Unione Europea

Il ‘Piepergate’ si allarga. Mezzo Collegio dei commissari contro von der Leyen per le modalità di nomina

Markus Pieper

È già stato battezzato ‘Piepergate’ l’ultimo grattacapo per Ursula von der Leyen, che fa traballare ancora di più la presidente della Commissione in corsa per la succedere a se stessa al Berlaymont. La nomina dell’eurodeputato Markus Pieper, attuale membro del Parlamento Europeo in quota Cdu (Unione Cristiano-Democratica di Germania, lo stesso partito della leader dell’esecutivo Ue), a inviato Ue per le piccole e medie imprese (Pmi) sta sollevando un polverone politico a Bruxelles, tanto da portare quattro commissari europei a rivolgersi con una lettera alla stessa presidente von der Leyen per chiedere spiegazioni e – con tutta probabilità – gli eurodeputati a organizzare un dibattito apposito alla mini-plenaria della prossima settimana.

Tutto è iniziato lo scorso 31 gennaio, quando i servizi della Commissione Europea hanno reso nota la nomina di Pieper a inviato Ue per le Pmi – per tenere uno “stretto rapporto” con i rappresentanti imprenditoriali nazionali – entrando in carica “successivamente” e riferendo direttamente alla presidente von der Leyen e al commissario per il Mercato interno, Thierry Breton. Secondo quanto riferito dal Berlaymont, Pieper vanterebbe “una vasta esperienza e competenza nelle politiche per le Pmi” in qualità di membro della commissione per l’Industria, la ricerca e l’energia (Itre) dell’Eurocamera in questa legislatura (è eurodeputato dal 2004) e avrebbe dimostrato “un’esperienza encomiabile” nelle relazioni strategiche “con una gamma diversificata di parti interessate, dimostrando forti capacità di leadership, di advocacy e di negoziazione”.

Tuttavia i primi dubbi sulla scelta del cristiano-democratico Pieper sono stati sollevati verso la fine febbraio dal giornalista italiano David Carretta e il 29 febbraio 12 eurodeputati dei gruppi Verdi/Ale, S&D, Renew Europe e La Sinistra, che con un’interrogazione scritta hanno impegnato la Commissione a rispondere sulle “qualifiche aggiuntive” che hanno permesso a Pieper di superare gli altri candidati nella procedura di selezione. In particolare gli eurodeputati hanno rilanciato le notizie secondo cui “altre candidate donne, provenienti da Stati membri sottorappresentati in posizioni di responsabilità, abbiano ottenuto punteggi migliori nella procedura di assunzione in tre fasi” e per questo motivo si pongono “interrogativi sulla trasparenza del processo e sull’influenza del presidente della Commissione“. Non è un caso che una delle domande poste al Collegio dei commissari è proprio quella su quanto “l’affiliazione al partito del candidato prescelto ha giocato un ruolo decisivo nella sua nomina”. L’eurodeputata ceca Martina Dlabajová (Renew Europe), candidata alla carica, ha già presentato ricorso alla direzione generale Risorse umane della Commissione.

Mentre il primo firmatario dell’interrogazione, il verde tedesco Daniel Freund, fa sapere che “dopo cinque settimane” dalla richiesta “non ho ancora ricevuto risposta” dalla Commissione Ue, per la presidente von der Leyen il ‘Piepergate’ rischia di diventare ancora più scivoloso dopo la lettera inviata dallo stesso commissario Breton insieme ai colleghi Paolo Gentiloni (responsabile per l’Economia), Nicolas Schmit (per il Lavoro e i diritti sociali, nonché Spitzenkandidat del Partito Socialista Europeo) e Josep Borrell (vice presidente della Commissione e alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza) per richiedere la possibilità di un ulteriore esame. “Riteniamo opportuno che il Collegio discuta collettivamente la risposta a queste accuse e il possibile impatto sulle prossime fasi del processo di assunzione”, si legge nella lettera dei quattro commissari ottenuta da Euronews: “Attendiamo con ansia la possibilità di una tale discussione in seno al Collegio dei commissari alla prima occasione possibile”. Oltre alle affiliazioni partitiche (Gentiloni, Schmit e Borrell sono socialdemocratici, Breton liberale), a determinare l’azione dei quattro commissari sarebbe stato – secondo quanto riporta Il Mattinale – il fatto che la stessa presidente von der Leyen avrebbe bypassato la raccomandazione a favore di Dlabajová da parte di Breton, commissario responsabile per il giudizio sul candidato più idoneo.

Di fronte a tutto ciò gli eurodeputati inseriranno con tutta probabilità nell’agenda della mini-sessione plenaria del 10-11 aprile a Bruxelles un dibattito ad hoc sul ‘Pipergate’, mentre gli stessi quattro gruppi politici espressione dei 12 firmatari dell’interrogazione alla Commissione (Verdi/Ale, S&D, Renew Europe e La Sinistra) stanno redigendo una richiesta formale all’esecutivo Ue per chiedere la revoca della nomina di Pieper. Dal Berlaymont il portavoce capo della Commissione Ue, Eric Mamer, ha provato a spiegare nel punto quotidiano di oggi (4 aprile) con stampa di Bruxelles che “questa procedura di selezione è stata esattamente uguale a qualsiasi altra“, con la proposta avanzata dal commissario per il Bilancio, Johannes Hahn (anche lui della famiglia dei popolari europei come von der Leyen e Pieper), “in accordo con la presidente”. Nonostante che le varie tappe del processo “non sono pubbliche”, la numero uno dell’esecutivo Ue “ha piena fiducia che la procedura sia stata regolare”, ha aggiunto Mamer, precisando che nella lettera dei commissari “di fatto ci è stato chiesto di rispondere al Parlamento, cosa che facciamo sempre”. E nel caso di un dibattito all’emiciclo dell’Eurocamera sul ‘Piepergate’ la settimana prossima “la Commissione ne prenderà parte”.

Non accenna a scemare una delle tensioni più gravi all’interno del gabinetto guidato da Ursula von der Leyen, a pochi mesi dalla fine del mandato dell’attuale Commissione Ue e in piena campagna elettorale per le elezioni europee di giugno. Il ‘Piepergate’, il caso politico scoppiato a seguito della nomina dell’eurodeputato Markus Pieper a inviato Ue per le piccole e medie imprese (Pmi), si sta allargando proprio per la mancanza di trasparenza da parte della presidente von der Leyen nel processo di scelta del compagno di partito della Cdu (Unione Cristiano-Democratica di Germania) e ora mezzo Collegio dei commissari sarebbe in rivolta per la possibile violazione della regola della collegialità.

Come riportano i giornalisti David Carretta e Christian Spillmann nella newsletter Il Mattinale, è stato il commissario per il Bilancio, Johannes Hahn – anche lui della famiglia dei popolari europei come von der Leyen e Pieper – a rispondere alla lettera del 27 marzo dei colleghi Thierry Breton (responsabile per il Mercato interno), Paolo Gentiloni (per l’Economia), Nicolas Schmit (per il Lavoro e i diritti sociali, nonché Spitzenkandidat del Partito Socialista Europeo) e Josep Borrell (vice presidente della Commissione e alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza), su delega della presidente dell’esecutivo dell’Unione. “La decisione è del tutto in linea con le regole“, sostiene Hahn nella sua risposta, da cui emerge anche il fatto che Pieper ha firmato il contratto lo scorso 31 marzo (il giorno di Pasqua) “e dovrebbe assumere le sue funzioni il 16 aprile”.

Una porta chiusa alla richiesta di discutere di nuovo le fasi del processo di nomina all’interno del Collegio dei commissari, senza nemmeno una parola da parte della presidente von der Leyen. Ma gli stessi quattro commissari sono tornati alla carica ieri (8 aprile) con una nuova lettera indirizzata ancora alla numero uno dell’esecutivo Ue, visionata dai due giornalisti basati a Bruxelles: “Riteniamo che sia necessaria una discussione più ampia sulla trasparenza e sulla collegialità del processo di nomina a cariche di alto livello all’interno della Commissione”. Mentre nel frattempo è montato anche il caso della nomina del capo di gabinetto, Björn Seibert, e del neo-direttore per la ‘Comunicazione e servizi politici’ presso la direzione generale della Comunicazione (Dg Comm), Alexander Winterstein, rispettivamente a responsabile della campagna elettorale e a responsabile comunicazione e relazione con i media per conto di von der Leyen come Spitzenkandidatin del Ppe, i quattro commissari europei hanno puntato il dito sul fatto che la nomina non ha tenuto conto della regola della collegialità che prevede la partecipazione di tutti i commissari nel processo di selezione.

Il ‘Pipergate’ sarebbe però solo l’ultimo caso – e il più eclatante – di una modalità di gestione delle nomine di alto livello da parte di von der Leyen. Tanto che mezzo Collegio dei commissari sarebbe particolarmente irritato per il comportamento della presidente von der Leyen e la mancanza di trasparenza del suo gabinetto. Oltre ai quattro commissari firmatari delle due lettere, Il Mattinale riporta di altri sette membri dell’esecutivo Ue insoddisfatti per quanto andato in scena dal 31 gennaio a oggi: Margrethe Vestager  (vicepresidente esecutiva e commissaria per la Concorrenza), Věra Jourová (vicepresidente per i Valori e la trasparenza), Didier Reynders (responsabile per la Giustizia), Elisa Ferreira (per la Coesione e le riforme), Kadri Simson (per l’Energia), Janez Lenarčič (per la Gestione delle crisi) e Helena Dalli (per l’Uguaglianza). Se confermato dalla maggioranza dei gruppi politici al Parlamento Europeo, per giovedì (11 aprile) è prevista una votazione alla mini-sessione plenaria sul ‘Piepergate’ su iniziativa del gruppo dei Verdi/Ale per chiedere la revoca della nomina dell’eurodeputato della Cdu.

Il caso ‘Pipergate’

Tutto è iniziato lo scorso 31 gennaio, quando i servizi della Commissione Europea hanno reso nota la nomina di Pieper a inviato Ue per le Pmi – per tenere uno “stretto rapporto” con i rappresentanti imprenditoriali nazionali – entrando in carica “successivamente” e riferendo direttamente alla presidente von der Leyen e al commissario Breton. Secondo quanto riferito dal Berlaymont, Pieper vanterebbe “una vasta esperienza e competenza nelle politiche per le Pmi” in qualità di membro della commissione per l’Industria, la ricerca e l’energia (Itre) dell’Eurocamera in questa legislatura (è eurodeputato dal 2004) e avrebbe dimostrato “un’esperienza encomiabile” nelle relazioni strategiche “con una gamma diversificata di parti interessate, dimostrando forti capacità di leadership, di advocacy e di negoziazione”.

Tuttavia i primi dubbi sulla scelta del cristiano-democratico Pieper sono stati sollevati il 29 febbraio da 12 eurodeputati dei gruppi Verdi/Ale, S&D, Renew Europe e La Sinistra, che con un’interrogazione scritta hanno impegnato la Commissione a rispondere sulle “qualifiche aggiuntive” che hanno permesso a Pieper di superare gli altri candidati nella procedura di selezione. In particolare gli eurodeputati hanno rilanciato le notizie secondo cui “altre candidate donne, provenienti da Stati membri sottorappresentati in posizioni di responsabilità, abbiano ottenuto punteggi migliori nella procedura di assunzione in tre fasi” e per questo motivo si pongono “interrogativi sulla trasparenza del processo e sull’influenza del presidente della Commissione“. Non è un caso che una delle domande poste al Collegio dei commissari è proprio quella su quanto “l’affiliazione al partito del candidato prescelto ha giocato un ruolo decisivo nella sua nomina”. L’eurodeputata ceca Martina Dlabajová (Renew Europe), candidata alla carica, ha già presentato ricorso alla direzione generale Risorse umane della Commissione.

Mentre il primo firmatario dell’interrogazione, il verde tedesco Daniel Freund, ha fatto sapere che “dopo cinque settimane” dalla richiesta “non ho ancora ricevuto risposta” dalla Commissione Ue, la prima lettera dei quattro commissari ha chiesto esplicitamente a von der Leyen di discutere “alla prima occasione possibile” all’interno del Collegio su “queste accuse e il possibile impatto sulle prossime fasi del processo di assunzione” di Pieper. Oltre alle affiliazioni partitiche (Gentiloni, Schmit e Borrell sono socialdemocratici, Breton liberale), a determinare l’azione dei quattro commissari sarebbe stato il fatto che la stessa presidente von der Leyen avrebbe bypassato la raccomandazione a favore di Dlabajová da parte di Breton, commissario responsabile per il giudizio sul candidato più idoneo.

2 risposte »

  1. L’affondo del Parlamento Europeo è tanto grave quanto profonda la spaccatura tra le tre maggiori forze politiche che sostengono l’esecutivo Ue guidato da Ursula von der Leyen. Il ‘Piepergate’, il caso politico scoppiato a seguito della nomina dell’eurodeputato Markus Pieper a inviato Ue per le piccole e medie imprese (Pmi), ora è portato a un nuovo livello con il voto a schiacciante maggioranza da parte degli eurodeputati in sessione plenaria per chiedere la revoca della nomina e un processo “realmente trasparente e aperto” per la selezione dell’inviato Ue per le Pmi.

    La votazione contro la nomina di Pieper è arrivata oggi (11 aprile) attraverso un emendamento al discarico del bilancio della Commissione Europea del 2022 a prima firma Daniel Freund (Verdi/Ale), passato con 382 voti a favore, 144 contrari e 80 astenuti. In altre parole solo gli eurodeputati del Partito Popolare Europeo si sono opposti all’emendamento, schierandosi dalla parte della scelta di von der Leyen a favore del compagno di partito della Cdu (Unione Cristiano-Democratica di Germania). Popolari europei che difendono popolari europei. Il gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) e quello liberale di Renew Europe invece si sono allineati in blocco contro la numero uno della Commissione, sostenuti da Verdi/Ale, La Sinistra e l’estrema destra di Identità e Democrazia (a cui appartiene la Lega). A parte poche eccezioni il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (di cui fa parte Fratelli d’Italia) si è astenuto.

    Il Parlamento Ue aveva già sollevato dubbi sulla scelta del cristiano-democratico Pieper con un’interrogazione scritta di 12 eurodeputati dei gruppi Verdi/Ale, S&D, Renew Europe e La Sinistra datata 29 febbraio. Alla Commissione era richiesto di rispondere sulle “qualifiche aggiuntive” che hanno permesso a Pieper di superare gli altri candidati nella procedura di selezione e sugli “interrogativi sulla trasparenza del processo e sull’influenza del presidente della Commissione“. Non è un caso se l’eurodeputata ceca Martina Dlabajová (Renew Europe), candidata alla carica, ha presentato ricorso alla direzione generale Risorse umane della Commissione. Il Parlamento Europeo “osserva con preoccupazione che il candidato prescelto è un deputato uscente del partito politico tedesco della presidente von der Leyen“, si legge nell’emendamento approvato oggi in sessione plenaria, che a questo punto “invita la Commissione a porre rimedio alla situazione revocando la nomina e avviando un processo realmente trasparente e aperto per la selezione dell’inviato dell’Ue per le Pmi”.

    Secco il commento del portavoce-capo dell’esecutivo Ue, Eric Mamer, durante il punto quotidiano con la stampa: “Non reagiamo ai singoli emendamenti che sono stati votati” sul discarico di bilancio della Commissione. Senza risparmiare una frecciata agli eurodeputati sul fatto che “il Parlamento ha il diritto di voto, ma abbiamo la nostra autonomia istituzionale” e sgombrando il campo dai dubbi sul fatto che gli ultimi sviluppi politici possano aver avuto conseguenze sulla nomina di Pieper: “Sì e sì”, è stata la risposta a una domanda a proposito della convinzione del Berlaymont che l’eurodeputato della Cdu sia effettivamente il miglior candidato e se inizierà l’incarico – come previsto dal contratto siglato il 31 marzo – a partire da 16 aprile.Il caso ‘Piepergate’ dentro la Commissione Ue

    Tutto è iniziato lo scorso 31 gennaio, quando i servizi della Commissione Europea hanno reso nota la nomina di Pieper a inviato Ue per le Pmi – per tenere uno “stretto rapporto” con i rappresentanti imprenditoriali nazionali – entrando in carica “successivamente” e riferendo direttamente alla presidente von der Leyen e al commissario Breton. Secondo quanto riferito dal Berlaymont, Pieper vanterebbe “una vasta esperienza e competenza nelle politiche per le Pmi” in qualità di membro della commissione per l’Industria, la ricerca e l’energia (Itre) dell’Eurocamera in questa legislatura (è eurodeputato dal 2004) e avrebbe dimostrato “un’esperienza encomiabile” nelle relazioni strategiche “con una gamma diversificata di parti interessate, dimostrando forti capacità di leadership, di advocacy e di negoziazione”.

    Dopo l’interrogazione parlamentare sul ‘Piepergate’ rimasta ignorata per un mese da parte della presidente von der Leyen, il 27 marzo quattro membri del Collegio – Thierry Breton (responsabile per il Mercato interno), Paolo Gentiloni (per l’Economia), Nicolas Schmit (per il Lavoro e i diritti sociali, nonché Spitzenkandidat del Partito Socialista Europeo) e Josep Borrell (vice presidente della Commissione e alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza) – hanno scritto una lettera alla presidente della Commissione per chiedere esplicitamente di discutere “alla prima occasione possibile” all’interno del Collegio su “queste accuse e il possibile impatto sulle prossime fasi del processo di assunzione” di Pieper. Oltre alle affiliazioni partitiche (Gentiloni, Schmit e Borrell sono socialdemocratici, Breton liberale), a determinare l’azione dei quattro commissari sarebbe stato il fatto che la stessa presidente von der Leyen avrebbe bypassato la raccomandazione a favore di Dlabajová da parte di Breton, responsabile per il giudizio sul candidato più idoneo.

    Nel frattempo è montato anche il caso della nomina del capo di gabinetto, Björn Seibert, e del neo-direttore per la ‘Comunicazione e servizi politici’ presso la direzione generale della Comunicazione (Dg Comm), Alexander Winterstein, rispettivamente a responsabile della campagna elettorale e a responsabile comunicazione e relazione con i media per conto di von der Leyen come Spitzenkandidatin del Ppe. A rispondere alla lettera dei quattro commissari è stato il collega responsabile per il Bilancio, Johannes Hahn – anche lui della famiglia dei popolari europei come von der Leyen e Pieper – che su delega della presidente ha assicurato che “la decisione è del tutto in linea con le regole”. Tuttavia gli stessi quattro commissari hanno indirizzato una seconda lettera a von der Leyen, puntando il dito sul fatto che la nomina non avrebbe tenuto conto della regola della collegialità che prevede la partecipazione di tutti i commissari nel processo di selezione. Proprio per questo motivo mezzo Collegio sarebbe in rivolta contro la sua stessa presidente, con altri sette membri insoddisfatti: Margrethe Vestager  (vicepresidente esecutiva e commissaria per la Concorrenza), Věra Jourová (vicepresidente per i Valori e la trasparenza), Didier Reynders (responsabile per la Giustizia), Elisa Ferreira (per la Coesione e le riforme), Kadri Simson (per l’Energia), Janez Lenarčič (per la Gestione delle crisi) e Helena Dalli (per l’Uguaglianza).

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  2. Il ‘Piepergate’ potrebbe essere arrivato al capolinea, con un colpo di scena dell’ultimo minuto. Dopo le aspre polemiche scoppiate all’interno e all’esterno della Commissione Europea a seguito della nomina dell’eurodeputato Markus Pieper a inviato Ue per le piccole e medie imprese (Pmi), alla vigilia dell’assunzione dell’incarico è stato lo stesso capo-delegazione della Cdu (Unione Cristiano-Democratica di Germania) al Parlamento Europeo a fare un passo indietro e rinunciare alla carica affidatagli dalla presidente dell’esecutivo Ue – e compagna di partito – Ursula von der Leyen. Dimissioni anticipate non scontate ma nemmeno così sorprendenti, arrivate al termine di un processo di selezione che ha sollevato non poche perplessità sulla capacità della stessa numero uno del Berlaymont di assumersi le responsabilità politiche delle proprie scelte (anche forzate).

    Proprio von der Leyen ha commentato nella tarda serata di ieri (15 aprile) il passo indietro di Pieper, con una nota in cui spiega di “rispettare e dispiacersi” della decisione dell’inviato per le Pmi da lei nominato e non mostrando alcun ripensamento nonostante settimane di polverone politico e mediatico: “Markus Pieper è un comprovato esperto di Pmi e ha prevalso in un processo di selezione in più fasi“. Al contrario von der Leyen ha voluto rimarcare che “l’autonomia di ciascuna istituzione dell’Ue nella nomina dei suoi alti funzionari deve essere rispettata“, un attacco sibillino al Parlamento Europeo che solo la settimana scorsa aveva bocciato con un voto a larghissima maggioranza in sessione plenaria la scelta della presidente della Commissione. Quando Pieper avrebbe dovuto assumere l’incarico a partire da oggi (16 aprile) – la firma del contratto era arrivata il 31 marzo, la domenica di Pasqua – von der Leyen ha deciso di sospendere la riapertura delle procedure di selezione per la posizione di inviato Ue per le Pmi “fino a dopo le elezioni europee”.

    La rinuncia di Pieper nel tardo pomeriggio di ieri è stata accompagnata da un attacco frontale dello stesso eurodeputato tedesco all’indirizzo del commissario europeo responsabile per il Mercato interno e a cui dovrebbe riportare l’inviato Ue per le Pmi, Thierry Breton. “Considerato che Breton ha boicottato in anticipo il mio insediamento all’interno della Commissione, al momento non vedo alcuna possibilità di soddisfare le legittime aspettative associate alla carica“, ha dichiarato Pieper al quotidiano tedesco Handelsblatt, puntando il dito contro il “cattivo stile e motivato esclusivamente dalla politica di partito” (Breton è indipendente, ma commissario europeo scelto dal presidente francese, Emmanuel Macron).

    Laconico il commento dello stesso commissario per il Mercato interno: “Prendo atto delle dimissioni del signor Pieper a seguito del voto del Parlamento Europeo della scorsa settimana”, ha scritto questa mattina in un post su X, rimarcando che “trasparenza e collegialità sono e devono sempre rimanere i nostri valori cardine“. E Breton non ha risparmiato una frecciata nemmeno alla sua stessa presidente all’interno del Collegio dei commissari, specificamente a proposito dei tempi di riapertura del processo di selezione: “Spero che questa importante posizione per le Pmi venga ricoperta al più presto“.Il caso ‘Piepergate’

    Tutto è iniziato lo scorso 31 gennaio, quando i servizi della Commissione Europea hanno reso nota la nomina di Pieper a inviato Ue per le Pmi – per tenere uno “stretto rapporto” con i rappresentanti imprenditoriali nazionali – entrando in carica “successivamente” e riferendo direttamente alla presidente von der Leyen e al commissario Breton. Secondo quanto riferito dal Berlaymont, Pieper vanterebbe “una vasta esperienza e competenza nelle politiche per le Pmi” in qualità di membro della commissione per l’Industria, la ricerca e l’energia (Itre) dell’Eurocamera in questa legislatura (è eurodeputato dal 2004) e avrebbe dimostrato “un’esperienza encomiabile” nelle relazioni strategiche “con una gamma diversificata di parti interessate, dimostrando forti capacità di leadership, di advocacy e di negoziazione”.

    I primi dubbi sulla scelta del cristiano-democratico Pieper sono stati sollevati da 12 eurodeputati dei gruppi Verdi/Ale, S&D, Renew Europe e La Sinistra, con un’interrogazione scritta datata 29 febbraio. Alla Commissione era richiesto di rispondere sulle “qualifiche aggiuntive” che hanno permesso a Pieper di superare gli altri candidati nella procedura di selezione e sugli “interrogativi sulla trasparenza del processo e sull’influenza del presidente della Commissione“. Non è un caso se l’eurodeputata ceca Martina Dlabajová (Renew Europe), candidata alla carica, ha presentato immediatamente ricorso alla direzione generale Risorse umane della Commissione.

    Dopo l’interrogazione parlamentare sul ‘Piepergate’ rimasta ignorata per un mese da parte della presidente von der Leyen, il 27 marzo quattro membri del Collegio – oltre a Breton, anche Paolo Gentiloni (responsabile per l’Economia), Nicolas Schmit (per il Lavoro e i diritti sociali, nonché Spitzenkandidat del Partito Socialista Europeo) e Josep Borrell (vice-presidente della Commissione e alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza) – hanno scritto una lettera alla presidente della Commissione per chiedere esplicitamente di discutere “alla prima occasione possibile” all’interno del Collegio su “queste accuse e il possibile impatto sulle prossime fasi del processo di assunzione” di Pieper. Oltre alle affiliazioni partitiche (Gentiloni, Schmit e Borrell sono socialdemocratici, Breton liberale), a determinare l’azione dei quattro commissari sarebbe stato il fatto che la stessa presidente von der Leyen avrebbe bypassato la raccomandazione a favore di Dlabajová da parte di Breton, responsabile per il giudizio sul candidato più idoneo.

    A rispondere alla lettera dei quattro commissari è stato il collega responsabile per il Bilancio, Johannes Hahn – anche lui della famiglia dei popolari europei come von der Leyen e Pieper – che su delega della presidente ha assicurato che “la decisione è del tutto in linea con le regole”. Tuttavia gli stessi quattro commissari hanno indirizzato una seconda lettera a von der Leyen, puntando il dito sul fatto che la nomina non avrebbe tenuto conto della regola della collegialità che prevede la partecipazione di tutti i commissari nel processo di selezione. Proprio per questo motivo mezzo Collegio sarebbe in rivolta contro la sua stessa presidente, con altri sette membri insoddisfatti: Margrethe Vestager  (vicepresidente esecutiva e commissaria per la Concorrenza), Věra Jourová (vicepresidente per i Valori e la trasparenza), Didier Reynders (responsabile per la Giustizia), Elisa Ferreira (per la Coesione e le riforme), Kadri Simson (per l’Energia), Janez Lenarčič (per la Gestione delle crisi) e Helena Dalli (per l’Uguaglianza).

    Il cerchio si è chiuso giovedì scorso (11 aprile) nel corso dell’ultima sessione plenaria del Parlamento Europeo, quando 382 eurodeputati (su 606) dei gruppi dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D), Renew Europe, Verdi/Ale, La Sinistra e Identità e Democrazia hanno votato contro la nomina di Pieper  attraverso un emendamento al discarico del bilancio della Commissione Europea del 2022 a prima firma Daniel Freund (Verdi/Ale). “Il Parlamento Europeo osserva con preoccupazione che il candidato prescelto è un deputato uscente del partito politico tedesco della presidente von der Leyen“, è la denuncia contenuta nell’emendamento approvato dagli eurodeputati, che hanno poi esortato la Commissione a “porre rimedio alla situazione revocando la nomina e avviando un processo realmente trasparente e aperto per la selezione dell’inviato dell’Ue per le Pmi”. Solo il Partito Popolare Europeo – oltre all’astensione dei Conservatori e Riformisti Europei – si è schierato a sostegno di von der Leyen e della scelta del compagno di partito della Cdu (partito membro della famiglia europea dei popolari, appunto).

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