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Ilga Europe 2024

Ilga Europe 2024

L’Italia è tra i 9 Paesi dei 27 Ue che non hanno firmato la dichiarazione per la promozione delle politiche europee a favore delle comunità Lgbtq+. Il rifiuto ha provocato aspre critiche da parte del mondo politico mentre il mondo delle aziende ribadisce il proprio impegno a creare ambienti lavorativi accoglienti e rispettosi per tutti. Intanto però si assiste a un generale arretramento nei diritti, come testimoniato dalle 2 posizioni perse dall’Italia nella Rainbow Map di Ilga-Europe, e all’avanzare di violenze e crimini d’odio.

A ridosso della Giornata mondiale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia (o Idahobit, che dal 2004 cade ogni 17 maggio), l’Italia ha scelto di non firmare la Dichiarazione per la promozione delle politiche europee a favore delle comunità lgbtq+. L’Italia non è stato l’unico Paese a fare mancare il suo appoggio. Presentato dalla presidenza di turno belga del Consiglio ai governi Ue, il testo non ha ricevuto il sostegno di 9 Stati su 27, tra cui vari dell’Europa orientale.

Solo lo scorso 7 maggio, l’Italia aveva aderito alla dichiarazione contro l’Omofobia, Transfobia, Bifobia del Servizio di Azione Esterna Ue e dei 27. Tuttavia, fonti del ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità hanno spiegato all’Ansa che l’Italia non avrebbe firmato la più recente dichiarazione perché di fatto sbilanciata sull’identità di genere, quindi sostanzialmente il contenuto del disegno di legge Zan.

A livello internazionale il testo, redatto proprio in occasione dell’Idahobit, è stata presentato in una conferenza ad alto livello a Bruxelles. Per l’occasione si è discusso dei progressi e degli ostacoli all’attuazione della strategia dell’Ue sulla parità di diritti delle persone lgbtq+ e della via da seguire per la prossima Commissione.

L’incontro cade in un momento cruciale: manca poco, infatti, alla fine dell’attuale mandato del Parlamento europeo e dell’attuale collegio dei commissari della Commissione europea, che per la prima volta include un commissario specificamente incaricato dell’uguaglianza.

La riunione ha portato alla firma da parte di 18 Stati membri della dichiarazione congiunta sulla continua promozione dei diritti umani delle persone lgbtq+. I firmatari – per la precisione Austria, Belgio, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia – si sono dunque impegnati ad attuare strategie nazionali per le persone lgbtq+, oltre che a sostenere la nomina di un nuovo commissario per l’uguaglianza quando sarà formata la prossima Commissione. Tale organo è stato inoltre invitato a perseguire e attuare una nuova strategia per migliorare i diritti delle persone lgbtiq+ nel corso della prossima legislatura, stanziando risorse sufficienti e collaborando con la società civile.

Le reazioni alla mancata firma in Italia non si sono fatte attendere.

Nel mondo aziendale, Parks – Liberi e Uguali ha appreso con delusione la notizia che l’Italia non fosse tra i Paesi che hanno sottoscritto la dichiarazione sulla promozione delle politiche europee a favore delle comunità lgbtq+. «Le aziende e le istituzioni associate a Parks – ha dichiarato Igor Suran, direttore esecutivo di Parks – Liberi e Uguali, ad Alley Oop – continueranno con il loro impegno nella creazione dei luoghi di lavoro inclusivi in cui tutte le persone potranno liberamente esprimere il loro orientamento affettivo e sessuale e vivere con dignità la loro identità di genere». Parks è un’associazione che si pone l’obiettivo di aiutare le aziende a promuovere le proprie politiche di inclusione e, a breve, terrà il suo business forum, Lgbt+ People at Work. L’appuntamento annuale, arrivato alla sua decima edizione e in programma il 29 maggio, sarà l’occasione per fare il punto sulle principali questioni lgbtqia+, cercando di favorire l’inclusione e di combattere i pregiudizi più diffusi. 

Dure critiche al governo sono arrivate dalla politica e, in particolare, da parte dei partiti di opposizione. La segretaria del Pd Elly Schlein, a margine di un evento, ha accusato il governo di “fare campagna elettorale sulla pelle delle persone discriminate”. Secondo il leader del M5S Giuseppe Conte l’Italia avrebbe “deciso di inseguire il modello culturale orbaniano”, in riferimento al primo ministro ungherese Viktor Orbán, noto per le sue posizioni anti-lgbtq+. “Questa destra ci ha ufficialmente posizionato tra i Paesi che discriminano i suoi cittadini”, è stato invece il commento fatto dallo stesso Alessandro Zan, primo firmatario della legge contro l’omotransfobia, sui suoi profili social.

Intanto l’Italia perde posizioni nella Rainbow Map di Ilga-Europe, organizzazione non governativa che lotta per l’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani. Ogni anno la sigla, che riunisce oltre 600 organizzazioni provenienti da 54 nazioni dell’Europa e dell’Asia centrale, classifica i Paesi in base alle rispettive leggi e politiche per le persone lgbtq+. Nell’edizione aggiornata, l’Italia si posiziona al 36esimo posto su 49 Paesi europei, in materia di uguaglianza e tutela dei diritti. Con un punteggio che va da 0 a 100%, e una media dell’Ue pari a 50,60%, l’Italia ha ottenuto un risicato 25,41%.

Rispetto all’edizione precedente del 2023, l’Italia è scesa di due gradini e oggi si piazza tra Lituania e Georgia. Questo calo è dovuto a diversi fattori, spiega Ilga-Europe. Pesano lo stallo delle politiche sulla protezione legislativa in materia di diritti lgbtq+ e gli attacchi alle famiglie arcobaleno. Mentre il dibattito pubblico sul tema dei diritti diventa sempre più ostile, con esponenti del governo (dall’agenda socialmente conservatrice) che hanno espresso a più riprese negli ultimi mesi posizioni contrarie ai diritti della comunità lgbtq+.

L’Italia, ricordiamo, ha un disegno di legge che vuole rendere la maternità surrogata un “crimine universale”, così grave da essere perseguito anche se commesso all’estero. Nessun altro Paese ha un divieto simile. Tema che per altro non riguarda solo la comunità Lgbtq+.

In ambito lavorativo, un sondaggio di Istat-Unar ha rilevato che 1 persona lgbtq+ su 4 ha subito discriminazioni sul lavoro. Il 34,1% dei rispondenti ritiene che il proprio orientamento sessuale l’abbia svantaggiato nel corso della vita lavorativa in termini di riconoscimento e apprezzamento delle proprie capacità professionali; il 30,8% rispetto ad avanzamenti di carriera e crescita professionale

Il già fragile status della comunità Lgbt italiana è intaccato anche da un aumento delle violenze. Dalle analisi dei dati sulle consulenze e prese in carico di di Gay Help Line, emerge che gli episodi di discriminazione e odio sono cresciuti del 34% mentre la violenza verso le persone gay, lesbiche, trans e non binarie è intercorsa nel 53% dei casi totali. Risultano in aumento al 27% gli attacchi a coppie dello stesso sesso in luoghi pubblici.

L’omobistransfobia non si arresta e, anzi, sembrerebbe crescere in maniera sostanziale in tutta Europa. Lo testimoniano gli ultimi dati dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (Fra). Bullismo, molestie e violenza rimangono minacce costanti e sono aumentati nella vita di tutti i giorni. 1 persona lgbtq+ su 10 ha subito violenze, in leggero aumento rispetto alla rilevazione precedente di 5 anni fa.

Il numero di persone che hanno subito attacchi d’odio, comprese aggressioni fisiche e sessuali, nei 5 anni precedenti l’indagine è aumentato dall’11% nel 2019 al 14% nel 2023. Oltre 2 persone su 3 dichiarano di essere state vittime di bullismo a scuola, in tutti i paesi dell’UE, segnando un forte aumento rispetto alla precedente statistiche che era di 1 su 2 nel 2019. Infine solo 1 intervistato su 4 ritiene che il proprio governo stia combattendo i pregiudizi e l’intolleranza nei confronti delle persone Lgbtiq.

2 risposte »

  1. A meno di un mese dalle europee che potrebbero vedere l’Europarlamento svoltare verso l’ultradestra, ILGA-Europe ha reso nota la 16a edizione della Rainbow Map, che classifica 49 Paesi europei in base agli sviluppi legislativi nell’ambito dei diritti LGBTI.

    La Rainbow Map viene pubblicata 24 ore dopo il rapporto LGBTIQ Survey III dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, che ha rilevato come oltre due terzi degli intervistati siano stati vittime di dichiarazioni di odio nonché un aumento significativo della violenza rispetto all’ultimo sondaggio del 2019.

    La Rainbow Map mostra come alcuni governi stiano facendo progressi nel promuovere la tutela dei diritti LGBTI. Germania, Islanda, Estonia, Liechtenstein e Grecia hanno fatto un balzo in avanti nella classifica. Sia l’Estonia che la Grecia hanno modificato le loro leggi per consentire alle coppie dello stesso sesso di sposarsi e adottare bambini, con la Grecia che ha colmato anche alcune lacune nella sua legge antidiscriminazione per proteggere pienamente le persone LGBT, mentre il Liechtenstein ha esteso i diritti di adozione alle coppie dello stesso sesso. La Germania ha proibito i crimini d’odio basati sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulle caratteristiche sessuali. Altri paesi che hanno legiferato contro i crimini ispirati dall’odio includono Bulgaria, Islanda (che è balzata al secondo posto nella classifica) e Slovenia. In Belgio, Cipro, Islanda, Norvegia e Portogallo sono stati introdotti divieti relativi alle pratiche di conversione.

    L’Italia di Giorgia Meloni è invece scesa di due posizioni, dal 34esimo al 36esimo posto, tra Lituania e Georgia, a causa della dichiarata guerra del governo alle famiglie arcobaleno e all’assenza totale di politiche che possano ampliare i diritti e  abbattere le discriminazioni. Siamo sotto persino all’Ungheria di Orban, che è 30esima. La maggior parte dei Paesi candidati all’adesione UE (Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Moldavia, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, Ucraina) sono indietro rispetto agli impegni presi. Turchia e Georgia, anch’esse desiderose di approdare nell’Unione Europea, stanno erodendo attivamente i diritti umani e le libertà fondamentali.

    Secondo il direttore esecutivo di ILGA-Europe, Chaber: “L’UE deve prestare molta attenzione non solo all’aumento dei discorsi di odio politico contro le persone LGBTI, ma anche ai nuovi strumenti di oppressione, come la criminalizzazione da parte della Russia di un intero segmento della popolazione del paese. Gli sforzi di divisione e distrazione dai regimi autoritari consolidati si stanno ulteriormente diffondendo in altri paesi europei, in un momento in cui le elezioni potrebbero spingere l’Europa nelle mani di leader che desiderano plasmare un’Unione europea di destra radicale e antidemocratica. L’Europa ha bisogno di leggi e politiche più forti per proteggere le persone LGBTI. Senza queste, non possiamo parlare di sicurezza, Stato di diritto e democrazia“.

    ILGA-Europe produce la Rainbow Map and Index dal 2009, classificando i paesi europei in base alle rispettive leggi e politiche per le persone LGBTI, andando da 0 a 100%. Per creare la classifica ILGA-Europe utilizza 75 criteri, divisi in sette categorie tematiche: uguaglianza e non discriminazione; famiglia; crimini generati dall’odio e discorsi d’odio; riconoscimento legale del genere; integrità corporea intersessuale; spazio della società civile; e diritto di asilo.

    Per il nono anno consecutivo Malta continua a occupare il primo posto nella Rainbow Map, con un punteggio dell’88%. Con 83 punti, l’Islanda è balzata al secondo posto, guadagnando tre posizioni. Il Belgio, che ha vietato le pratiche di conversione, è salito al terzo posto della classifica con un punteggio di 78. Seguono Spagna, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo e Germania. Gli ultimi 3 Paesi della Rainbow Map sono Russia (2%), Azerbaigian (2%) e Turchia (5%). La Russia ha perso 7 punti e 3 posizioni. La Polonia si trova ancora in fondo alla classifica UE con il 18%, seguita da Romania (19%) e Bulgaria (23%).

    Germania, Islanda, Estonia, Liechtenstein e Grecia sono i Paesi che hanno guadagnato più posizioni. Il Montenegro ha perso il maggior numero di punti (-13%), precipitando di ben 9 posizioni perché non è riuscito a legiferare un nuovo piano d’azione per l’uguaglianza o a introdurre politiche aggiornate sui crimini ispirati dall’odio.

    Sempre più in fondo“, il commento di Alessandro Zan, deputato Pd. “Nella mappa ILGA 2024 l’Italia sprofonda 36esima, sempre più vicina a quei paesi che fanno delle discriminazioni e delle violenze contro la comunità lgbtqia+ delle precise politiche. Questo è il risultato della crociata contro i diritti del governo Meloni“.

    Rete Lenford ha aggiunto: “Ancora una volta grafici, numeri e percentuali rendono evidente la situazione delle persone LGBTI+ nel nostro Paese. Con il Governo Meloni e una maggioranza parlamentare ostile su questi temi, diventa purtroppo lecito pensare che questi numeri siano destinati a continuare a peggiorare“. “La necessaria riflessione su questo report contribuisce a motivare la nostra attività a sostegno e a servizio della comunità LGBTI+, sempre nella ferma convinzione che questo Paese, a prescindere dalla propria classe politica, possa e meriti di cambiare in meglio“.

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  2. In Europa un numero sempre maggiore di persone LGBTIQ vive apertamente la propria identità, ma allo stesso tempo gli episodi di violenza, molestie e bullismo nei loro confronti sono aumentati rispetto al passato. Questi sono alcuni dei risultati della più recente indagine dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), basata sulle risposte di oltre 100.000 persone LGBTIQ di 30 Paesi, ovvero i 27 Stati membri UE e i Paesi candidati Albania, Macedonia del Nord e Serbia.

    Il rapporto dal titolo «LGBTIQ equality at a crossroads: progress and challenges» (Uguaglianza LGBTIQ al bivio: progressi e sfide), che arriva a poche ore dall’uscita della Rainbow Map 2024 di ILGA-Europe, ha raccolto le esperienze e le opinioni delle persone LGBTIQ, presentando le sfide che si trovano ad affrontare in Europa, evidenziando inoltre ciò che è cambiato rispetto alle precedenti indagini della FRA del 2019 e del 2012.

    La discriminazione nei confronti delle persone LGBTIQ, pur restando accentuata, sta diminuendo gradualmente. Le scuole affrontano le tematiche LGBTIQ in modo più positivo e proattivo e i giovani si sentono più sostenuti dagli insegnanti e dai compagni. Tuttavia, bullismo, molestie e violenza hanno raggiunto livelli elevati.

    Oltre due terzi delle persone intervistate hanno riscontrato dichiarazioni di odio online, mentre sono aumentate significativamente le violenze rispetto all’ultimo sondaggio del 2019.

    In Italia la percentuale di persone che hanno denunciato forme di bullismo e molestie a scuola è passata dal 43% del 2019 al 67% del 2023.

    Oltre un terzo delle persone LGBTIQ in Europa subisce discriminazioni nella vita quotidiana, con un leggero calo dal 42% nel 2019 al 36% nel 2023.

    Il 5%, ovvero la stessa percentuale del 2019 e del 2012, ha affermato di aver subito aggressioni fisiche o sessuali nei 12 mesi precedenti l’indagine. Sale invece al 14%, rispetto all’11% del 2019, la percentuale di chi ha subito violenza motivata dall’odio, comprese aggressioni fisiche e sessuali, nei cinque anni precedenti. Questa percentuale sale al 29% per le donne trans, al 23% per gli uomini trans al 23%, al 34% per le persone intersex.

    Un terzo delle persone LGBTIQ in Europa ha pensato almeno una volta al suicidio nell’anno precedente al sondaggio. Lo scenario italiano si distingue per un numero più alto di studenti (67% a fronte della media UE del 62%) che denunciano l’assenza di questi temi a scuola, e sopratutto per la sfiducia nelle istituzioni: solo il 4%, a fronte di una media europea del 26%, crede che il governo nazionale combatta efficacemente i pregiudizi e l’intolleranza, un dato in ulteriore peggioramento dal 2019 (8%).

    Tra i principali risultati dell’indagine si evidenziano

    Apertura: oltre una persona su due è aperta riguardo al proprio orientamento sessuale, identità ed espressione di genere, e caratteristiche sessuali. Tuttavia, la maggior parte evita ancora di tenere la mano a un partner dello stesso sesso in pubblico per paura di aggressioni.

    Discriminazione: oltre una persona su tre subisce discriminazioni nella vita quotidiana. Questo risultato evidenzia un lieve calo rispetto al 2019 (due persone su cinque). Tuttavia, la discriminazione rimane un fenomeno invisibile, poiché solo una persona su dieci denuncia gli episodi di cui è vittima.

    Violenza: oltre una persona su dieci ha subito violenza nei cinque anni precedenti l’indagine, con un lieve aumento rispetto al 2019. Inoltre, più di una persona intersex su tre è stata vittima di aggressioni.

    Molestie: più di una persona su due è stata vittima di molestie motivate dall’odio, in aumento rispetto a una su tre nel 2019. Tra le persone trans e intersex, due su tre hanno subito molestie.

    Bullismo: oltre due persone su tre sono state vittime di bullismo a scuola, in tutte le generazioni e in tutti i paesi dell’UE. Questo dato evidenzia un forte aumento rispetto al 2019 (una persona su due).

    Istruzione: le scuole affrontano le tematiche LGBTIQ più spesso che in passato, e oltre un alunno LGBTIQ su cinque afferma che la sua scuola lo ha fatto in modo positivo.

    Salute mentale: più di una persona su tre ha pensato al suicidio. Più della metà delle persone trans, di genere non binario o non gender conforming dichiara di avere pensieri suicidi.

    Pratiche di «conversione»: una persona su quattro dichiara di essere stata costretta a sottoporsi a pratiche di conversione per cambiare il proprio orientamento sessuale o la propria identità ed espressione di genere.

    Governi: solo una persona su quattro ritiene che il proprio governo stia combattendo pregiudizi e intolleranza nei confronti delle persone LGBTIQ, rispetto a una su tre nel 2019.

    Il rapporto sottolinea inoltre che le esperienze delle persone LGBTIQ variano notevolmente all’interno dell’UE e che ogni gruppo deve affrontare sfide diverse. Le persone intersex, trans, di genere non binario e non gender conforming subiscono più violenza e molestie. Inoltre, è più probabile che si trovino ad affrontare problemi di salute mentale e avere pensieri suicidi. Hanno anche maggiori probabilità di rimanere senza fissa dimora e di avere difficoltà ad accedere a cure mediche. Ciò vale anche per le persone LGBTIQ con disabilità o problemi economici, o che appartengono a minoranze etniche, razziali o altri gruppi minoritari.

    I risultati dell’indagine aiuteranno la Commissione europea a valutare la sua strategia per l’uguaglianza delle persone LGBTIQ e contribuiranno ad avanzare politiche volte a proteggere e promuovere i diritti fondamentali delle persone LGBTIQ.

    La FRA invita i governi ad agire sui seguenti fronti.

    Reati generati dall’odio: attuare una cultura di tolleranza zero verso la violenza e le molestie nei confronti delle persone LGBTIQ. Investire nella formazione delle forze di polizia per assicurare che riconoscano, registrino e indaghino adeguatamente i reati generati dall’odio contro le persone LGBTIQ, in modo che le vittime si sentano sicure nel denunciare le aggressioni e siano trattate in modo equo. Considerare i pregiudizi come fattori aggravanti durante i procedimenti penali.

    Discriminazione: affrontare la discriminazione in tutti gli ambiti adottando la direttiva dell’UE sulla parità di trattamento e trasporre le direttive sugli standard degli organismi per la parità. Rafforzare gli organismi per la parità e dotarli di risorse adeguate, in modo che possano sostenere meglio le vittime.

    Odio online: affrontare l’odio online e le campagne di disinformazione contro le persone LGBTIQ. Affrontare il rischio di pregiudizi negli algoritmi e garantire la responsabilità delle piattaforme digitali ai sensi della legislazione europea.

    Istruzione: rendere le scuole ambienti di apprendimento sicuri e favorevoli per tutti i minori. Contrastare il bullismo e garantire che i programmi e i sistemi di istruzione si basino sulle migliori pratiche promosse dall’UE.

    Sanità: garantire l’accesso a un’assistenza sanitaria di qualità, compreso il sostegno alla salute mentale. Porre fine alle pratiche di «conversione» e agli interventi medici non vitali.

    Sirpa Rautio, direttrice della FRA, ha dichiarato:

    «Essere apertamente LGBTIQ in Europa non dovrebbe essere una lotta. Malgrado i segni di progresso, bullismo, molestie e violenza rimangono minacce costanti. È tempo di agire con decisione sulla base dei passi avanti compiuti finora, in modo che tutti nell’UE siano trattati allo stesso modo e possano vivere con dignità e rispetto».

    Helena Dalli, Commissaria per l’Uguaglianza, ha dichiarato:

    «I risultati dell’indagine della FRA forniscono dati preziosi sulle esperienze vissute dalle persone LGBTIQ in tutta Europa. Ci aiutano a individuare i progressi compiuti ed evidenziano le sfide ancora da affrontare. Invito tutti gli Stati Membri a utilizzare i dati per attuare politiche solide al fine di contrastare la discriminazione e tutelare i diritti di tutte le persone LGBTIQ».

    Rosario Coco, Presidente Gaynet, ha dichiarato:

    «Una persona LGBTIQ su cinque in Italia (18%) ha sperimentato i tentativi di conversione, le cosiddette “terapie riparative” definite una vera e propria forma di tortura dalle Nazioni Unite. Il prossimo 17 maggio partirà anche in Italia la campagna contro le pratiche di conversione, a sostegno di un’iniziativa di portata europea. Il dato sui tentativi di conversione che in Europa interessa il 26% delle persone intervistate, ci da una prospettiva di quanto sia profonda e sfuggente la natura dell’oppressione: nonostante il 52% viva ormai del tutto o quasi apertamente la propria identità (coming out), 1 persona su 4 in Europa ha affrontato delle vere e proprie torture, come sono state definite nel 2020 dalle Nazioni Unite le cosiddette “terapie riparative”. Il prossimo 17 maggio, Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, lanceremo una nuova iniziativa contro le pratiche di conversione, in contemporanea con il movimento europeo ACT (Against Conversion Theray, per sensibilizzare l’opinione pubblica e aprire un dibattito sulla necessità di un intervento normativo che affermi il diritto universale ed effettivo all’orientamento sessuale e all’identità di genere, come avvenuto in Spagna, Germania, Francia, Grecia e molti altri Paesi in tutto il mondo».

    La FRA (European Union Agency for Fundamental Rights) presenterà il rapporto all’evento «Pride Alliances and Policy», organizzato dalla presidenza belga del Consiglio dell’UE a Bruxelles il 17 maggio.

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