Il Consiglio dei ministri di martedì 26 marzo ha, tra le altre cose, approvato una serie di modifiche al concorso per entrare in magistratura: prevedono che si possa provare per quattro volte e non più solo per tre, e introducono i test psico-attitudinali per i candidati e le candidate. Quest’ultima misura, che sarà applicata solo a partire dal 2026, è stata molto criticata, in particolare dall’Associazione nazionale magistrati (ANM), l’organismo di rappresentanza dei magistrati italiani. Il presidente dell’ANM Giuseppe Santalucia ha infatti detto che la norma avrebbe come unico obiettivo quello di screditare la magistratura e ha sostenuto che con questa il governo si sia dato poteri che non gli spettano.
Nello specifico il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva un decreto attuativo della legge di riforma dell’ordinamento giudiziario del 2022, nota anche come “riforma Cartabia”, dal nome dell’ex ministra della Giustizia Marta Cartabia. La legge dava al governo una serie di deleghe «per la riforma dell’ordinamento giudiziario e per l’adeguamento dell’ordinamento giudiziario militare, nonché disposizioni in materia ordinamentale, organizzativa e disciplinare, di eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati e di costituzione e funzionamento del Consiglio superiore della magistratura». Nell’esercitare tale delega, l’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio ha scelto all’ultimo momento di accogliere i pareri sulla bozza di decreto attuativo delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato, che invitavano il governo a valutare l’introduzione dei test psico-attitudinali per i futuri magistrati.
Dopo il Consiglio dei ministri, durante la conferenza stampa, Nordio ha chiarito alcune questioni su come saranno questi test. Ha detto che i questionari con i test psicologici saranno introdotti nei concorsi per l’ingresso in magistratura a partire dal 2026, che si svolgeranno al termine delle prove scritte già previste e che saranno una precondizione per essere ammessi all’orale, dove ci sarà poi l’esame psico-attitudinale vero e proprio. Prevedere i test prima delle prove scritte, ha spiegato Nordio, avrebbe infatti potuto essere illegittimo a livello costituzionale: la Costituzione stabilisce che «in magistratura si entra per concorso».
La gestione della procedura dei test sarà affidata al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’organo di autogoverno della magistratura composto per un terzo da membri laici, cioè eletti dal parlamento. A ogni concorso, il CSM nominerà alcuni docenti universitari in materie psicologiche su indicazione del Consiglio universitario nazionale, l’organo indipendente che sovrintende alle università, che avranno il compito di preparare i test scritti. Dopo il test scritto il colloquio psicologico durante la prova orale sarà gestito dal presidente della commissione del concorso. Sarà la stessa commissione esaminatrice a valutare tutto l’esame, compresa l’idoneità psico-attitudinale, e a formulare di conseguenza un giudizio conclusivo. La valutazione non spetterà dunque solamente a uno psicologo, che sarà presente al colloquio orale ma solo con un ruolo di consulenza e assistenza alla commissione.
Molti giornali, in questi giorni, hanno ricordato come la questione dei test fosse stata più volte proposta da Silvio Berlusconi nei suoi anni a capo del governo, caratterizzati da una contrapposizione pressoché permanente tra politica e magistratura. L’ipotesi dei test era ad esempio contenuta, sotto forma di delega, nella riforma dell’ordinamento giudiziario proposta e approvata nel 2005, durante il secondo governo di Berlusconi, dall’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli. Poi quella delega non fu mai esercitata dal governo, per l’impossibilità di stabilire in cosa dovessero consistere i test. A quel tempo, tra l’altro, quasi 200 professionisti della salute mentale, tra psichiatri e psicologi, avevano scritto una lettera in cui dicevano che nessun tecnico avrebbe potuto dare «un giudizio predittivo» sull’adeguatezza a svolgere il ruolo di magistrato.
Anche la nuova norma ha ricevuto diverse critiche. L’ANM ha innanzitutto ipotizzato che l’introduzione dei test potrebbe in futuro essere annullata dalla Corte Costituzionale per eccesso di delega, nel senso che il governo sarebbe andato oltre i principi di delega della riforma Cartabia. Quel testo, infatti, faceva sì riferimento alla modifica dei presupposti per l’accesso in magistratura, ma solo per quanto riguarda la preparazione tecnica dei candidati e delle candidate e non per quanto riguarda la valutazione di altri profili. In un’intervista al Corriere della Sera il presidente dell’ANM Giuseppe Santalucia ha detto che «il governo esorbita dai suoi poteri, dando a un decreto del ministro il potere di stabilire i contenuti della prova». Nonostante il concorso faccia parte delle modifiche previste dalla riforma Cartabia, quella legge «parlava del concorso, non dettava criteri che contenessero le parole “test psicoattitudinali”», ha aggiunto Santalucia.
Secondo Santalucia introdurre la valutazione della personalità sarebbe inoltre una misura arbitraria, e il fatto che a determinarne le modalità sarà il CSM non sarebbe comunque una garanzia perché il CSM «non ha competenze di questo tipo, è composto da giuristi non psichiatri». L’obiettivo del governo per Santalucia è dunque solo quello di «creare una suggestione: che i magistrati hanno bisogno di un controllo psichico o psichiatrico (…), che i magistrati non sono equilibrati. È un messaggio simbolico per gettare ombra sulla magistratura».
Il presidente dell’ANM ha anche minacciato un futuro sciopero dei magistrati per protestare contro l’introduzione dei test. Ma ha detto che la norma entrerà in vigore nel 2026 e che dunque potrebbe ancora esserci modo di eliminarla.
Sui test si è pronunciato anche il Comitato di presidenza del CSM, che ha ricordato come «il governo autonomo della magistratura conosca già reiterate e continue verifiche sull’equilibrio del magistrato che viene sottoposto a valutazione dal momento del suo tirocinio e, successivamente, con intervalli regolari ogni quattro anni»: esiste dunque già un meccanismo di «controllo sull’equilibrio dei singoli», ma «in un contesto di salvaguardia dell’indipendenza della magistratura».
Nel difendere la nuova norma Carlo Nordio ha invece detto che «non c’è alcuna interferenza da parte dell’autorità politica o del governo» sulla magistratura poiché tutta la procedura dei test «è sotto la gestione e la responsabilità del CSM». Il ministro ha poi aggiunto che l’esame psico-attitudinale «è previsto per tutte le funzioni più importanti del paese, ma soprattutto è previsto per le forze dell’ordine. Il pubblico ministero è il capo della polizia giudiziaria che è sottoposta al test. Se sottoponiamo ai test chi obbedisce al comandante, è possibile non sottoporre a test chi ha la direzione della polizia giudiziaria?». In realtà non tutti gli ufficiali di polizia giudiziaria vengono sottoposti a test di questo tipo.











































Martedì 26 marzo il Consiglio dei ministri ha approvato un provvedimento che modifica le regole del concorso pubblico per l’accesso in magistratura. La novità più grossa introdotta sta nel fatto che l’esame che gli aspiranti magistrati e le aspiranti magistrate dovranno sostenere a partire dal 2026 non sarà composto solo da una prova scritta e una orale, ma anche da un test psico-attitudinale che si svolgerà contestualmente alla prova orale, a cui accedono solo le candidate e i candidati che hanno superato la prova scritta.
A definire nel dettaglio le regole del nuovo concorso, secondo il decreto legislativo approvato dal governo, sarà il Consiglio superiore della magistratura (CSM), cioè l’organo di autogoverno della magistratura presieduto dal presidente della Repubblica. Ma durante la conferenza stampa alla fine del Consiglio dei ministri, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha annunciato che per il test psico-attitudinale per aspiranti magistrati e magistrate sarà utilizzato il cosiddetto modello “Minnesota”, del resto già in uso da anni negli esami di Stato per le forze dell’ordine e per i militari.
Il Minnesota, che è il nome gergale con cui si indica il Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI), è tra test psicometrici più diffusi nel mondo. Serve a individuare possibili psicopatologie e rilevare i tratti peculiari della personalità di una persona. Non è un test diagnostico: non riscontra, cioè, l’esistenza di una patologia psichica. È piuttosto un test che serve a far emergere alcune tendenze della personalità di un individuo, evidenziandone potenziali devianze rispetto a una “norma” più o meno definita. È in sostanza un questionario con alcune centinaia di affermazioni, sempre le stesse, a cui bisogna rispondere con “vero” o “falso”. Le risposte fornite vengono poi esaminate e, tramite una complessa griglia di valutazione, utilizzate per rilevare le tendenze principali nella personalità e nella psiche di chi ha fatto il test.
L’MMPI è stato elaborato a partire dagli anni Trenta e poi pubblicato nel 1942 dall’Università del Minnesota, negli Stati Uniti, da cui trae il suo nome. A metterlo a punto furono lo psicologo Stuart Hathaway e il neurologo John Charnley McKinley. I due ricercatori statunitensi avevano intenzione di utilizzare un metodo che fosse il più possibile empirico, e cioè basato solo sulla raccolta di dati concreti, e che non fosse condizionato da teorie prestabilite. Per questo, iniziarono a sottoporre alcune domande piuttosto basilari a decine di pazienti dell’ospedale dell’Università del Minnesota, e si accorsero che quelli a cui venivano riscontrati certi disturbi psichiatrici tendevano a fornire le stesse risposte particolari ad alcuni quesiti. Confrontarono poi le loro risposte con quelle che venivano date dai visitatori dell’ospedale stesso o dagli abitanti delle cittadine vicine, e riuscirono così a elaborare una griglia di riferimento che secondo loro consentisse di riconoscere le possibili devianze connesse al modo in cui le persone sottoposte al test rispondevano.
Dopo un’iniziale fase di scetticismo, il metodo si guadagnò sempre più credibilità, anche per la sua portata innovativa: consentiva per esempio di superare alcune residue convinzioni ottocentesche ancora radicate in parte degli psichiatri americani, come l’uso della fisiognomica, ossia la relazione tra i connotati fisici di una persona e i suoi possibili disturbi mentali (è una teoria ritenuta antiquata e del tutto priva di fondamento). E nel giro di qualche decennio il Minnesota si affermò un po’ ovunque in Occidente come uno dei test psicometrici più affidabili. In vari paesi e soprattutto negli Stati Uniti venne utilizzato sia per reclutare i militari o per stabilire la compatibilità delle persone con le cariche pubbliche, sia per fare perizie e valutazioni in cause giudiziarie, come per esempio quelle relative all’affido dei figli.
Le domande, o meglio le affermazioni, erano inizialmente 504 e sono poi cresciute fino a 567. Sono apparentemente banali. Tra le prime dieci del test, per esempio, ci sono: «Mi piacciono le riviste di meccanica», «Penso che mi piacerebbe lavorare come bibliotecario», «Vengo facilmente svegliato dai rumori», «Di solito ho le mani e i piedi abbastanza caldi». La griglia di valutazione, che è un po’ diversa a seconda che a rispondere al test sia un maschio o una femmina, è composta da quattro scale di contenuto (che aiutano a individuare la tendenza dell’esaminando o esaminanda a dare risposte evasive, menzognere o casuali) e da dieci scale cliniche, che servono a rintracciare la presenza di eventuali possibili disturbi (ipocondria, depressione, isteria, paranoia, schizofrenia, eccetera). Queste tendenze vengono poi misurate: su una scala di valore che va da 1 a 120, vengono considerate nella norma i punteggi tra 30 e 70, mentre quelli che escono da questi parametri standard indicano possibili devianze.
Nel corso dei decenni questo modello iniziale è stato oggetto di alcune critiche, soprattutto per la presunta matrice razzista che ne era a fondamento. Hathaway e Charnley avevano confrontato le risposte dei pazienti con quelle di un campione di intervistati e intervistate (il cosiddetto gruppo di controllo) composto perlopiù da maschi giovani adulti bianchi sposati del Midwest, e questo avrebbe alterato i parametri da loro presi in considerazione, rendendo di per sé anomali gli atteggiamenti diffusi tra le minoranze etniche o sociali. Inoltre alcune affermazioni, col passare degli anni, risultano piuttosto anacronistiche (tutt’ora il test si apre con una affermazione sulle riviste di meccanica), che dunque producono in chi le legge delle reazioni diverse da quelle di settant’anni fa.
Per questo sono stati proposti aggiornamenti del modello. Nel 1989 un gruppo di ricercatori e docenti di psicologia e neurologia della stessa Università del Minnesota, guidato dallo psicologo James Butcher, ha pubblicato l’MMPI-2 (o “Minnesota 2”). Anche questo prevede 567 affermazioni e 14 scale di valutazione, ma il contenuto delle affermazioni è stato aggiornato anche sulla base di una nuova ricerca condotta stavolta su un campione più ampio ed eterogeneo di 2.600 persone: per l’esattezza, 1.138 maschi e 1.462 femmine tra i 18 e gli 80 anni provenienti da diverse aree e comunità degli Stati Uniti. Nuove revisioni sono state poi elaborate nel corso degli anni. Oggi le due versioni più diffuse sono il “Minnesota 2” e il “Minnesota 2 -RF”, ovvero l’MMPI-Restructured Form, elaborato nel 2008 sempre nell’Università del Minnesota. Quest’ultimo prevede 338 affermazioni e 51 scale di valutazione, ma il principio di fondo è grosso modo lo stesso.
In Italia il test Minnesota è adottato in maniera prioritaria fin dal dicembre del 1986, quando venne introdotto tramite una nuova legge sul servizio di leva come esame psico-attitudinale nella selezione dei nuovi militari o nella valutazione di quelli già in servizio.
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