Mondo

Iran, il presidente Raisi morto in un incidente aereo

Iran, il presidente Raisi morto in un incidente aere

Il presidente iraniano Ebrahim Raisi è rimasto coinvolto in un incidente in elicottero nel nord-ovest del paese, quando il mezzo a bordo del quale viaggiava è stato costretto ad un “brusco atterraggio”. Al momento – secondo quanto riporta la stampa iraniana – il presidente sarebbe formalmente disperso e con lui le altre persone che si trovavano a bordo del mezzo, tra cui il ministro degli esteri Hossein Amir-Abdollahian. Una grossa operazione di ricerca, con decine di squadre di soccorso è stata dispiegata ma è complicata dalle condizioni atmosferiche e dal fatto che nella zona in cui si presume si trovi l’elicottero, un’area montagnosa e boschiva nei pressi della città di Jolfa, al momento piove e c’è molta nebbia. Come prevedibile in questa fase, le informazioni ufficiali sull’accaduto sono ancora estremamente caute: il ministro dell’Interno, Ahmad Vahidi, ha confermato che c’è stato un contatto radio con l’elicottero ma non ha aggiunto altro. È probabile che sia stato grazie a questo contatto che si è avuta notizia dell’incidente. Il presidente viaggiava con una folta delegazione diretta a Tabriz, di ritorno dall’Azerbaigian dove aveva inaugurato una diga insieme al presidente azero Ilham Aliyev. Gli altri due elicotteri su cui viaggiavano altri ministri e funzionari sono arrivati a destinazione. L’incidente avviene in un momento critico a livello regionale, con la guerra che infuria a Gaza e dopo che Iran e Israele si sono attaccati reciprocamente per la prima volta nella storia, mentre i continui tentativi da parte di Washington di evitare un ulteriore allargamento del conflitto sembrano non portare i risultati. 

Presidente dal 2021, Ebrahim Raisi è considerato vicinissimo alla Guida Suprema Ali Khamenei ai vertici della Repubblica Islamica dal 1989 e suo possibile successore, in vista della sempre più imminente successione. Prima di entrare in politica, era stato un magistrato e aveva scalato l’autorità giudiziaria arrivando a guidare la Corte suprema iraniana. Controverso e oggetto di critiche è stato il ruolo che Raisi avrebbe svolto all’interno del cosiddetto “comitato della morte” che nel 1988 condannò a morte nel giro di pochi mesi tra gli 8mila e i 30mila prigionieri politici appartenenti ai Mujaheddin del Popolo e al Tudeh, il partito comunista iraniano. Candidatosi alla presidenza una prima volta nel 2017, aveva perso le elezioni contro il più moderato Hassan Rouhani che in qualità di presidente raggiunse l’accordo nucleare JCPOA del 2015 con le potenze mondiali. Nel corso dei tre anni della sua presidenza l’Iran ha cercato di far fronte alle sanzioni statunitensi e risollevare un’economia al collasso. Inoltre, il paese è stato travolto dalle imponenti proteste di piazza seguite all’uccisione di Mahsa Amini e guidate dal movimento “donna, vita e libertà”, represso nel sangue. Le relazioni con Washington sono state altalenanti: l’amministrazione Raisi ha tenuto colloqui diretti e indiretti con Washington (l’ultimo alcuni giorni fa in Oman), ma ha comunque continuato ad arricchire il suo programma nucleare portandosi a pochi giorni di distanza dal raggiungimento del quantitativo di uranio arricchito necessario alla produzione di una bomba. Raisi ha inoltre spinto l’acceleratore sulla “Look to the East” policy, stringendo legami sempre più stretti con la Cina e con la Russia.

L’incidente di oggi giunge in una fase particolarmente delicata per le relazioni internazionali, e nel timore sempre più diffuso che il conflitto a Gaza possa trasformarsi in una guerra più ampia. L’incidente avviene a poche settimane dalla preoccupante escalation con Israele, e a pochi giorni da colloqui informali tra Washington e Teheran volti proprio a scongiurare un’escalation regionale. Al bombardamento dell’ambasciata iraniana di Damasco il primo aprile e la morte di 16 persone, tra cui un alto comandante dei pasdaran e capo della Forza Quds in Siria e Libano Mohammad Reza Zahedi, Teheran aveva risposto il 13 aprile lanciando missili e droni direttamente contro il territorio israeliano per la prima volta dalla nascita della Repubblica islamica.  Per anni i due attori si erano confrontati attraverso attacchi non rivendicati o mediate i proxies regionali in tutto il Levante, ma la tensione era notevolmente aumentata a seguito dell’attacco di Hamas del 7 ottobre e della successiva invasione della Striscia da parte di Tel Aviv. Negli scorsi mesi proxies iraniani hanno colpito obiettivi israeliani e occidentali in rappresaglia alle operazioni nella Striscia e Israele ha più volte attaccato postazioni e comandanti dei pasdaran.  Qualora venisse escluso ogni coinvolgimento da parte di attori esterni nella vicenda – un’ipotesi di cui al momento non si parla ma che resta sottotraccia nel contesto di crisi attuale – la possibile morte di Raisi potrebbe spingere l’Iran a chiudersi ancor più in sé stesso. Il momento, in ogni caso, sarebbe inedito è non è chiaro se il gabinetto di emergenza convocato stasera a Teheran propenderebbe per l’indire elezioni entro 50 giorni, come suggerisce la Costituzione, o aspettare la naturale scadenza del mandato presidenziale, nel 2025.

Anche per la politica interna iraniana il momento è complesso: lo scorso marzo si sono tenute le elezioni parlamentari che hanno registrato la più bassa affluenza alle urne dalla fondazione della Repubblica islamica. A queste è seguito un secondo turno, a cui nelle grandi città aveva partecipato solo il 10% degli elettori, e il paese era in attesa di conoscere il nuovo speaker del parlamento. Nonostante i tentativi di escludere candidati che non fossero vicini all’establishment, la competizione elettorale ha evidenziato lo scontro politico sempre più acceso tra conservatori e radicali all’interno della leadership iraniana, che negli ultimi anni ha fortemente ostacolato l’agenda politica di Raisi. La potenziale morte di Raisi giunge quindi in un momento di forte tensione dialettica e potrebbe favorire un Rally ‘round the flag, portando a una maggior coesione della leadership in una fase di crisi per la Repubblica islamica, o esacerbare ancor più le tensioni con accuse e richieste di chiarimenti su quanto accaduto. L’ayatollah Ali Khamenei ha chiesto agli Iraniani di pregare affinché il presidente e i funzionari che lo accompagnavano ritornino sani e salvi ma ha assicurato che non ci saranno problemi nella gestione del Paese. Agli occhi della maggior parte degli iraniani, sono il leader supremo e le Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) a prendere le principali decisioni politiche ed estere. Allo stesso tempo però, la morte di Raisi complicherebbe la sfida già in corso per la successione alla guida del paese. Sebbene vi siano altri potenziali candidati, nessuno quanto Raisi garantirebbe una linea di continuità con quanto fatto da Khamenei nel corso degli ultimi 35 anni.

“Se la morte del presidente iraniano fosse accertata, la Repubblica islamica si troverebbe ad affrontare molteplici sfide nel brevissimo, breve e medio periodo: le autorità dovrebbero innanzitutto fare chiarezza su quanto accaduto al confine con l’Azerbaigian, poi, entro cinquanta giorni, dovrebbero indire nuove elezioni e avviare una campagna elettorale per cui nessuno sembra essere pronto. Ma la morte di Raisi complicherebbe anche i calcoli interni al sistema per il post-Khamenei. Sebbene non sia una figura carismatica e non goda di consenso popolare, Raisi è stato descritto come l’“uomo del sistema”, una figura debole quanto basta per garantire che non venga alterato lo status quo e rappresenta il principale indiziato per il ruolo di rahbar. La sua morte, al di là della retorica dei primi mesi, potrebbe contribuire a plasmare il futuro della Repubblica islamica in un modo che nemmeno i suoi vertici iraniani avevano preventivato.” 

1 risposta »

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.