apparsi nel 1994, quando un team di ricerca del Regno Unito effettuò un sondaggio che includeva 18 876 residenti britannici, in risposta alla necessità di informazioni sulla sessualità, agli albori della pandemia dell’AIDS. Il sondaggio includeva una domanda sull’attrazione sessuale, a cui l’1,05% della popolazione ha risposto con “mai avuto attrazione sessuale nei confronti di qualcuno”. Lo studio del fenomeno è poi continuato con il ricercatore canadese Anthony Bogaert nel 2004, esplorando la demografia asessuale in una serie di studi. La ricerca di Bogaert ha indicato che l’1% della popolazione britannica non percepisce attrazione sessuale, ma credeva che non fosse un numero accurato, e che la percentuale di persone che si identificano come asessuali potrebbe essere molto più grande, in quanto il 30% di chi è stato contattato per il sondaggio iniziale ha rifiutato la partecipazione. Poiché le persone con minore esperienza sessuale hanno una maggiore probabilità di rifiutare la partecipazione in studi sulla sessualità, è pertanto possibile che la popolazione asessuale fosse sottorappresentata tra i partecipanti. Lo stesso studio ha anche indicato il numero di omosessuali e bisessuali combinati sull’1,1% della popolazione, decisamente più basso di quanto stabilito in altri studi.
Di contro, uno studio di Aicken et al., pubblicato nel 2013, suggerisce che, basandosi sui dati Natsal-2 del 2000-2001, la prevalenza della popolazione asessuale in Gran Bretagna si attesti a solamente lo 0,4% della popolazione, in un range di età tra i 16 e i 44 anni. Tale numero indica un calo dello 0,9% rispetto ai dati del Natsal-1, raccolti una decade prima, con lo stesso range di età. Un’analisi del 2015 di Bogaert ha anch’esso individuato questo declino tra i dati del Natsal-1 e Natsal-2. Aicken, Mercer, e Cassell trovarono alcune prove sulla differenza etnica tra i partecipanti che non avevano percepito attrazione sessuale; sia uomini sia donne di origine indiana o pakistana avevano una maggiore possibilità di riportare una mancanza di attrazione sessuale.
In un sondaggio condotto da YouGov nel 2015, a 1 632 adulti britannici fu chiesto di individuarsi nella Scala Kinsey. L’1% dei partecipanti rispose con “nessuna sessualità”, suddivisi in 0% uomini e 2% donne, e una media dell’1% tra tutte le fasce d’età.
Non c’è un dibattito significativo sul considerare l’asessualità come orientamento sessuale. Nell’ICD (classificazione internazionale delle malattie dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) e nel DSM (Manuale statistico dei disordini mentali pubblicato dall’American Psychiatric Association) non c’è alcuna menzione all’asessualità.
Sotto molti aspetti l’asessualità è sovrapponibile al disturbo ipoattivo del desiderio sessuale maschile (in inglese: Male Hypoactive Sexual Desire Disorder (MHSDD)) e del disturbo del desiderio sessuale femminile (Female Sexual Interest/Arousal Disorder) che consiste nella «persistente o ricorrente insufficienza (o assenza) di pensieri o fantasie sessuali/erotici e di desiderio di attività sessuale» che duri almeno da 6 mesi. Perché venga definita una disfunzione sessuale è necessario che i sintomi causino nell’individuo un disagio clinicamente significativo. Le persone che si definiscono asessuali non provano disagio per l’assenza di attrazione sessuale. L’asessualità è inoltre considerata da alcuni autori come una stabile assenza di attrazione sessuale. Uno studio riporta che, a differenza dei soggetti con HSDD, gli asessuali descrivono livelli minori di desiderio sessuale, esperienza sessuale, disagio relativo al sesso e sintomi depressivi. I ricercatori Richards e Barker notano inoltre che gli asessuali non presentano livelli sproporzionati di alessitimia, depressione, o disturbi della personalità. Un particolare sottotipo di asessualità iatrogena, è quello dovuto all’assunzione di alcuni farmaci, in particolare psicofarmaci antidepressivi, in grado di indurre come effetto collaterale l’inibizione di diversi aspetti del funzionamento sessuale.
Il primo studio a dare dati empirici sull’asessualità è stato pubblicato nel 1983 da Paula Nurius, riguardo alla correlazione tra l’orientamento sessuale e la salute mentale. A 689 soggetti, per la maggior parte studenti universitari degli Stati Uniti in facoltà di psicologia o sociologia, furono dati numerosi sondaggi, incluse quattro scale sul benessere. I risultati dimostrarono che gli asessuali erano maggiormente soggetti a bassa autostima ed avevano più probabilità di essere depressi, rispetto ai membri di altri orientamenti sessuali: il 25,88% degli eterosessuali, il 26,54% dei bisessuali, il 29,88% degli omosessuali, e il 33,57% degli asessuali riportarono di avere problemi di autostima. Una simile tendenza fu anche riscontrata per la depressione. Nurius tuttavia non credeva fosse possibile trarre solide conclusioni da questi sondaggi, per una varietà di motivi.
In uno studio del 2013, Yule et al. investigò nelle variazioni della salute mentale tra persone di etnia caucasica, che si identificavano come eterosessuali, omosessuali, bisessuali e asessuali, per un totale di 203 maschi e 603 femmine partecipanti. Yule et al. scoprì che i partecipanti asessuali maschi avevano maggiori probabilità di segnalare un disturbo dell’umore rispetto agli altri maschi, specialmente in comparazione con gli eterosessuali. Un simile riscontro si trovò anche tra le partecipanti donne, con l’eccezione dei partecipanti non-asessuali e non-eterosessuali, che dimostravano le probabilità più alte in assoluto. I partecipanti asessuali di entrambi i sessi inoltre dimostravano di essere maggiormente soggetti a disturbi sull’ansia rispetto agli altri partecipanti, e avevano anche maggiori probabilità di riportare pensieri suicidi recenti. Yule et al. ipotizzò che alcune di queste differenze potevano essere dovute alle discriminazioni e altri fattori sociali.
Nei confronti delle categorie di orientamento sessuale, l’asessualità è stata da alcuni criticata come non abbastanza importante da essere aggiunta come categoria, descrivendola invece come la mancanza di un orientamento sessuale o sessualità. Ci sono anche argomenti che propongono l’asessualità come il rifiuto della propria sessualità, definendola quindi un disturbo causato dalla vergogna sulla sessualità, ansietà o abusi sessuali, a volte basando questa credenza su come alcuni individui asessuali si masturbino, o partecipano occasionalmente in attività sessuali per far piacere al proprio partner romantico. Nel contesto di politiche di identificazione degli orientamenti sessuali, l’asessualità può politicamente fungere da categoria di identità sull’orientamento sessuale.
La proposta di considerare l’asessualità come disfunzione è ormai accantonata dalla comunità medica. Chi si identifica come asessuale solitamente preferisce riconoscerlo come orientamento sessuale. I ricercatori che argomentano l’asessualità come orientamento sessuale, spesso sottolineano l’esistenza di differenti preferenze sessuali; questi studiosi, così come molti asessuali, ritengono che la mancanza di attrazione sessuale sia valida abbastanza da essere categorizzata come orientamento sessuale. Sostengono inoltre che gli asessuali non scelgono volontariamente di non avere desiderio sessuale, e generalmente iniziano a notare le proprie differenze nei comportamenti sessuali durante l’adolescenza. A causa di questi fatti, viene ponderata l’asessualità come ben più di una scelta comportamentale, e non qualcosa che può essere curato, come un disturbo. Ci sono anche analisi che discutono se l’asessualità stia diventando maggiormente popolare.
La ricerca sull’eziologia dell’orientamento sessuale, quando applicato sull’asessualità, ha difficoltà sull’essere definita dai ricercatori in modo consistente. L’orientamento sessuale viene definito come “durevole” e resistente al cambiamento, dimostrando di essere generalmente impervio a interventi atti a cambiarlo, e l’asessualità potrebbe essere definita come tale proprio perché durevole e consistente nel tempo. Mentre l’eterosessualità, l’omosessualità e la bisessualità sono di solito, ma non sempre, determinati durante i primi anni di preadolescenza, non è chiaro quando l’asessualità sia invece determinata. “Non è chiaro se queste caratteristiche [“mancanza di interesse o desiderio per il sesso”] durino tutta la vita, o possano essere acquisite”.
Un criterio tipicamente usato per definire un orientamento sessuale è che sia stabile nel tempo. In una analisi del 2016 sulla rivista accademica Archives of Sexual Behavior, Brotto & Yule ha trovato un debole riscontro di questa caratteristica tra gli individui asessuali. Analizzando i dati dello studio National Longitudinal Study of Adolescent to Adult Health di Stephen Cranney, risulta che su 14 individui (di età tra i 18 e i 26 anni) che hanno riportato durante il terzo censimento dello studio di non avere alcuna attrazione sessuale, solo 3 hanno continuato a definirsi come tale durante sei anni dopo, nel quarto censimento. Tuttavia, Cranney fa notare come l’identificazione degli asessuali durante il terzo censimento è stato comunque un forte elemento per la previsione di chi fosse asessuale nel quarto censimento; successivamente Cranney commentò anche di come l’analisi di questi dati fosse particolarmente difficoltosa a causa dell’assenza di standard qualitativi su quanto il desiderio sessuale debba persistere, per considerarlo sufficientemente stabile o intrinseco per definire l’asessualità come orientamento.
Mentre alcuni asessuali si masturbano come forma solitaria di sfogo, o partecipano in attività sessuali per il beneficio di un partner romantico, non tutti lo fanno. Fischer et al. riferì che “gli studiosi di psicologia riguardo l’asessualità suggeriscono che le persone asessuali sono capaci di avere eccitazione genitale, ma possono avere difficoltà con la cosiddetta eccitazione soggettiva”. Questo significa che “mentre il corpo diventa eccitato, soggettivamente –al livello della mente e delle emozioni –l’individuo non percepisce eccitazione”.
L’Istituto Kinsey sponsorizzò un altro piccolo sondaggio sull’argomento nel 2007, in cui fu riscontrato che chi si auto-identificava come asessuale “riportava significativamente meno desiderio per il sesso con un partner, minore eccitazione sessuale, ma non differiva in maniera consistente dai non-asessuali nei punteggi sulle inibizioni sessuali o il desiderio di masturbarsi”.
Un articolo scientifico del 1977 intitolato Asexual and Autoerotic Women: Two Invisible Groups, di Myra T. Johnson, è esplicitamente dedicato all’asessualità negli esseri umani. Johnson definisce l’asessualità come uomini e donne “che, indipendentemente dalla condizione fisica o emozionale, passato sessuale, e stato matrimoniale od orientamento ideologico, sembrano preferire non partecipare in attività sessuali”. Descrive anche un contrasto tra donne autoerotiche e donne asessuali: “La donna asessuale… non ha desideri sessuali mentre la donna autoerotica… riconosce questi desideri ma preferisce soddisfarli da sola”. Le testimonianze di Johnson sono per la maggior parte lettere all’editore, trovate in riviste per donne scritte da donne asessuali/autoerotiche. Le descrive come invisibili, “oppresse dal consenso che non esistono”, e abbandonate sia dalla rivoluzione sessuale sia dal movimento femminista. Johnson sostiene che la società ignora o nega la loro esistenza oppure insiste che siano ascetiche per motivi religiosi, neurotici, o motivi politici.
In uno studio pubblicato nel 1979 nel volume 5 di Advances in the Study of Affect, così come in altri articoli che utilizzano gli stessi dati e pubblicati nel 1980 nel Journal of Personality and Social Psychology, Michael D. Storms dell’Università del Kansas sottolinea la sua reinterpretazione della Scala Kinsey. Mentre Kinsey misurava l’orientamento sessuale sulla base di una combinazione di comportamento sessuale, immaginazione ed erotismo, Storms usò solo questi ultimi due. Storms, tuttavia, posizionò l’etero-eroticismo e l’omo-eroticismo su assi separati piuttosto che su due estremi della stessa scala; questo permise per una distinzione fra bisessualità (dimostrando sia etero- sia omo-eroticismo similarmente agli eterosessuali e omosessuali) e l’asessualità (dimostrando un livello di eroticismo nullo o quasi per entrambi gli assi). Questo tipo di scala teneva conto dell’asessualità per la prima volta.[56] Storms speculò che molti ricercatori che seguivano il modello di Kinsey avrebbero potuto categorizzare incorrettamente i soggetti asessuali come bisessuali, perché entrambi venivano semplicemente definiti come una mancanza di preferenza di genere per i propri partner sessuali.
In uno studio del 1983 di Paula Nurius, con 689 partecipanti (la maggior parte studenti di varie università degli Stati Uniti facenti parte di corsi di psicologia o sociologia), la scala a due dimensioni di Storms fu usata per misurare l’orientamento sessuale: venne assegnato un punteggio da 0 a 100 per etero-eroticismo e altrettanto per omo-eroticismo. Gli individui che ottennero un punteggio inferiore a 10 per entrambe le scale furono categorizzati come “asessuali”, ovvero il 5% dei maschi e il 10% delle femmine partecipanti. Gli asessuali dimostrarono una frequenza e desiderio drasticamente minori per una varietà di attività sessuali incluso avere multipli partner, attività sessuali anali, incontri sessuali in una varietà di luoghi, e attività autoerotiche.
Bogaert suggerisce che la comprensione dell’asessualità sia di vitale importanza per comprendere la sessualità in generale. Nei suoi studi, Bogaert definisce l’asessualità come “una mancanza di inclinazioni/sentimenti alla lussuria diretti verso gli altri”, una definizione che descrive come relativamente nuova, in luce alle recenti teorie e al lavoro empirico sull’orientamento sessuale. Questa definizione di asessualità rende anche chiara la distinzione tra comportamento e desiderio, sia per l’asessualità sia per l’astinenza sessuale, anche se Bogaert nota anche come ci siano prove di ridotta attività sessuale per chi rientra in questa definizione. Distingue ulteriormente tra desiderio per gli altri e desiderio nello stimolo sessuale, quest’ultimo non sempre assente in chi si identifica come asessuale, anche se riconosce che gli altri teoreti definiscono l’asessualità in maniera differente e che si necessita di ulteriori studi sulla “complessa relazione tra attrazione e desiderio”. Bogaert effettua anche un’altra distinzione, tra attrazione romantica e sessuale, e prende spunto dalla psicologia dello sviluppo, in cui suggerisce come i sistemi romantici derivano dalla teoria dell’attaccamento, mentre i sistemi sessuali “risiedono principalmente in differenti strutture del cervello”.
Mentre Bogaert suggerisce che la comprensione dell’asessualità porterà a una migliore comprensione della sessualità per intero, discute anche l’argomento della masturbazione asessuale, per teorizzare sugli asessuali e “la parafilia orientata verso soggetti, in cui c’è un’inversione, capovolgimento o disconnessione tra sé stessi e il tipico oggetto di interesse/attrazione sessuale” (come l’attrazione verso sé stessi, chiamata “automonosessualismo”).
In un precedente articolo del 2006, Bogaert riconosce come la distinzione tra comportamento e attrazione è stata accettata nelle recenti concettualizzazioni dell’orientamento sessuale, e questo aiuta a categorizzare l’asessualità come tale. Aggiunge che, nel suo contesto operativo, “(la soggettiva) attrazione sessuale è la fonte psicologica dell’orientamento sessuale”, e osserva come ci potrebbe essere “dello scetticismo nelle comunità accademiche e cliniche” nel considerare l’asessualità come orientamento sessuale, sollevando due obiezioni a questa classificazione:
- potrebbe esserci un problema con l’autovalutazione (ad esempio, “percepita o presunta mancanza di attrazione”, in particolare per le definizioni di orientamento sessuale che considerano l’eccitazione sessuale piuttosto che l’attrazione soggettiva);
- esiste un problema di sovrapposizione tra desiderio sessuale assente e molto basso, in quanto chi presenta un basso desiderio sessuale potrebbe ancora presentare un orientamento sessuale nonostante si identifichi come asessuale.
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