
La scarcerazione di Njeem Osama Elmasry Habish, capo della polizia giudiziaria libica conosciuto come ‘Almasri’ – arrestato domenica a Torino su mandato di arresto della Corte penale internazionale -, secondo quanto si apprende, sarebbe legata al mancato rispetto della procedura. Un arresto ritenuto ‘irrituale’, perché sarebbe sostanzialmente mancata l’interlocuzione e comunicazione preliminare al ministero necessaria in casi simili. Proprio questo errore procedurale avrebbe portato la Corte di Appello di Roma a disporre con ordinanza l’immediata scarcerazione dell’uomo. Secondo quanto si apprende, inoltre, l’uomo, scarcerato in serata, è in volo per Tripoli, in esecuzione del provvedimento di espulsione.
Il 2 ottobre 2024 l’ufficio della procura presso la Corte penale internazionale (CPI) ha richiesto un mandato d’arresto a suo carico accusandolo di crimini di guerra e crimini contro l’umanità; il mandato è stato emesso il 18 gennaio 2025. L’ambasciata italiana nei Paesi Bassi è stata quindi informata dalla CPI che Elmasry, che in quel momento si trovata in Germania, si sarebbe recato in Italia. Dopo l’emissione di una red notice dell’Interpol su mandato dell’Aia, è stato arrestato dopo la fine della partita Juventus-Milan (al quale lo stesso aveva appena assistito e di cui è tifoso) nei pressi dello Juventus Stadium il 19 gennaio dalla DIGOS, venendo trasportato presso il carcere delle Vallette. Proprio la sua identificazione per accedere agli ingressi della struttura sportiva, hanno fatto scattare l’allarme nei sistemi informatici di riconoscimento delle forze dell’ordine italiane consentendone il fermo. Successivamente la Corte d’appello di Roma ne ha disposto la scarcerazione il 21 gennaio successivo per l’irritualità dell’arresto, scaturita dalla mancata approvazione del Ministero della giustizia. Dopo la scarcerazione il militare libico è stato espulso e rimpatriato in Libia a bordo di un aereo di Stato italiano.











































La sera del 22 gennaio la Corte penale internazionale ha diffuso un comunicato in cui si lamenta per la decisione delle autorità italiane di liberare Njeem Osama Elmasry, anche noto come Almasri, il capo della polizia giudiziaria libica che era stato arrestato il 19 gennaio a Torino. Su Elmasry c’era un mandato d’arresto internazionale emesso dalla stessa Corte penale, il principale tribunale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità. Elmasry è accusato di omicidi, torture, stupri e altri gravi crimini.
In effetti sul suo rilascio ci sono molte cose ancora da chiarire e su cui il governo italiano è stato assai poco trasparente. Nel comunicato si dice che Elmasry è stato liberato senza che la Corte fosse stata prima avvertita o consultata, contrariamente a quello che vorrebbero le procedure in questi casi. Inoltre la Corte ha fatto sapere di aver chiesto spiegazioni alle autorità italiane, per il momento senza ottenerle.
I partiti di opposizione italiani hanno chiesto al governo di spiegare perché abbia deciso di liberare una persona ricercata per crimini di guerra poco dopo averla arrestata, criticando molto la scelta. L’accusa di fondo è che il governo italiano abbia liberato Elmasry in virtù dei buoni rapporti con le milizie libiche e con il governo che controlla Tripoli, la capitale della Libia. Per la verità con quel governo l’Italia ha dal 2017 un accordo per fermare con la violenza le persone migranti che tentano di arrivare in Italia via mare, e nel 2017 c’era un governo di centrosinistra presieduto da Paolo Gentiloni. L’accordo poi è rimasto attivo da allora a prescindere dai governi, di diversi orientamenti politici. Lo stesso Elmasry è il funzionario di una importante milizia libica, la RADA, che tra le altre cose avrebbe responsabilità anche nelle violenze usate per contrastare i flussi migratori.
In ogni caso al momento non è possibile dire se i rapporti tra il governo italiano e quello di Tripoli abbiano influenzato il rilascio di Elmasry. Della vicenda ha parlato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in Senato durante un question time, cioè uno di quei momenti in cui i ministri rispondono alle domande dei parlamentari. Piantedosi ha detto che la scelta di riportare Elmasry in Libia è seguita a un suo provvedimento di espulsione «per motivi di sicurezza dello Stato» e «vista la pericolosità del soggetto». Per il resto si è limitato a esporre la cronologia dei fatti senza entrare troppo nei dettagli: ha detto che sarà prevista per settimana prossima un’informativa dedicata del governo.
Elmasry ha 47 anni e negli ultimi anni ha iniziato ad assumere vari incarichi nella cosiddetta polizia giudiziaria del governo di Tripoli. Nel 2016 venne nominato responsabile della polizia giudiziaria nella famigerata prigione di Mitiga, nella periferia di Tripoli, nota come luogo di sistematiche violazioni dei diritti umani secondo diverse indagini indipendenti, tra cui un recente rapporto del Consiglio per i diritti umani dell’ONU. Nel 2021 fu promosso a responsabile di diverse altre prigioni controllate dal governo di Tripoli.
La Corte penale internazionale accusa Elmasry di vari crimini di guerra e contro l’umanità commessi dal febbraio del 2015 in poi nella prigione di Mitiga, compresi omicidio, tortura, stupro, persecuzione, detenzione inumana. È accusato di aver commesso questi crimini personalmente, di averli ordinati oppure di esserne responsabile in quanto ordinati da altri membri della sua milizia dipendenti da lui.
Il mandato d’arresto internazionale nei suoi confronti era stato emesso il 18 gennaio, quindi un giorno prima del suo arresto a Torino, dove Elmasry era andato con alcuni amici per seguire la partita di calcio tra Juventus e Milan. Il fatto che il mandato d’arresto fosse così recente è un’informazione diventata nota solo con il comunicato della Corte penale internazionale: in diversi casi i mandati d’arresto di questo genere vengono tenuti segreti per aumentare la possibilità di cattura di una persona ricercata, e questo spiega anche perché Elmasry si sentisse così libero di andare in un altro paese per ragioni anche frivole o apparentemente evitabili.
La Corte aveva inviato la richiesta d’arresto solo all’Interpol, l’organizzazione internazionale che facilita la cooperazione tra polizie di paesi diversi, e a sei Stati che riconoscono la Corte stessa: si sa che uno di questi era l’Italia perché lo ha detto la Corte nel comunicato, mentre gli altri cinque non sono stati resi pubblici. La notizia dell’arresto è stata diffusa solo due giorni dopo, il 21 gennaio, e il 22 gennaio Elmasry è stato liberato.
Anche se il governo non ha ancora dato spiegazioni ufficiali – e neanche Piantedosi l’ha fatto – è stata in gran parte ricostruita la procedura formale che ha permesso la liberazione. La Corte d’Appello di Roma non ha convalidato l’arresto di Elmasry, sostenendo che la DIGOS di Torino prima di farlo avrebbe dovuto avvisare il ministero della Giustizia, cosa che invece non sarebbe avvenuta. L’articolo 4 della legge 237/2012, che regola i rapporti con la Corte penale internazionale, prescrive in effetti che è il ministro della Giustizia che «dà corso alle richieste formulate dalla Corte penale internazionale» al governo italiano. In Senato Piantedosi ha confermato che l’avviso al ministero è arrivato dopo l’arresto, insieme a quello alla procura generale presso la Corte d’Appello di Roma, al difensore di Elmasry e alle autorità consolari.
Diversi giornali, consultando fonti giudiziarie, scrivono che anche se formalmente questo cavillo burocratico spiega la liberazione di Elmasry, di fatto la scelta di lasciarlo in libertà è stata poi politica, perché il ministero della Giustizia avrebbe avuto strumenti sia per rimediare alla mancanza della sua approvazione dell’arresto, sia per ordinare che venisse di nuovo arrestato dopo la liberazione.
Quello che è successo dopo la liberazione poi ha reso ancora più difficile per il governo sostenere di aver rilasciato Elmasry solo per ragioni giuridiche e burocratiche: Elmasry infatti è stato riportato in Libia con un aereo dell’aeronautica italiana utilizzato dai servizi segreti, un Falcon 900, decollato dall’aeroporto torinese di Caselle e atterrato a Tripoli. Una volta tornato in Libia, Elmasry è stato accolto da un gruppo di persone esultanti, come documentato da alcuni video circolati in questi giorni.
L’Italia è uno dei 124 paesi che riconoscono la Corte penale internazionale, che fu istituita nel 1998 con un trattato firmato proprio a Roma. Formalmente dovrebbe quindi rispettare gli ordini della Corte e ha delle norme che regolano in che modo dovrebbe farlo (inclusa quella che comprendeva il passaggio giuridico che ha permesso la liberazione di Elmasry). Anche se le sentenze della Corte sono vincolanti, nella pratica non ha davvero modo di costringere i paesi a rispettarle, e spesso è ciascun governo a decidere se farlo sulla base delle sue convenienze politiche.
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Lo scorso 24 gennaio la Polizia di Stato ha deciso una serie di avanzamenti di carriera per decine di suoi funzionari. Tra le promozioni a dirigente superiore, quelle più rilevanti, ce ne sono state alcune che hanno suscitato sospetti e malumori tra i sindacati del settore: il motivo è che riguardano persone che sono state più o meno direttamente coinvolte nella gestione del caso di Nejeem Osama Almasri, il militare libico che comanda il carcere di Mitiga, a Tripoli. Almasri era stato arrestato il 19 gennaio e due giorni dopo rilasciato e rimpatriato con volo di Stato dalle istituzioni italiane, in aperto conflitto con la Corte penale internazionale che ne aveva richiesto la cattura con l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità.
Tra i promossi c’è Carlo Ambra, l’ex capo della DIGOS di Torino, cioè la divisione investigativa speciale della Polizia che aveva arrestato Almasri. Ad arrestarlo, in particolare, sono stati sette tra agenti e ufficiali: Almasri era stato dapprima fermato per un rapido controllo d’ordinanza mentre era in macchina nel centro di Torino insieme ad altri tre amici (due libici e uno statunitense), la mattina del 18 gennaio; poi, dopo ulteriori accertamenti, era stato raggiunto nell’hotel dove alloggiava, in Piazza Massaua, alle 3 e mezza del mattino seguente, e da lì portato negli uffici della DIGOS della Questura di Torino.
Dopo le procedure burocratiche di rito, era stato trasferito nel carcere Lorusso e Cutugno, dove era rimasto fino al pomeriggio del 21 gennaio, quando era stato rimpatriato insieme agli altri suoi amici, con un aereo in dotazione ai servizi segreti italiani con un volo da Torino a Tripoli. Tre giorni dopo, Ambra è stato promosso all’Ufficio centrale ispettivo a Roma, un importante organo di controllo e coordinamento delle indagini a livello nazionale incardinato nel dipartimento di Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno. La sua nuova qualifica è consigliere ministeriale aggiunto, che nella gerarchia della Polizia è un grado più giù di questore, e dunque piuttosto in alto. Ambra è un funzionario esperto, che aveva guidato per sette anni la DIGOS di Torino, nella cui questura aveva iniziato a lavorare nel 1994.La presidente del Consiglio Giorgia Meloni insieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, al Viminale, per la consegna di una Lamborghini Urus alla Polizia di Stato, il 12 dicembre 2023 (Cecilia Fabiano/LaPresse)
Tra gli avanzamenti di carriera approvati il 24 gennaio c’è anche quello di Stefano Carvelli, un dirigente della Polizia di Stato che lavora allo SCIP (Servizio per la cooperazione internazionale della Polizia), ovvero nella struttura che ha curato la gestione delle comunicazioni tra la Corte penale internazionale, la questura e la DIGOS di Torino. Era stato proprio lo SCIP, il 19 gennaio, a segnalare alla DIGOS che, in seguito a «intese telefoniche» con la Corte, «la persona in oggetto [cioè Almasri, ndr] risulta ricercata in campo internazionale». E per questo lo SCIP sollecitava formalmente la questura a «valutare la sussistenza delle condizioni e l’opportunità di procedere» all’arresto immediato Almasri. Dopo questa comunicazione la DIGOS aveva deciso di andare all’hotel di Almasri e arrestarlo.
Carvelli nello SCIP ricopre un ruolo importante: è l’ufficiale di collegamento con il ministero degli Esteri. Fonti del ministero stesso confermano che Carvelli è a capo di una struttura molto importante, che gestisce le comunicazioni e la condivisione di informazioni per casi come quello di Almasri che riguardano la Corte penale internazionale. La Corte, che ha sede nei Paesi Bassi, comunica in via preliminare con il governo italiano attraverso l’ambasciata italiana all’Aja, che fa capo appunto al ministro degli Esteri, ed è da lì che poi le richieste vengono inoltrate a Roma. L’ufficio di collegamento dello SCIP al ministero degli Esteri è una delle strutture che si sono attivate in quei giorni.
E anche per Carvelli, il 24 gennaio è stata decisa la promozione: andrà a lavorare alla Direzione centrale della Polizia criminale, uno degli organismi più prestigiosi e delicati nelle attività di indagine e di prevenzione della criminalità, oltre che nella cooperazione con le polizie internazionali.
Il governo non ha mai fornito una ricostruzione esaustiva e pienamente credibile della vicenda di Almasri, e ha anzi dato spiegazioni piuttosto contraddittorie sulle ragioni che hanno indotto i ministri della Giustizia e dell’Interno, e in definitiva la presidenza del Consiglio, a opporsi alla richiesta di arresto della Corte Penale Internazionale e a rilasciare in fretta Almasri.
La Polizia criminale – spesso chiamata Criminalpol – è un organismo assai importante del dipartimento della Pubblica sicurezza e in generale degli apparati delle forze dell’ordine, e infatti è guidata da un prefetto che è di fatto il vicecapo della Polizia di Stato. L’ex direttore della Polizia criminale è Vittorio Rizzi, che ha svolto quell’incarico dal luglio del 2023 fino al settembre del 2024, quando è stato sostituito da Carmine Belfiore: attualmente Rizzi è il direttore generale del DIS, cioè il coordinatore dei servizi segreti italiani.
Fonti del ministero dell’Interno confermano le promozioni di Ambra e Carvelli. Spiegano però che gli avanzamenti di carriera, in questo come in altri casi, avvengono sulla base di criteri di merito e di anzianità, e prescindono da singoli episodi di grande clamore mediatico. Le promozioni vengono disposte dal Consiglio di amministrazione della Polizia: un organo collegiale che sovrintende tra l’altro alla gestione del personale, e che si riunisce ciclicamente per definire le graduatorie sulla base delle quali vengono approvate le promozioni. I dirigenti della polizia e del ministero dell’Interno mantengono comunque una certa discrezionalità.
Non è la prima volta che alcuni avanzamenti o cambiamenti improvvisi di carriera nei servizi di polizia e di intelligence alimentano sospetti e dietrologie più o meno fondate. Uno di questi casi, quello del sospetto tentativo di scassinamento dell’auto dell’ex compagno di Giorgia Meloni, Andrea Giambruno, ha avuto uno sviluppo proprio di recente.
Nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre 2023 una poliziotta che piantonava l’ingresso della casa romana di Meloni notò due uomini che stavano armeggiando intorno all’auto di Giambruno, un mese dopo che lei aveva annunciato la fine della loro relazione. I due uomini si identificarono come «colleghi» e si allontanarono. Pochi giorni dopo, Meloni decise di cambiare la sua scorta, e i due uomini che ne facevano parte, come di prassi agenti dell’AISI (cioè il servizio segreto interno) vennero insolitamente trasferiti all’AISE (il servizio segreto esterno) e inviati in missioni all’estero ben retribuite. Questo, almeno, è quanto è emerso nel corso di dibattiti parlamentari e ricostruzioni giornalistiche della vicenda.
Il governo non ha però mai chiarito del tutto i fatti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, responsabile dei servizi segreti, ha negato che i due uomini che si erano avvicinati all’auto di Giambruno fossero in servizio all’AISI. Nel giugno scorso, in una strana intervista al Fatto Quotidiano, una persona, rimasta anonima, si qualificò come uno dei responsabili di quell’azione, dicendo però che l’altro uomo che stava con lui quella sera sotto casa di Meloni lo aveva appena incontrato e non sapeva chi fosse. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nel gennaio scorso, ha confermato che la procura di Roma sta ancora indagando su quella vicenda.
Alla DIGOS, che aveva inizialmente svolto le indagini, è subentrata poi la Squadra Mobile di Roma, guidata allora da Stefano Signoretti, che ne era diventato il capo nell’aprile del 2023. Il 24 gennaio, Signoretti è stato promosso all’Ufficio ispettivo centrale con la qualifica di consigliere ministeriale aggiunto, come Ambra.
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