
Il salario minimo in Italia non serve: la povertà lavorativa in Italia esiste, ma è dovuta soprattutto ai tempi di lavoro e alla composizione familiare. E quindi “è un fenomeno che va oltre la questione salario”. Il documento approvato dall’Assemblea del Cnel affossa la proposta di legge sul salario minimo presentato dalle forze di opposizione, suggerendo invece di rafforzare con un piano di azione nazionale “un ordinato e armonico sviluppo del sistema della contrattazione collettiva”. Conclusioni che non tengono conto dei tanti contratti collettivi (anche tra quelli firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi) che hanno soglie salariali bassissime, ben al di sotto dei 9 euro previsti dalla proposta di legge.
Secondo il Cnel inoltre la legislazione italiana rispetta già ampiamente le indicazioni della direttiva Ue sul salario minimo: infatti il tasso di copertura della contrattazione collettiva in Italia “si avvicina al 100%, di gran lunga superiore all’80%”, parametro indicato dalla direttiva. Il documento, che ha avuto solo il voto contrario della Cgil e l’astensione della Uil, verrà seguito ora dalle proposte dei consiglieri. Il documento finale sarà discusso in assemblea il 12 ottobre.
“I sindacati non rappresentati al Cnel nella X consiliatura – si legge in un passaggio del documento – firmano 353 contratti collettivi nazionali che coprono 54.220 lavoratori dipendenti, pari allo 0,4% dei lavoratori di cui è noto il Ccnl applicato”. Cgil, Cisl e Uil, invece, si legge ancora, “firmano 211 contratti collettivi nazionali di lavoro, che coprono 13.364.336 lavoratori dipendenti del settore privato, con eccezione di agricoltura e lavoro domestico; gli stessi rappresentano il 96,5% dei dipendenti dei quali conosciamo il contratto applicato, oppure il 92% del totale dei dipendenti tracciati nel flusso Uniemens”, spiega.
Indicazioni che trascurano il fatto che non tutti i minimi contrattuali, neanche di quelli firmati da Cgil, Cisl Ui, hanno soglie salariali che raggiungono i parametri indicati dalla proposta di legge depositata in Parlamento: alcuni, come quelli della vigilanza privata, rimangono ampiamente al di sotto dei 9 euro l’ora, ma anche dei 7 e in qualche caso dei 6.
Il documento del Cnel riconosce inoltre “la criticità del fenomeno dei ritardi nel rinnovo dei contratti collettivi”. Un fenomeno che si va sempre aggravando, e che include anche i contratti pubblici. Ma non ritiene che questo sia un elemento di indebolimento dei salari, osserva anzi che “non sempre ritardo è sinonino di non adeguatezza del salario o di assenza di meccanismi di vacanza contrattuale”, citando a titolo di esempio le misure ponte previste dal contratto del terziario, “che risolvono il problema almeno per tutto il 2023”.
Categorie:Lavoro











































1 risposta »