![]() |
C’è stato un “tutti contro Renzi”, alimentato forse anche dallo stesso governo ispirato più dal referendum di ottobre che da queste amministrative. Mentre in passato il doppio turno favoriva il centrosinistra in quanto il suo popolo era più avvezzo a tornare avotare al ballottaggio:; ora in questa Italia tripllare il Pd quando è al ballottaggio ha gli altri poli contro e spesso perde (sempre quando affronta il M5s).
Mentre due anni fa (alle scorse europee) Renzi sembrava poter raccogliere anche il voto di centrodestra in fuoriuscita e disorientato dai propri partiti di riferimento; ora a causa del logorio del governare (ripresa economica troppo lenta) e dei dissidi con la minoranza interna non viene più visto come un punto di riferimento.
Matteo Renzi può seguire la strada che suggerisce Ezio Mauro e fare un passo indietro, rivedendo la propria strategia, sostituendo il trapano con il cacciavite, rivalutando il lavoro molto importante di Enrico Letta, rispolverando magari qualche caminetto e rottamando in sostanza il Pd della rottamazione per evitare di continuare a “governare senza una storia politica a far da cornice e dei valori di riferimento”. Può trasformarsi, come suggerisce Rep., in un leader a metà tra Pier Luigi Bersani ed Enrico Letta, più qualche sfumatura alla Rosy Bindi, recuperando “i valori” che portarono il Pd a conquistare nel 2013 il 25 per cento dei voti: sarebbe una mossa legittima, certamente migliore della scelta di governare un partito senza avere nessuna voglia di governarlo davvero. Può fare così, Renzi, perché rottamare e governare insieme è quasi impossibile e inseguire sul terreno dell’innovazione chi non governa è un’operazione spericolata, quasi impossibile, forse suicida. Oppure può prendere una strada diversa, Renzi, alternativa a quella suggerita da Rep., e iniziare a fare quello che un tempo al presidente del Consiglio riusciva particolarmente bene: sorprendere, sparigliare, scommettere sul futuro. E sostituire la R di rottamazione con altre cinque R: riforme, ricambio, rinnovamento, rivoluzione, rilancio. Può riportare il Pd nella “cornice” all’interno della quale si muovevano con agilità Pier Luigi Bersani, Enrico Letta e Massimo D’Alema, Renzi, oppure può sorprendere, appunto, i suoi elettori e i suoi potenziali elettori e i suoi nuovi antipatizzanti dimostrando che il rinnovamento, scusate, si è solo inceppato e che i passaggi a vuoto si superano non solo mettendo qualche toppa al governo (rimpasto) o recuperando qualche capocorrente del passato (rimescolamento) o concedendo uno spezzo ne di riforma alle minoranze del partito (Italicum) ma si superano facendo quello che oggi a Renzi manca: creare nuove leadership, portare il ricambio generazionale fuori da Palazzo Chigi, trasformarsi in un talent scout del rinnovamento, scommettere sulle Raggi e le Appendino del Pd e correre il rischio di far circolare sul territorio una serie di nuovi leader che potranno anche commettere errori e che potrà anche in alcuni casi oscurare la leadership del presidente del Consiglio, ma che aiuterebbe il partito di governo a non murare il rinnovamento dentro il perimetro di piazza Colonna.
Categorie:Centrosinistra, Editoriali












































