Unione Europea

Donald Tusk striglia l’Ue: “L’Europa si armi se vuole sopravvivere”

Quasi una chiamata alle armi, l’intervento con cui il premier polacco, Donald Tusk, ha presentato al Parlamento europeo le priorità del semestre di presidenza della Polonia al Consiglio dell’Ue. Il motto scelto da Varsavia, ‘Sicurezza, Europa!’ è tutto un programma, la “massima priorità”, declinata addirittura in sette dimensioni. La prima, prerogativa di tutte le altre, è la sicurezza contro i nemici esterni: “Se l’Europa vuole sopravvivere, deve armarsi“, ha affermato Tusk. Come fa già la sua Polonia, che spende ormai il 5 per cento del proprio Pil per la difesa.

L’appello del premier polacco è solo l’ultimo in ordine di tempo, nella giornata in cui anche l’Alta rappresentante Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, e il commissario europeo per la Difesa, Andrius Kubilius, hanno sottolineato l’urgenza di “mobilitare le finanze per soddisfare le nostre necessità di difesa”. Kubilius, intervenuto alla conferenza annuale dell’Agenzia europea per la difesa, ha alzato l’asticella della spesa militare in rapporto al Pil al 5-6 per cento. Sempre questa mattina, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha insistito sulla necessità di costruire una vera “Unione della Difesa”.

Tusk ha scelto un discorso meno concreto, puntando tutta sulla forza simbolica delle immagini richiamate. Dalla rivisitazione in chiave europea dell’inno polacco, in cui si afferma che “la Polonia non morirà finché noi viviamo”, alla “crisi dello spirito europeo“. Il premier polacco ha citato Cristoforo Colombo, Alessandro Magno, i vichinghi e i navigatori europei, perché l’Europa “dovrebbe sempre fare riferimento ai grandi momenti della nostra storia che hanno cambiato il mondo”.

È questa “grandezza” che dà all’Europa “il diritto di parlare con convinzione a voce alta” di fronte agli altri attori globali, in un contesto geopolitico sempre più aggressivo e incerto. “Siamo pari ad altre potenze, è un dato di fatto, ma dobbiamo crederci!”, ha affermato un infervorato Tusk agli eurodeputati. Nessun complesso di inferiorità, a partire dal rapporto con l’alleato oltreoceano. “Se oggi Trump parla della necessità di assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza, consideriamola come una sfida positiva”, ha proseguito Tusk, evidenziando che a ben vedere “solo un alleato può augurare al proprio alleato di essere più forte“. Il premier popolare ha poi rivisitato una famosa massima di John Fitzgerald Kennedy, invitando gli eurodeputati a “non chiedersi che cosa l’America possa fare per l’Europa, ma cosa potete fare voi per l’Europa e per la vostra sicurezza”.

Varsavia ha declinato il diktat della sicurezza in sette dimensioni: oltre alla sicurezza esterna, quelle interna, delle informazioni, economica, energetica, alimentare, sanitaria. Tusk ha rivendicato l’impegno della Polonia, un Paese che “stanzia ormai il 5 per cento del Pil in sicurezza e lo fa per tutta l’Europa”, perché condivide più di 600 chilometri di confine con Russia e Bielorussia. Tusk ha chiarito: “Non è una mia scelta, non sono un militarista. Ma per evitare una tragica replica della storia, dobbiamo essere forti, armati e determinati”.

Tusk ha poi proseguito denunciando la strumentalizzazione delle migrazione e gli attacchi ibridi, chiedendo all’Eurocamera di “proporre all’Europa un grande progetto di deregolamentazione”, auspicando – in linea con la sua famiglia politica, il Ppe – passi indietro sull’impianto del Green Deal. “Vi chiedo di avere una revisione critica e oggettiva di tutte le normative, anche del Green Deal. Dobbiamo essere in grado non solamente di indicare la nuova strada, ma anche di cambiare questa normativa che può portare a una ulteriore impennata dei prezzi dell’energia”, ha affermato il premier, secondo cui in definitiva “l’indipendenza e la sovranità europea sono collegate a quella energetica” e se l’Europa dovesse fallire a livello economico, “nessuno si preoccuperà più dell’ambiente a livello mondiale”.

All’appassionato discorso del presidente di turno del Consiglio dell’Ue, l’Eurocamera ha reagito con altrettanto fervore. Osannato dai popolari, accolto con sollievo da socialisti e liberali dopo il semestre di presidenza di Viktor Orbán, aggredito duramente tanto dalla sinistra radicale quanto dai gruppi di estrema destra. Per il leader del Ppe, Manfred Weber, Tusk ha “riportato lo stato di diritto in Polonia e rimesso la Polonia al centro dell’Europa”, ed ha avuto il merito – mentre altri “ingenuamente trattavano la Russia come partner strategico“, di “chiedere un’Unione dell’energia per allontanarci da Putin”. La capogruppo dei socialdemocratici (S&d), Iratxe Garcia Perez, ha bacchettato i passi indietro sulla transizione verde, perché “Green Deal è sicurezza”, e l’invito alla deregolamentazione, che significa “fare passi indietro”. Ma ha poi teso la mano verso il premier popolare, reinterpretando le parole dell’inno polacco con cui Tusk aveva aperto: “Neanche l’Ue morirà finché le forze democratiche lavoreranno insieme e rimarranno in vita”, ha dichiarato la leader socialista.

Accuse esplicite a Tusk, oltre che da Patrioti (PfE) e Sovranisti (Esn), sono arrivate anche dai Conservatori e Riformisti Europei (Ecr), il cui presidente – Mateusz Morawiecki – è leader del partito Diritto e Giustizia (PiS) ed ex premier polacco. “Abbiamo un primo ministro che mente, che usa tante belle parole ma fa il contrario di quello che predica”, lo ha attaccato Patryk Jaki, eurodeputato del PiS, prima di elencare una serie di presunte colpe del premier: il recente acquisto di gas russo, la costruzione di 49 centri per migranti, la manipolazione del concetto di stato di diritto.

Alla delegazione del PiS, alleata in Europa di Fratelli d’Italia, Tusk ha indirizzato il suo affondo finale. “Ho provato vergogna ascoltandoli – ha affermato concludendo il dibattito -, non sono abituati alle buone maniere”. Tusk ha rivendicato la propria lotta “con altre forze democratiche in Polonia proprio per togliere il potere a queste persone, perché il loro modus operandi è una minaccia per l’Unione e per i suoi valori”. Tra gli applausi dei gruppi della coalizione europeista, Tusk ha accusato l’AfD tedesca e il PiS polacco di sostenersi a vicenda “aiutati da Mosca”.

1 risposta »

  1. È andata tutto sommato bene la prima volta di António Costa, il nuovo presidente del Consiglio europeo, all’Eurocamera di Strasburgo. Durante un dibattito in plenaria stamattina (22 gennaio), l’ex premier portoghese ha illustrato ai deputati le discussioni durante il summit dello scorso dicembre, in cui i temi principali erano stati la sicurezza, i rapporti dell’Ue con il resto del mondo e la competitività.

    Intervenendo dopo di lui in Aula, gli ha fatto eco la presidente dell’esecutivo comunitario Ursula von der Leyen, da poco tornata sotto i riflettori pubblici dopo la polmonite che l’ha costretta ad un ricovero ospedaliero nelle scorse settimane.Ucraina e allargamento

    Tra i piatti principali del menù, all’ultimo vertice dei leader del 2024 (tenutosi il 19 dicembre), c’era il supporto di Bruxelles a Kiev, assicurato di persona al presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Costa ha ribadito di fronte all’Aula l’impegno dell’Ue a sostenere l’Ucraina “per tutto il tempo necessario, a prescindere da tutto, per una pace globale, giusta e duratura“.

    E poi l’allargamento, definito dal presidente del Consiglio europeo “il più grande investimento geopolitico per la pace e la sicurezza, per il nostro popolo e per il nostro continente”, sostenendo (come già fatto dalla commissaria all’Allargamento Marta Kos un paio di settimane fa) che “i sei Paesi dei Balcani occidentali, l’Ucraina e la Moldova stanno lavorando duramente per mantenere i loro impegni” e, dunque, “è ora che noi manteniamo le nostre promesse“.Gli Stati Uniti di Trump

    Quanto al ruolo esterno dell’Ue, Costa ha sottolineato che “dobbiamo lavorare per un rapporto transatlantico più forte“, continuando in qualche modo nel solco dei dibattiti che hanno animato l’Aula ieri sulle conseguenze che una seconda presidenza di Donald Trump avrà nelle relazioni tra Washington e Bruxelles. Quello tra Ue e Usa è “un partenariato che ha sostenuto la pace e la crescita economica per decenni, basato su valori condivisi e interessi comuni”, ed è nell’interesse di entrambi i blocchi “continuare a promuovere relazioni commerciali stabili, equilibrate e prevedibili“.

    Un modo per gettare acqua sul fuoco e per tendere un ramoscello d’olivo alla nuova amministrazione statunitense, che ha minacciato l’imposizione di pesanti dazi doganali sugli import dal Vecchio continente ma con cui Costa ha detto di essere ansioso di lavorare “per portare avanti una cooperazione economica positiva ed equa e per lavorare sulle nostre priorità condivise per la prosperità e la sicurezza”.

    Ma c’è stato anche spazio per ricordare tra le righe al nuovo inquilino della Casa Bianca, che ha recentemente ventilato l’intenzione di annettere manu militari la Groenlandia (territorio autonomo della Danimarca), che l’Europa rimane “un pilastro dell’ordine internazionale basato sulle regole”, tra le quali spiccano soprattutto “i princìpi di sovranità, integrità territoriale e inviolabilità dei confini“, come sancito dalla Carta delle Nazioni unite. Un’altra frecciatina al tycoon newyorkese Costa l’ha lanciata sottolineando che i Ventisette continuano a osservare i loro impegni internazionali, a partire dagli accordi di Parigi sul clima da cui Trump ha ritirato gli Stati Uniti per la seconda volta.

    “Nessun’altra economia al mondo è così integrata come quella europea e americana”, ha concordato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, secondo la quale la priorità nei rapporti con gli Stati Uniti sarà quella di “discutere di interessi comuni ed essere pronti a negoziare“. In tali negoziati, ha assicurato, “saremo pragmatici nel cercare un terreno comune“, ma – la sua promessa ai deputati, che suona quasi come un ammonimento alla Casa Bianca – “resteremo sempre fedeli ai nostri princìpi“.Il mondo nuovo

    Tuttavia, parlando del contesto internazionale in cui si dovrà muovere l’Ue nei prossimi mesi e anni, Costa ha anche ribadito un altro tema a lui caro, già espresso un paio di mesi fa in occasione del passaggio di consegne dal suo predecessore Charles Michel: “Il mondo di oggi è multipolare e apre nuove opportunità per l’Europa“, ha dichiarato, ed in tale contesto l’Ue “deve rafforzare le sue relazioni bilaterali e multilaterali con i Paesi terzi, sulla base di interessi comuni, prosperità reciproca e priorità condivise”.

    D’accordo con lui anche von der Leyen: “Siamo entrati in una nuova era di dura competizione geostrategica“, ha detto, notando che “le regole di ingaggio stanno cambiando”. Tant’è che, come esposto ieri al World economic forum di Davos, Bruxelles sta guardando con sempre più insistenza a Pechino e a Nuova Deli per i suoi affari, se i rapporti commerciali con Washington dovessero incepparsi.

    La difficile congiuntura internazionale è stata sottolineata anche dal co-capogruppo dei Verdi Bas Eickhout: “Ad est c’è un dittatore che avvia guerre, a ovest un autocrate capitalista, in Medio Oriente c’è grande caos“, ha dichiarato. In questo contesto “serve un’Europa forte”, ha aggiunto, ma purtroppo a suo dire “il Consiglio europeo è passivo, almeno a leggere le conclusioni del vertice di dicembre”. Soddisfatto della direzione che i Ventisette stanno collettivamente intraprendendo, soprattutto per quanto riguarda il dossier incandescente della migrazione, è invece il co-capogruppo dei Conservatori (Ecr) Nicola Procaccini.

    “I governi europei stanno finalmente comprendendo l’urgenza di prendere misure concrete per combattere l’immigrazione illegale“, ha certificato in Aula, aggiungendo che bisogna “fronteggiare il fenomeno all’esterno dei confini europei”, sul modello dei centri di rimpatrio sperimentati dall’Italia in Albania. Per l’eurodeputato meloniano, si tratta del “destino geopolitico che l’Europa deve darsi“, vale a dire quello di “essere presente in Africa e in Asia con la propria politica, con le sue imprese produttive e commerciali”, insomma quello che sta cercando di fare von der Leyen in Cina e in India.Il focus sulla difesa

    Altro punto fondamentale del Consiglio europeo di dicembre è stato quello sulla difesa. “Per preservare la pace” sul continente, ha ricordato Costa agli eurodeputati, “dobbiamo assumerci una maggiore responsabilità per la nostra difesa, la nostra autonomia strategica, la nostra sovranità“. “Dal 2014, e soprattutto dopo il 2022 (cioè in occasione dell’annessione unilaterale della Crimea da parte della Russia, e poi dell’invasione su larga scala dell’Ucraina sempre a opera di Mosca, ndr), gli Stati membri hanno aumentato i loro bilanci per la difesa“, ha dichiarato con soddisfazione, segnalando che i 23 Paesi che fanno parte sia dell’Ue che della Nato hanno raggiunto o superato il target del 2 per cento del Pil da dedicare alle spese militari concordato dall’Alleanza nordatlantica.

    La nuova linea europea sulla difesa viene di fatto benedetta (o perlomeno avallata) da quasi tutti i gruppi politici dell’emiciclo, mentre viene invece bollata come bellicista dalla sinistra radicale: “Credo che spendere insieme sulla difesa militare aiuti a spendere meno e meglio“, ha dichiarato ancora Procaccini, aggiungendo che “per poter garantire pace e libertà, serve essere pronti a difenderle”.

    La difesa, si sente ripetere ovunque, sarà una priorità per l’Europa nei prossimi anni. È la parola d’ordine del semestre di presidenza polacca del Consiglio (presentato subito dopo agli eurodeputati dal premier Donald Tusk) ma anche quella della Commissione, che ha già sviluppato la Bussola strategica e presentato un programma industriale per rafforzare il settore economico e produttivo.

    Insomma, “c’è un senso generale di urgenza e uno scopo strategico tra di noi“, ha chiosato Costa, aggiungendo che “siamo sulla strada giusta per costruire l’Europa della difesa“. E per questo ha dedicato all’argomento il primo ritiro informale dei capi di Stato e di governo – un nuovo format introdotto dall’ex premier portoghese per aiutare i leader a focalizzare le discussioni su temi specifici – previsto per il prossimo 3 febbraio.

    In quell’occasione si rifletterà su come “diventare più resilienti, più efficienti e più autonomi”, e i risultati di quell’incontro confluiranno successivamente nel Libro bianco sulla difesa a cui stanno lavorando l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas e il commissario alla Difesa Andrius Kubilius.La Bussola della competitività

    Del resto, ha notato il presidente del Consiglio europeo, “difesa e competitività vanno di pari passo” poiché “investire nella difesa in modo integrato può dare impulso alle nostre economie”. È anche e soprattutto di questo che si occuperà il prossimo summit dei leader dei Ventisette, programmato per il 20-21 marzo.

    Su questo nesso ha elaborato pure von der Leyen. Per salvaguardare il mercato unico, serve tradurre in azioni concrete il rapporto di Mario Draghi: a tale scopo, presenterà la prossima settimana una nuova “Bussola della competitività“, destinata a diventare “la Stella polare della nuova Commissione” per i prossimi cinque anni.

    Il piano comprende tre obiettivi: “Primo, colmare il divario di innovazione con i nostri concorrenti; secondo, una tabella di marcia comune per la decarbonizzazione e la competitività; terzo, rafforzare la nostra resilienza e sicurezza economica“, ha scandito il capo dell’esecutivo comunitario di fronte all’emiciclo.

    Sul primo punto, bisogna spezzare il “circolo vizioso tra bassi investimenti e bassa innovazione”, responsabile tra le altre cose ad un ritardo del Vecchio continente nella corsa globale alle tecnologie digitali. La soluzione è “migliorare il coordinamento tra il livello europeo e gli Stati membri” per quanto riguarda gli investimenti pubblici, ma siccome questi da soli non potranno bastare sarà necessario integrarli con il capitale privato. Per realizzare una simile sinergia, von der Leyen ha annunciato il lancio imminente di quella “Unione del risparmio e degli investimenti” che è la realizzazione di un altro report presentato l’aprile scorso da un ex premier italiano, Enrico Letta.

    Per raggiungere il secondo obiettivo – quello dell’abbattimento dei prezzi dell’energia e del contestuale abbandono dei combustibili fossili (solo quelli russi, però, mentre non sembra problematico l’acquisto di gas naturale da altri Paesi) – von der Leyen propone di “continuare a diversificare le nostre forniture” e di “investire in tecnologie energetiche pulite di nuova generazione” quali la fusione nucleare, la geotermia avanzata e le batterie allo stato solido. E, naturalmente, “modernizzare le nostre reti e le infrastrutture di stoccaggio” anche attraverso investimenti privati, per costruire finalmente l’Unione dell’energia. Il piano del Berlaymont sul versante energia arriverà a febbraio.

    Infine, per “rafforzare la nostra resilienza e sicurezza economica” andranno siglati quanti più accordi commerciali possibile “con partner di tutto il mondo, per garantire il nostro accesso alle materie prime“. Von der Leyen ha rivendicato la stipula di “tre nuovi partenariati con MercosurMessico e Svizzera“, e l’avvio dei negoziati con la Malesia. Come osservato ieri tra le Alpi svizzere, tali accordi “aprono nuovi e dinamici mercati di esportazione” ma soprattutto “garantiscono il nostro accesso ai minerali essenziali e all’energia pulita“, ingredienti indispensabili per portare avanti la doppia transizione verde e digitale.

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