
Eccolo qui, 31 anni e italiano. Professione: militare. Bel ragazzo. Si è finto poliziotto e nella notte fra il 29 e il 30 giugno ha portato una bambina di 15 anni in un prato, poi l’ha violentata. E’ successo ieri, a Roma.
Il militare si sarebbe dovuto imbarcare oggi per una missione in Marina, l’hanno arrestato appena in tempo. La piccola ragazza era scesa in strada con le amiche per vedere i fuochi d’artificio, nel giorno dei santi Pietro e Paolo. Poi è arrivato lui. Anche il fratello del militare è stato denunciato, per favoreggiamento. Una bella famiglia di merda, insomma.
Ecco, ogni volta che qualcuno vi indicherà una persona migrante, magari dopo un furto di rame, o in attesa di giustizia sugli scogli di Ventimiglia, e griderà “ruspa”, oppure “via a calci nel culo”, voi pensate alla faccia di questo criminale, al dolore che ha inferto e al fatto che la ricostruzione scenografica della geografia di provenienza vale quanto un calzino bucato al party di fine anno della Benetton. Perché, se la ruspa fosse una soluzione, ora dovremmo radere al suolo tutte le caserme della Marina militare d’Italia. Perciò no, la “ruspa” non è mai una soluzione, è solo il tentativo di mostrare il pisello in erezione, lasciando scoperto in realtà un cincino mosciarello fra il primo e il secondo neurone, in grado di produrre al massimo due o tre idee del cazzo.
PS. ah, dimenticavo, sapete chi era un seguace della famiglia tradizionale? Lo stupratore.

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