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Consiglio d’Europa: “L’Italia deve agire contro l’omobitransfobia. Il violento linguaggio politico alimenta odio”

La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI), istituita dal Consiglio d’Europa, è un organo indipendente di monitoraggio in materia di diritti umani specializzato in questioni relative alla lotta contro il razzismo, la discriminazione (basata su “razza”, origine etnica, colore della pelle, cittadinanza, religione, lingua, orientamento sessuale e identità di genere), la xenofobia, l’antisemitismo e l’intolleranza. La Commissione è composta da membri indipendenti e imparziali, designati per la loro autorità morale e la loro riconosciuta competenza in materia.

Nell’ambito dei suoi compiti statutari, l’ECRI svolge un’attività di monitoraggio “paese per paese’’, tramite la quale analizza la situazione in ciascuno degli Stati membri in materia di razzismo e intolleranza per poi formulare suggerimenti e proposte su come affrontare i problemi individuati. Il monitoraggio “paese per paese” svolto dall’ECRI permette di prendere in esame allo stesso modo tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa. Tale attività è svolta in cicli di 5 anni. I rapporti relativi al primo ciclo sono stati completati alla fine del 1998, quelli riguardanti il secondo ciclo alla fine del 2002, quelli del terzo ciclo alla fine del 2007, quelli del quarto ciclo all’inizio del 2014 e quelli del quinto ciclo alla fine del 2019. La fase relativa al sesto ciclo è iniziata alla fine del 2018. E nella giornata di ieri ne sono stati diffusi i dati ufficiali relativi all’Italia, a dir poco allarmanti.

Allarme Italia, il rapporto Ecri

I rapporti relativi ai paesi del sesto ciclo di monitoraggio si concentrano su tre temi comuni a tutti gli Stati membri: effettiva parità e accesso ai diritti, discorso d’odio e violenza per ragioni di odio. Dall’adozione del quinto rapporto dell’ECRI sull’Italia, del 18 marzo 2016, sono stati fatti progressi e si sono sviluppate buone pratiche in vari ambiti. Tuttavia, nonostante i progressi compiuti, alcune questioni destano preoccupazione.

Nel rapporto ufficiale si legge che lo status giuridico dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) ed il suo ruolo significativo nella definizione e nel coordinamento delle politiche governative sono incompatibili con il requisito di indipendenza normalmente richiesto per un organismo di parità. E ancora.

I programmi scolastici non fanno ancora riferimenti diretti alla promozione dell’uguaglianza LGBTI e all’insegnamento dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. E ancora.

Le persone LGBTI continuano ad affrontare pregiudizi e discriminazioni nella vita quotidiana. Inoltre, la procedura per il riconoscimento giuridico del genere continua ad essere complicata, lunga ed eccessivamente medicalizzata. E ancora.

Il discorso pubblico è diventato sempre più xenofobo ed i discorsi politici hanno assunto toni fortemente divisivi e antagonistici, in particolare nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, nonché di cittadini italiani con origine migratoria, Rom e LGBTI. Il discorso d’odio, anche da parte di politici di alto livello resta spesso incontrastato.

Nel rapporto ufficiale, l’ECRI chiede alle autorità di intervenire in vari settori e formula una serie di raccomandazioni. Tra queste.

Le autorità dovrebbero adoperarsi per istituire un organismo di parità pienamente indipendente ed efficace, in consultazione con le organizzazioni della società civile, e rafforzare l’UNAR quale organismo ufficiale di coordinamento a pieno titolo, responsabile tra l’altro dell’elaborazione, dell’attuazione e del monitoraggio dell’implementazione di politiche e altre misure contro il razzismo e l’intolleranza. Una delle principali preoccupazioni sollevate dall’ECRI e da altri organismi internazionali sull’UNAR riguarda la sua mancanza di indipendenza. L’UNAR rimane un’entità all’interno del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. È guidato da un direttore nominato dal Presidente del Consiglio o da un Ministro delegato. Per quanto riguarda le risorse umane, sembra che il suo effettivo funzionamento dipenda significativamente da funzionari pubblici distaccati da vari ministeri. Le autorità hanno informato l’ECRI che l’UNAR gode di un certo grado di autonomia, rafforzato a partire dal 1° ottobre 2018 da una circolare del Segretario generale del Consiglio dei Ministri che specifica che il Direttore dell’UNAR gestisce le risorse di bilancio assegnate all’Ufficio. L’ECRI è dell’avviso che si tratti certamente di una novità positiva, pur sottolineando come questa maggiore autonomia finanziaria non modifichi in modo sostanziale il fatto che l’UNAR rimane comunque incardinato nell’amministrazione centrale.

L’educazione scolastica deve abbracciare l’uguaglianza lgbt

Per quanto riguarda le politiche educative che mirano a combattere l’esclusione e l’emarginazione attraverso un’istruzione inclusiva pensata per tutti e volta a creare una società inclusiva rispettosa della diversità, in conformità con le sezioni II e III della RPG n. 10 dell’ECRI sulla lotta contro il razzismo e la discriminazione razziale nell’ambito e per mezzo dell’educazione scolastica, si legge nel rapporto che le autorità devono garantire che i programmi scolastici obbligatori a tutti i livelli di istruzione includano le questioni relative all’uguaglianza LGBTI in modo sensibile, adatto all’età e facile da capire e che i dibattiti sull’uguaglianza LGBTI siano basati su dati concreti e pongano particolare enfasi su uguaglianza, diversità e inclusione.

Richiesta che va a sbattere contro la folle risoluzione Sasso che vorrebbe eliminare la fantomatica “ideologia gender” dalle scuole.

D’altronde già nel suo precedente rapporto l’ECRI aveva sottolineato la mancanza di insegnamenti su identità di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane. L’ECRI osserva che le linee guida sull’insegnamento delle materie scolastiche obbligatorie non fanno ancora alcun riferimento diretto alla promozione dell’uguaglianza delle persone LGBTI e all’insegnamento dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale, sia nel contesto dell’educazione civica che in qualsiasi forma di educazione relativa all’educazione sessuale.

Le autorità devono inoltre garantire che il processo di riconoscimento giuridico del genere sia rapido, trasparente ed accessibile e che non sia subordinato ad una verifica abusiva sulla sussistenza dei requisiti, come avverrebbe nel caso di assoggettamento a procedure mediche e/o diagnosi sulla salute mentale.

L’ECRI raccomanda alle autorità, in linea con la Raccomandazione di Politica Generale n.17 dell’ECRI sulla lotta all’intolleranza e alla discriminazione nei confronti delle persone LGBTI, di adottare misure per lo sviluppo e l’adozione di una legislazione specifica che vieti gli interventi chirurgici di “normalizzazione” sessuale non necessari dal punto di vista medico e altri trattamenti non terapeutici fino a quando un bambino intersessuale non sia in grado di partecipare alla decisione, sulla base del principio del consenso libero e informato; di garantire che, nel caso in cui le persone intersessuali siano state sottoposte a interventi medici non consensuali, abbiano accesso a tutte le loro cartelle cliniche e ad un sostegno adeguato, compresi i controlli di follow-up e la consulenza medica; di fornire una formazione adeguata a tutti gli operatori sanitari, che sottolinei che le persone intersessuali hanno il diritto all’integrità e alla diversità corporea.

Per quanto riguarda l’uguaglianza delle persone LGBTI+, sulla mappa e nell’indice Rainbow Europe, che riflette la legislazione e le politiche dei Paesi europei che garantiscono i diritti umani delle persone LGBTI, l’Italia si colloca al 34° posto su 49 Paesi valutati, con un punteggio complessivo del 24,76%. L’ECRI si rammarica di notare che, stando a quanto riferito, le persone LGBTI subiscono pregiudizi e discriminazioni nella loro vita quotidiana. Secondo i dati raccolti dall’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) negli anni 2019-2022, una parte compresa tra il 26% ed il 41,4% delle persone LGBTI intervistate dichiara che il proprio orientamento sessuale li ha svantaggiati nel lavoro o nell’avanzamento di carriera, e un’altra tra il 40,3% ed il 61% evita di parlare della propria vita privata sul posto di lavoro per non rivelare il proprio orientamento sessuale e circa l’80% dichiara di avere subito micro-aggressioni sul posto di lavoro, mentre un terzo ha descritto esperienze di ostilità e di vessazione nell’ambiente di lavoro.51 Allo stesso tempo, secondo l’indagine condotta nel 2019 in 28 Paesi dell’UE, solo l’8% delle persone LGBTI in Italia riteneva che il proprio governo nazionale affrontasse efficacemente i pregiudizi e l’intolleranza nei confronti delle persone LGBTI.

Per quanto riguarda i discorsi d’odio, l’ECRI raccomanda alle autorità di finalizzare ed adottare tempestivamente un Piano d’azione nazionale contro il razzismo. Il piano d’azione dovrebbe includere, per ogni obiettivo e per ogni misura, indicatori chiari e misurabili con cui valutarne il successo, un calendario di realizzazione e le istituzioni o gli alti funzionari responsabili del raggiungimento di questi obiettivi e dell’attuazione di queste misure, oltre a chiari stanziamenti di bilancio. L’attuazione del piano d’azione deve essere valutata regolarmente. Le organizzazioni della società civile ed i rappresentanti dei gruppi particolarmente esposti al razzismo e all’intolleranza devono essere coinvolti nello sviluppo, nel monitoraggio dell’attuazione e nella valutazione del piano d’azione.

L’ECRI nota con seria preoccupazione che negli ultimi anni il discorso pubblico italiano è diventato sempre più xenofobo e che i discorsi politici hanno assunto toni fortemente divisivi e antagonistici, in particolare nei confronti di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, nonché di cittadini italiani con origine migratoria, Rom e persone LGBTI. Purtroppo, un certo numero di dichiarazioni e commenti considerati offensivi e carichi di odio provengono da politici e funzionari pubblici di alto profilo, soprattutto durante i periodi elettorali, sia online che offline. Ciò avrebbe portato ad una forma di “banalizzazione” dei commenti d’odio nella vita pubblica e generato un senso di emarginazione ed esclusione in vari segmenti della popolazione.

Esempi recenti di dichiarazioni razziste e fobiche nei confronti delle persone LGBTI nella vita pubblica includono le osservazioni fatte in un libro pubblicato nel 2023 da un generale delle forze armate italiane. E qui l’ECRI parla di Roberto Vannacci, fresco europarlamentare. “L’autore ha dichiarato che i gay “non sono normali” e ha indicato che l’accettazione delle persone LGBTI è il risultato di complotti da parte della “lobby gay internazionale”. Ha anche attaccato gli italiani di colore, affermando che le persone non sono nate tutte uguali e che gli immigrati saranno sempre diversi. Ha fatto l’esempio di una campionessa di pallavolo italiana di colore, affermando che “è italiana di cittadinanza, ma è chiaro che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità”. Qui si fa riferimento a Paola Egonu.

L’ECRI raccomanda che gli esponenti di rilievo pubblico, compresi i funzionari di alto livello ed i politici di tutti gli schieramenti, siano fortemente incoraggiati ad assumere una posizione tempestiva, risoluta e pubblica contro le espressioni fobiche che incitino all’odio razziale e contro le persone LGBTI e a reagire a queste con comunicazioni di contro-discorso e discorsi alternativi, nonché a promuovere la comprensione tra le comunità, anche esprimendo solidarietà a coloro che sono bersaglio di discorsi d’odio. Gli organi elettivi ed i partiti politici dovrebbero adottare codici di condotta appropriati che vietino l’uso dei discorsi d’odio, invitare i loro membri e follower ad astenersi dal farli propri, appoggiarli o diffonderli e prevedere sanzioni. A tal riguardo, l’ECRI fa riferimento alla sua Raccomandazione di Politica Generale n. 15 relativa alla lotta contro il discorso d’odio, alla Raccomandazione CM/Rec(2022)16 del Comitato dei Ministri agli Stati membri relativa alla lotta contro i discorsi d’odio e alla Carta dei partiti politici europei per una società non razzista ed inclusiva, approvata dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa nella sua Risoluzione 2443 (2022).

Infine, l’ECRI raccomanda alle autorità di introdurre in parlamento una normativa in materia di incitamento all’odio razziale e sui crimini d’odio che includa tutti gli elementi chiave della legislazione nazionale contro il razzismo e l’intolleranza, come indicato nella Raccomandazione di Politica Generale n. 7 dell’ECRI sulla legislazione nazionale contro il razzismo e la discriminazione razziale e nella Raccomandazione di Politica Generale n. 17 sulla prevenzione e la lotta all’intolleranza e alla discriminazione nei confronti delle persone LGBTI. In particolare, si dovrebbe garantire una previsione normativa che includa espressamente la discriminazione basata su colore della pelle, lingua, orientamento sessuale, identità di genere e caratteristiche sessuali quali circostanze aggravanti per la determinazione di pene adeguate.

Nella giornata di ieri il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha telefonato al Capo della Polizia, prefetto Pisani, esprimendogli lo stupore per le affermazioni contenute nel rapporto della Commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa e ribadendo stima e vicinanza alle forze di Polizia, accusata esplicitamente di razzismo.

Dura la replica di Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay.

Spiace per il Capo dello Stato, il Presidente Mattarella, che con incomprensibile stupore ha reagito ai rilievi mossi dalla Commissione contro il razzismo e l’intolleranza istituita dal Consiglio d’Europa. Noi invece quei fatti li abbiamo sempre denunciati, oggi perciò non ci stupiamo“. “Nel concreto dello stupore del Presidente, ricordiamo il pestaggio lo scorso anno di una persone transessuale a Milano, da parte degli agenti della polizia locale, tanto per citare il caso più clamoroso, che ha occupato per giorni le cronache e che traccia i contorni di una vera e propria violenza di Stato. Non solo: il Consiglio d’Europa, nel rapporto della Commissione, dice molte altre cose importanti: ad esempio, raccomanda che tutti i programmi scolastici obbligatori a tutti i livelli di istruzione includano le questioni relative all’uguaglianza LGBTI. Che è esattamente il contrario di quanto sostiene la risoluzione Sasso, approvata dalla Commissione Cultura del Parlamento. E ancora: in tema di identità di genere, il rapporto raccomanda di garantire che il processo di riconoscimento giuridico del genere sia rapido, trasparente e accessibile e che non sia subordinato a requisiti scorretti, come procedure mediche e/o diagnosi di salute mentale. Anche in questo caso è evidente che l’Italia va in direzione opposta. Vogliamo stupirci se l’Europa ci bacchetta e ci richiama al pieno riconoscimento dei diritti umani e civili? No, noi non ci stupiamo, anzi ci arrabbiamo davanti allo stupore, perché tradisce la voglia di nascondere montagne di politica tossica sotto il tappeto. E invece no, di queste deriva tutta italiana dobbiamo continuare a parlare, anche per valorizzare il lavoro di chi opera nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine con correttezza e lealtà, e si trova a dover condividere oggi la stigmatizzazione delle istituzioni europee.”, conclude Piazzoni.

Nuovo certificato di intolleranza per il governo Meloni. La relazione del Consiglio d’Europa denuncia un’Italia sempre più ostile verso LGBTI, migranti e minoranze. Il linguaggio politico è violento, alimenta odio e divisioni. Questo si aggiunge al disastro sulle “politiche migratorie”: lager illegali in Albania per trattenere migranti in condizioni inaccettabili. Un governo che calpesta diritti e dignità umana per mantenere il potere. Le istituzioni internazionali lo dicono chiaramente: l’Italia sta fallendo nella protezione dei diritti fondamentali. È ora di dire basta a questa deriva autoritaria“.

Il Dipartimento di Stato americano denuncia tre grandi criticità nella legge che criminalizza i genitori di bambini nati attraverso gestazione per altri. Queste preoccupazioni legittime, motivate e condivise da una ampia fetta della società italiana non possono essere ignorate dal nostro governo e meritano una risposta. È evidente infatti l’impatto devastante che questa legge avrà per i bambini nati con passaporto americano che si troveranno discriminati e penalizzati nel nostro Paese, con conseguenze drammatiche per le loro famiglie e per la coesione della nostra società. A tutto questo si aggiunge l’appello del Ministro Roccella rivolto ai medici di denunciare i genitori di bambini nati attraverso gpa, una vergognosa caccia alle streghe degna di un regime talebano. La legge che condanna come crimine universale la gestazione per altri è uno spartiacque di civiltà: da una parte gli elogi di Erdogan e Orban, dall’altra le censure degli Stati Uniti a dimostrazione di quanto l’Italia sia sempre più isolata in Europa e nel mondo occidentale”, così in una nota Carolina Morace, europarlamentare del Movimento 5 Stelle.

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