Europa

Montenegro, Milatovic nuovo presidente

Jakov Milatovic è il nuovo presidente del Montenegro. Al ballottaggio contro l’uscente Milo Djukanovic, Milatovic – candidato del movimento centrista “Evropa sad!” (Europa adesso!) – ha ottenuto una vittoria schiacciante: oltre il 60% delle preferenze, confermando le previsioni realizzate dopo il primo turno, quando il trentaseienne Milatovic aveva conquistato il 29% dei voti, mentre Djukanovic si era fermato al 36%. L’affluenza si è attestata al di sopra del 70%, confermando il Montenegro un unicum nei Balcani per quanto riguarda la partecipazione elettorale.
Per quanto in Montenegro il ruolo di presidente non abbia funzioni esecutive, il voto di ieri rappresenta una svolta storica per il paese meno popoloso della penisola balcanica. Djukanovic era infatti al potere come presidente o primo ministro da 32 anni, risultando il leader più longevo d’Europa. Una sconfitta maturata sin dall’agosto 2020, quando il suo Partito democratico dei socialisti (DPS) perse per la prima volta le elezioni parlamentari. Da allora, a Podgorica sono cambiati due esecutivi, generando un clima di instabilità e frammentazione politica. Il voto di ieri è importante quindi in ottica dell’imminente rinnovo del parlamento. I montenegrini saranno infatti chiamati di nuovo ai seggi il prossimo 11 giugno, quando i movimenti e i cittadini che hanno sostenuto Milatovic potranno certificare il cambio di passo politico nonché l’uscita di scena di quello che fino a ieri era il leader indiscusso del paese.

Nato a Podgorica 36 anni fa, Jakov Milatovic è un economista che tra fine 2020 e aprile 2022 ha servito il primo esecutivo non guidato dal DPS come ministro dello Sviluppo economico. Milatovic ha una formazione accademica internazionale: ha trascorso periodi di studio nell’Illinois (USA), a Vienna e alla Sapienza di Roma, mentre la laurea magistrale l’ha conseguita ad Oxford. Nonostante la giovane età, Milatovic ha alle spalle diverse esperienze lavorative che hanno contribuito a farne un economista con solide conoscenze della finanza internazionale: ha lavorato nel settore bancario in Montenegro e in Germania, e dal 2014 presso la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, dove si è occupato dei paesi dell’Europa centro-orientale e balcanica. Prima di diventare ministro nel 2020, ha collezionato altre esperienze internazionali, tra cui a Roma, presso l’ambasciata montenegrina.
Nel giugno dell’anno scorso insieme a Milojko Spajic, già ministro delle Finanze tra il 2020 e il 2022, ha fondato il movimento Europa adesso!, che alle municipali di Podgorica dello scorso ottobre ha ottenuto il primo successo elettorale spodestando, insieme ad altri partiti d’opposizione, il DPS di Djukanovic. Sebbene al ballottaggio Europa adesso! abbia incassato i voti dei nazionalisti filoserbi che al primo turno avevano sostenuto altri candidati, il movimento sembrerebbe trascendere le due ideologie nazionaliste che stanno polarizzando il paese da qualche anno: quella, appunto, più conservatrice e filoserba e quella euro-atlantista montenegrina di Djukanovic. Il programma di Milatovic promuove un’agenda europeista, improntata sul rispetto dello stato di diritto e che mira a una serie di riforme economiche, tra cui quella del sistema di tassazione, introducendo scaglioni progressivi, così come l’aumento del salario minimo.

Per Milo Djukanovic quella di ieri è stata la peggior sconfitta della sua lunga carriera politica. Il suo governo durava – salvo tre brevi interruzioni in cui il leader si era ritirato volontariamente dalla vita politica – da 32 anni, e aveva accompagnato tutte le successioni istituzionali del paese.
Nel 1991, a soli 29 anni, divenne primo ministro quando il Montenegro era ancora parte della moribonda Jugoslavia socialista; il mandato gli venne poi rinnovato – sempre col benestare di Slobodan Milosevic – quando la federazione si limitava alle sole Serbia e Montenegro. La prima volta da presidente fu invece tra il 1998 e il 2002, mentre in tutte le successive legislature – col Montenegro resosi indipendente da Belgrado tramite un referendum nel 2006 – ricoprì sempre il ruolo di premier, con tre interruzioni: nel 2006, nel 2010 e nel 2016, ovvero l’indomani dell’ultimo voto parlamentare che consacrò lo strapotere del suo DPS. Si trattò, anche in quel caso, di un ritiro solo temporaneo: nel 2018, infatti, Djukanovic si candidò a presidente e stravinse le elezioni al primo turno. Ma in questi cinque anni, il potere di Milo ha perso il sostegno di circa 70mila voti, ovvero il 13% degli elettori. Perché? Più che nella corruzione dilagante e negli affari sospetti con cui Djukanovic si è arricchito – tra i quali un traffico di sigarette verso la Puglia che alla fine le autorità italiane archiviarono – il “peccato originale” che è costato il sostegno elettorale al presidente uscente va ricercato nella “legge sulla libertà religiosa” di fine 2019. Tra le altre cose, la proposta di legge imponeva che gli immobili religiosi di proprietà dello stato fino al 1918, quando il Montenegro venne integrato nel Regno di Serbi, Croati e Sloveni, e che non si fossero successivamente adeguati da un punto di vista legale, sarebbero tornati ad essere proprietà statale. Di fatto, la legge venne avvertita come un attacco diretto alla Chiesa Ortodossa Serba – che in Montenegro esercita il proprio potere attraverso il metropolita – che reagì mobilitando migliaia di fedeli in proteste di massa che presto acquisirono un enorme peso politico contro il presidente e il DPS. Lo scontro creatosi fece infatti riemergere la questione identitaria del Montenegro, dal momento che circa il 30% dei montenegrini si definisce serbo, ma oltre il 70% della popolazione è di fede ortodossa (e la stragrande maggioranza si riconosce nella Chiesa Ortodossa Serba, piuttosto che nell’autocefala Chiesa Ortodossa Montenegrina).
Dal canto suo, anche Djukanovic ha cavalcato le questioni identitarie, dal momento che sin dall’indipendenza ha promosso una netta distinzione politico-culturale dalla Serbia, generando un nazionalismo montenegrino che è finito col coincidere con i pilastri politici della sua leadership. Nell’estate del 2020, i partiti filoserbi sono stati quindi in grado di capitalizzare il malcontento generato dalla legge sulla religione attirando a sé nuovi elettori e isolando politicamente Djukanovic.

Nonostante un aperto autoritarismo – che ha fatto del Montenegro la prima “stabilitocrazia” della regione – e un sistema clientelare ben radicato, Djukanovic negli anni ha coltivato istanze politiche e culturali di natura progressista, soprattutto se rapportati agli standard dei paesi vicini, come il riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso. Sotto la sua leadership, inoltre, il Montenegro ha pubblicamente continuato a omaggiare la lotta antifascista e ad avere attenzione per l’inclusione delle minoranze, soprattutto albanesi e bosgnacchi, che abitano il paese. Negli anni, quindi, l’opposizione a Djukanovic si è sviluppata lungo due vettori a tratti sovrapponibili, specie su posizioni antioccidentali: il conservatorismo e il nazionalismo filoserbo.
Non sorprende dunque che ieri sera, nei festeggiamenti per le strade di Podgorica, sventolassero bandiere serbe e si cantassero canzoni nazionaliste sul Kosovo. Seppur Milatovic abbia goduto anche del sostegno elettorale dei nazionalisti, è da escludere un cambio di rotta nella politica estera del paese.
Il Montenegro, membro NATO dal 2017 e candidato all’UE, affronterà le sfide maggiori col governo che nascerà dopo le parlamentari di giugno, quando molto probabilmente l’attuale polarizzazione politica e nazionale verrà consolidata. Djukanovic esce sì di scena, ma il suo partito gode ancora della maggioranza relativa dei voti e c’è da aspettarsi che darà battaglia su tutte le questioni rivendicate come conquiste politiche del padre padrone del paese.  

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