
Il percorso verso la definizione delle priorità della competitività europea è pronto al via, con due rapporti da dettagliare e un’agenda strategica da mettere a terra. Se l’inizio di questo percorso è affidato a Enrico Letta e al suo rapporto sul futuro del Mercato unico, il crocevia passerà da un altro ex-premier italiano, Mario Draghi e la sua relazione sul futuro della competitività europea. E per la prima volta dall’assegnazione dell’incarico da parte della presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, è stato proprio Draghi a indicare le direttrici del suo lavoro, che si imposta non in concorrenza ma in linea di continuità con il testo che sarà presentato al Consiglio Europeo straordinario in programma domani e dopodomani (17-18 aprile) e che influenzerà il capitolo ad hoc delle conclusioni del vertice dei leader Ue.
“Per molto tempo la competitività è stato un tema controverso in Europa, ma la questione chiave è che abbiamo sbagliato focus, vedendo noi stessi come concorrenti e allo stesso tempo non guardando abbastanza all’esterno”, ha esordito l’ex-premier italiano nel suo intervento di oggi (16 aprile) alla Conferenza di alto livello sul pilastro europeo dei diritti sociali: “Abbiamo creduto al level playing field e all’ordine internazionale basato sulle regole, aspettandoci che gli altri avrebbero fatto lo stesso, ma il mondo sta cambiando rapidamente e ci ha colti di sorpresa”. In altre parole attori di peso come Stati Uniti e Cina “stanno attivamente elaborando politiche per rafforzare la loro posizione di competitività e indirizzare gli investimenti a loro vantaggio e a spese nostre”. Da Pechino che “ha l’obiettivo di catturare e internalizzare tutta la catena di approvvigionamento nelle tecnologie verdi e avanzate” a Washington che “usa politiche industriali su larga scala per attirare capacità manifatturiere di alto livello all’interno dei loro confini”.
Al contrario l’Unione Europea “non ha mai avuto un patto industriale equivalente” e soprattutto “manca ancora una strategia complessiva per rispondere in aree molteplici“, dalla rincorsa ai ritardi tecnologici alla protezione dell’industria tradizionale “causata da asimmetrie sul piano regolatorio, commerciale e di sussidi”, fino alle ambizioni di ridurre le dipendenze strategiche (come materie prime critiche e batterie). È qui che entra in gioco il lavoro dei due ex-primi ministri italiani, che culminerà al momento della presentazione della relazione di Draghi sul futuro della competitività europea: “Abbiamo bisogno di un’Unione Europea che sia pronta per l’oggi e il domani, ciò che proporrò è un cambiamento radicale, è quello di cui abbiamo bisogno“. Di fronte a uno scenario in continuo cambiamento l’Unione deve “definire priorità” attraverso “azioni immediate nei settori con la massima esposizione alle sfide verdi, digitali e di sicurezza”, è l’esortazione di Draghi, che ha fornito le prime anticipazioni sul suo rapporto: “Ci focalizziamo su dieci macro-settori dell’economia europea, ognuno ha bisogno di specifiche riforme e strumenti, ma ci sono tre fili conduttori“.
In primis “permettere la scalabilità” delle imprese europee, pareggiando “lo stesso vantaggio competitivo” che l’Europa avrebbe con i principali concorrenti globali (in grado di sfruttare economie di scala continentale per spingere la crescita, gli investimenti e quote di mercato “dove è più importante”) ma frenato dalla frammentazione. Gli esempi sono molteplici, dalla difesa, dove “la mancanza di scalabilità ci impedisce lo sviluppo di capacità industriale”, alle telecomunicazioni, in cui “gli investimenti pro-capite sono la metà di quelli degli Stati Uniti nonostante un mercato potenziale da 445 milioni di consumatori”. Il secondo filo conduttore è la capacità di “fornire beni pubblici” laddove ci sono “possibili investimenti di cui beneficiamo tutti, ma che nessun Paese può portare avanti da solo”. I colli di bottiglia impattano i settori strategici dell’Unione, come clima, difesa, supercomputer e soprattutto energia: “Un mercato energetico integrato garantirebbe costi bassi dell’energia per le nostre imprese e più resilienza in caso di future crisi, ma non riusciremo a creare una vera Unione dell’energia, a meno che non ci accorderemo su un approccio comune”.
In questo contesto è cruciale il ricorso agli strumenti più adeguati per gli investimenti, ha precisato Draghi: “Il settore pubblico ha un grande ruolo da giocare, possiamo sfruttare la grande capacità di assumere prestiti sul mercato, ma la maggior parte degli investimenti deve essere coperta dal settore privato”. Un riferimento esplicito al lavoro “da far avanzare” sull’Unione dei mercati dei capitali – definita “una parte indispensabile” della strategia generale per la competitività europea – dal momento in cui l’Ue può contare su “molti risparmi privati, che però finiscono spesso nei depositi di banche e non aiutano la crescita finanziaria”. E infine c’è l’ultimo filo conduttore dei dieci macro-settori su cui sta lavorando l’ex-premier italiano: “Assicurarci l’approvvigionamento di risorse essenziali“. Una priorità cruciale “se vogliamo portare avanti le nostre ambizioni climatiche senza aumentare la dipendenza da Paesi a cui non possiamo più affidarci”, in particolare sulle materie prime critiche. Una strategia complessiva “che comprenda tutti gli stadi della catena di approvvigionamento delle materie prime critiche” parte dal Critical Raw Materials Act presentato dalla Commissione Ue, “ma ci servono misure complementari per rendere gli obiettivi più tangibili” come per esempio “una piattaforma dedicata appositamente per gli acquisti congiunti“.
In sostanza le tre direttrici “ci richiedono una riflessione su come organizzarci insieme, in particolare su cosa vogliamo fare insieme e cosa vogliamo tenere a livello nazionale“, è l’esortazione di Draghi, che ha puntualizzato come “considerata l’urgenza delle sfide che affrontiamo, non abbiamo il lusso di ritardare le risposte a una futura modifica dei Trattati”. È invece di primaria importanza sviluppare da ora “un nuovo strumento strategico per il coordinamento della politica economica“, ma in caso di non fattibilità di questo progetto a Ventisette “dobbiamo considerare la possibilità di andare avanti con un sottogruppo di Stati membri”. In ogni caso non è quest’ultima la soluzione privilegiata da Draghi, perché “la coesione politica della nostra Unione richiede avanzare insieme, possibilmente sempre“. La sfida è ripristinare la competitività europea, il mezzo “è agire come Unione Europea in un modo che non abbiamo mai visto prima”, è l’ultimo messaggio di Draghi.
Dal rapporto Letta al rapporto Draghi
Come emerge da diverse fonti a Bruxelles, tutta l’attenzione ora è puntata alla presentazione del rapporto di Letta al Consiglio Europeo. Ciò che inizierà con giovedì mattina – quando è prevista la discussione con i 27 capi di Stato e di governo – è un percorso scandito su tre momenti: la relazione sul futuro del Mercato unico, la definizione dell’Agenda strategica 2024-2029 (punto centrale del Consiglio Europeo di giugno) e infine la relazione di Draghi sul futuro della competitività europea. Le fonti precisano che l’appuntamento con l’ex-governatore della Banca Centrale Europea per la presentazione del rapporto non è ancora stato formalizzato, ma sarà comunque dopo le elezioni europee del 6-9 giugno, dunque al più presto al vertice dei leader Ue del 27-28 giugno. Il lavoro complementare tra i due ex-premier italiani è certificato anche dalle parole di Letta alla Conferenza di oggi, a cui ha preso parola poche ore dopo l’intervento di Draghi: “Si tratta dello stesso metodo che ho utilizzato per il mio rapporto”.
Secondo quanto si apprende a Bruxelles il rapporto di Letta viene guadato con favore in particolare per la presa di consapevolezza della necessità di effettuare una quantità di investimenti “enorme” se si vuole rispettare gli obiettivi delle transizioni gemelle digitale e verde e combinarli con altre priorità, come per esempio il futuro allargamento dell’Unione. C’è un grande interesse sul tema del finanziamento che, come nel rapporto Draghi, contempla non solo la sfera pubblica ma soprattutto quella privata, con le riflessioni su come spingere l’Unione dei mercati dei capitali. In altre parole, tutto indica una convergenza dei due rapporti non solo nell’Agenda strategica per la prossima legislatura, ma soprattutto in quelli che saranno i pilastri del prossimo bilancio pluriennale Ue (2028-2034), considerato il fatto che le fonti riportano “l’opportunità concreta” di creare un piano stabile di discussione sugli obiettivi e le priorità per il futuro a lungo termine dei Ventisette (o più).
Categorie:Economia, Unione Europea











































Giorgia Meloni frena su Mario Draghi. La presidente del Consiglio viene incalzata dai giornalisti sugli scenari futuri o futuribili, non oggetto del vertice straordinario dei capi di Stato e di governo dell’Ue al quale ha appena partecipato, ma comunque tema presente. Non nell’agenda di Meloni, però. “Tutto questo dibattito è filosofia“, taglia corto. Senza nulla togliere all’ex presidente della Bce e suo predecessore a palazzo Chigi. “E’ una persona competente”, riconosce, “ma decidere chi fa cosa prima che i cittadini votino è qualcosa su cui non mi troverete”.
Presidente della Commissione? Presidente del Consiglio, come invece suggerisce Nicola Procaccini, uomo di Meloni e Fdi? “Non mi interessa questo dibattito”, ammette Meloni, che preferisce concentrarsi sul contributo che lo stesso Draghi sta dando al ragionamento sul futuro dell’Europa, assieme al lavoro di Enrico Letta. Nei rispettivi rapporti su competitività e futuro del mercato unico: “Draghi e Letta dicono che l’Europa va cambiata, e mi interessa sapere se vogliamo cambiare cosa non ha funzionato” fin qui, sottolinea il capo del governo. Che guarda al lavoro pratico.
E’ stato condotto “un lavoro interessate” per contenuti, analisi e proposte di soluzione alle sfide che attendono l’Unione europea dell’immediato futuro, ed è su questo che Meloni preferisce concentrarsi. Cita la sfide climatica, con la doppia transizione che ne deriva, la sfida demografica, e tocca, senza citarle, le crisi internazionali: “La situazione è cambiata. Fino a ieri eravamo in una situazione di tranquillità che ci permetteva di avere un approccio più ideologico, adesso serve un approccio più pratico”.
Meloni non si sottrae ai giornalisti, anche quando arrivano domande dirette. Con il 25 aprile dietro l’angolo le viene chiesto conto della sue posizioni, su cui rimanda a dichiarazioni rese in altra sede e in altra data. “Quello che dovevo dire sul fascismo l’ho già detto e ritengo di non doverlo ribadire”, taglia corto. Per poi aggiungere: “In Italia gli estremisti stanno da un’altra parte, e non stanno al governo“.
Respinge al mittente le critiche di voler riscrivere le regole sulla stampa in Italia, accusa di fake-news quanti accusano il governo di voler abolire la par condicio in Rai, su cui comunque la Commissione ha acceso i riflettori. E poi, sull’aborto: “Noi non abbiamo mai chiesto di modificare la legge 194” che disciplina l’interruzione della gravidanza, “Io penso che chi vuole modificare la 194 sia a sinistra“.
Meloni lascia Bruxelles nel complesso soddisfatta. Il confronto sul futuro del mercato unico è appena iniziato e continuerà, le prime intese di principio sono state possibili grazie a un’iniziativa franco-tedesca che “è una proposta anche dell’Italia”, rivendica Meloni, e che “spinge sul lavoro per l’unione dei mercati dei capitali e liberare risorse, lasciandole in Europa”. Un inizio.
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