Centrosinistra

[Storia] Il Pd di Veltroni e Bersani

Appena sorto, il Partito Democratico assunse immediatamente il ruolo di maggiore forza politica all’interno del secondo Governo Prodi. Il segretario Walter Veltroni intuì rapidamente la necessità di avviare un dialogo con le varie forze politiche per la creazione di importanti riforme, ritenute necessarie per la modernizzazione dello Stato. L’11 novembre Veltroni lanciò una nuova proposta di legge elettorale elaborata dal costituzionalista Salvatore Vassallo, nell’ambito di una riforma che coinvolgesse anche i regolamenti parlamentari e la Costituzione, dando l’appoggio del PD alla proposta di revisione costituzionale al vaglio della Camera dei Deputati.

Nei giorni successivi si assistette alla fine della Casa delle Libertà, coalizione di opposizione: il Governo Prodi II, la cui caduta era stata data per certa al Senato da Silvio Berlusconi agli alleati, tra il 14 e il 15 novembre passò indenne il delicato passaggio della Finanziaria a Palazzo Madama. A seguito di questo fatto, la Lega Nord, l’Unione di Centro e soprattutto Alleanza Nazionale rivolsero pesantissime critiche a Forza Italia e raccolsero l’invito di Veltroni ad approvare insieme alcune riforme istituzionali. A stretto giro, lo stesso Berlusconi abbandonò il rifiuto di ogni dialogo con la maggioranza e si dichiarò disposto a discutere con Veltroni di legge elettorale, annunciando la fine della sua difesa al bipolarismo e il gradimento per il sistema proporzionale.

A fine novembre, dopo il fallimento della spallata della Casa delle Libertà (termine giornalistico per indicare i tentativi di Berlusconi di far cadere il Governo Prodi II), la coalizione di centro-destra sembrò frantumarsi in uno scontro tra Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini da una parte, e Silvio Berlusconi dall’altra. Ormai rassegnati all’idea che la caduta del governo non fosse imminente, tutti i partiti dell’opposizione accettarono dunque (pur con motivazioni diverse) la proposta di dialogo sulle riforme lanciata con forza da Veltroni e Franceschini.

Il segretario del PD incontrò quindi, in rapida successione, i leader della maggioranza e dell’ex CdL per discutere e cercare di trovare un accordo su una nuova legge elettorale, sulla riforma dei regolamenti parlamentari e della parte II della Costituzione.

La riforma della legge elettorale che si stava delineando mirava alla creazione di un sistema sostanzialmente bipartitico e avrebbe dunque tenuto fuori dal parlamento i partiti più piccoli. Il leader del PD Walter Veltroni, inoltre, dichiarò che quando si sarebbe andati alle elezioni, qualunque legge elettorale fosse stata in vigore, il PD si sarebbe presentato da solo, senza stringere alleanze con nessun altro partito politico in quanto il partito aveva una “vocazione maggioritaria” (circostanza che non si sarebbe poi verificata in quanto alle elezioni del 2008 il PD si alleò con l’Italia dei Valori).

A seguito di questa dichiarazione, raccontò lo stesso Romano Prodi, Clemente Mastella, a capo della piccola formazione dell’UDEUR, temendo di rimanere fuori dal parlamento innescò una crisi di governo. Il 24 gennaio 2008 il Governo Prodi venne così sfiduciato al Senato.

Il PD di Veltroni appoggiò il tentativo di formare un governo attorno a una convergenza fra le forze politiche sulla riforma elettorale, affidato dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano al Presidente del Senato Franco Marini. Tuttavia il tentativo non riuscì per la ferma opposizione del centro-destra, ora ricompattato dalla prospettiva di una vittoria elettorale imminente.

Nei giorni successivi allo scioglimento delle Camere, il PD scelse di formare le sue alleanze esclusivamente su base programmatica, il che si risolse con l’esclusione di ogni apparentamento con la Sinistra Arcobaleno e con, invece, la formazione di una coalizione con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro che inizialmente propose di formare gruppi parlamentari unici dopo le elezioni, ma cambiò in seguito idea. Si giunse anche a un accordo con i Radicali Italiani, che implicò l’inserimento di alcuni loro esponenti nelle liste del PD; nonostante gli sforzi, non si giunse a un accordo con il Partito Socialista Italiano, il quale non accettò di rinunciare al suo simbolo per inserire suoi esponenti nelle liste del PD, presentando così una lista separata indipendente.

Dopo la presentazione delle liste ufficiali dei candidati scoppiò una polemica interna al Partito a causa di alcune esclusioni eccellenti. L’esclusione di Ciriaco De Mita e quella di Giuseppe Lumia, ex Presidente della Commissione Antimafia, furono motivate dall’esigenza di partito di non candidare persone con più di tre legislature. A questa regola generale si sono fatte 32 deroghe per i cosiddetti big del partito, tra cui Walter Veltroni.

Altre polemiche sorsero per la presunta scarsità di candidature femminili con buone possibilità di successo.

Infine i Radicali Italiani hanno sostenuto che Veltroni non abbia dato corso al patto siglato: agli occhi della dirigenza Radicale, infatti, non tutte le nove candidature radicali avrebbero l’elezione garantita e, anche se i nove candidati risultarono poi tutti eletti, la dirigenza radicale sostenne che ciò fu possibile solo grazie all’inaspettata esclusione della Sinistra Arcobaleno dalla ripartizione dei seggi. Gianfranco Pasquino, criticando il trattamento subito dai Radicali, ha dichiarato: «Le liste del Partito Democratico, redatte secondo principi di marketing e di rappresentanza settorializzata, “ma anche”, burocratico-partitocratica, sono già di per sé pessime.»

Alle elezioni politiche del 2008 PD e Italia dei Valori raccolgono complessivamente il 37,55% dei consensi alla Camera, contro il 46,81% della coalizione Il Popolo della Libertà, Lega Nord e Movimento per l’Autonomia guidata da Silvio Berlusconi, e il 38,01% al Senato, contro il 47,32% della coalizione avversaria. Singolarmente il Partito Democratico ha ottenuto rispettivamente il 33,17% e il 33,69% dei suffragi.

Il 16 aprile 2008 viene resa nota una lettera risalente al precedente 23 marzo, giorno di Pasqua, in cui Romano Prodi informava il Segretario Veltroni di voler abbandonare l’incarico di Presidenza dell’Assemblea per fare spazio a una nuova generazione di dirigenti.

Dopo le elezioni regionali sarde del 2009 dove Renato Soru, presidente uscente e uomo di punta del PD, viene sconfitto dal candidato del PdL Ugo Cappellacci, in considerazione di questo e di altri risultati negativi del partito in consultazioni elettorali precedenti e le forti critiche alla sua gestione, Veltroni si dimette dalla carica di Segretario.

Viene riunita sabato 21 febbraio l’Assemblea Nazionale, chiamata a decidere come uscire dal momento di difficoltà e quale strada intraprendere. Si fronteggiano due linee: da una parte chi vuole andare subito a primarie, a cui far seguire un congresso per lanciare una nuova fase del partito, cambiando profondamente le leadership della classe dirigente del Partito e propone alla segreteria temporaneamente Arturo Parisi; dall’altra parte coloro i quali ritengono sia dannoso aprire la fase congressuale in quel momento, data la vicinanza delle elezioni europee, preferendo confermare alla guida del Partito il vicesegretario di Veltroni, Dario Franceschini. Nel frattempo, l’ex Ministro Pier Luigi Bersani rende pubblica la sua intenzione di correre alle future primarie del PD in vista della Convenzione di ottobre 2009, ipotesi in un primo tempo ventilata anche dall’ex candidato alla Segreteria nel 2007 Jacopo Schettini Gherardini. All’Assemblea dei circoli del PD tenutasi nel marzo 2009 è salita alla ribalta, col suo applauditissimo intervento, Debora Serracchiani, segretaria comunale per il partito a Udine.

Convocata dopo le dimissioni di Veltroni, l’Assemblea Nazionale presieduta da Anna Finocchiaro, essendo vacante la carica di Presidente del PD, ha eletto, con 1 047 preferenze, Dario Franceschini nuovo Segretario nazionale del Partito, contro i 92 voti raccolti da Arturo Parisi.

Il nuovo Segretario, eletto con il compito di portare il partito alle elezioni europee e al Congresso di autunno, annuncia di volere cominciare una nuova fase nel partito, basata su inedite e giovani personalità, caratterizzata da un’opposizione più ferma al governo (puntando soprattutto sul tema della crisi economica e finanziaria in atto), mettendo da parte i capibastone e coinvolgendo maggiormente amministratori locali e dirigenti territoriali.

Con l’elezione di Franceschini, sono decaduti gli organi direttamente nominati da Veltroni, in primis il governo ombra. Sono stati poi nominati una nuova segreteria e nuovi responsabili per tematiche politiche.

La prima importante sfida che il nuovo segretario si trova ad affrontare è quella delle elezioni europee del 2009. Il nodo sulla collocazione europea è stato sciolto ufficialmente solo dopo le votazioni, sebbene Piero Fassino avesse già proposto di formare una federazione con il PSE che abbia dato luogo a un unico gruppo nel Parlamento europeo, il quale contenga tutte le forze progressiste europee.

La campagna del PD si è basata sulla rivendicazione della sua identità europeista; inoltre tiene banco la denuncia del particolare approccio alla consultazione elettorale scelto da Silvio Berlusconi, il quale corre in tutte le circoscrizioni elettorali pur essendo incompatibile per quella carica in quanto deputato alla Camera e Presidente del Consiglio dei ministri, opponendogli candidati che siederanno effettivamente all’Europarlamento in caso di elezione.

Alle elezioni del 2009 il Partito Democratico ha ottenuto il 26,1% dei voti, perdendo circa il 7% dei consensi rispetto alle politiche del 2008 (nel corso delle quali il PD comprendeva anche i Radicali, mentre alle europee del 2009 questi avevano una propria lista che ha raggiunto il 2,4%).

La Direzione Nazionale del partito fissa il nuovo congresso («convenzione» secondo lo statuto del partito) all’11 ottobre del 2009 e le nuove elezioni primarie per il 25 ottobre.

Inizialmente il Segretario uscente Dario Franceschini non si era espresso sulla possibilità di ricandidarsi alla guida del partito, ma il 24 giugno annuncia ufficialmente la sua candidatura per il Congresso e per le primarie.

A sua volta, l’ex Ministro dello Sviluppo Economico Pier Luigi Bersani annunciò la sua candidatura ricevendo l’appoggio di D’Alema.

Il 4 luglio, infine, il chirurgo Ignazio Marino confermò a sua volta di voler correre per la segreteria, sostenuto in prima linea da Giuseppe Civati.

Il 23 luglio il Comitato per il Congresso ufficializzò quattro candidature: quelle di Pier Luigi Bersani, Dario Franceschini, Ignazio Marino e Amerigo Rutigliano. Il 28 luglio, però, proprio quest’ultima candidatura viene respinta dallo stesso Comitato, poiché delle 1 542 firme presentate dal candidato, 500 sono risultate appartenenti a persone non iscritte al PD. Il giorno successivo la Commissione Nazionale per il Congresso annunciò anche che la quota degli iscritti che prendono parte alla prima fase congressuale è di 820 607.

I risultati definitivi dei congressi nei circoli vennero divulgati l’8 ottobre dalla Commissione Nazionale: Pier Luigi Bersani ottenne 255 189 voti pari al 55,13%, seguito da Dario Franceschini con 171 041 voti pari al 36,95% e da Ignazio Marino con 36 674 voti pari al 7,92%.

Tutti e tre i candidati furono quindi ammessi a partecipare alle elezioni primarie del 25 ottobre 2009. Fu confermata in questa occasione un’ampia partecipazione popolare (3 067 821 votanti), che sostanzialmente confermò l’esito della Convention, dando la vittoria a Pier Luigi Bersani.

La nuova assemblea nazionale elesse il 7 novembre 2009 Rosy Bindi come suo presidente, dopo un lungo periodo di vacanza della carica in seguito alle dimissioni di Prodi. Lo stesso giorno furono eletti vicepresidenti dell’Assemblea del partito Ivan Scalfarotto e Marina Sereni e vicesegretario Enrico Letta.

Francesco Rutelli e altri esponenti del PD, già da tempo critici nei confronti di un partito a loro dire mai nato, prendono atto della vittoria di Bersani, ma lasciano il partito. Secondo Rutelli, con Bersani si andrebbe verso un partito democratico di sinistra. (…) la promessa, dunque, non è mantenuta: non c’è un partito nuovo, ma il ceppo del PDS con molti indipendenti di centro-sinistra. Così il 27 ottobre Rutelli annuncia che occorre iniziare un percorso diverso, con persone diverse, e il giorno dopo fonda l’associazione Cambiamento e Buongoverno insieme a Massimo Cacciari, Giuliano da Empoli, Lorenzo Dellai, Linda Lanzillotta, Vilma Mazzocco, Roberto Mazzotta, Andrea Mondello, Bruno Tabacci, Elvio Ubaldi e Giuseppe Vita. Inutile fino all’ultimo il tentativo di D’Alema per una riconciliazione.

Il 17 aprile 2010 anche il MRE di Luciana Sbarbati ha lasciato il PD.

Il leader dell’Unione di Centro, Pier Ferdinando Casini, il 12 dicembre 2009 si è detto disponibile alla costituzione di una coalizione con il Partito Democratico e con l’Italia dei Valori nel caso in cui si verificassero elezioni politiche anticipate. L’obiettivo sarebbe la costruzione di un fronte democratico volto a opporsi alla coalizione PdL-Lega e a difendere i principi costituzionali e le istituzioni repubblicane, che rischierebbero di essere compromesse. Ciò accadde a seguito di una dichiarazione del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

La proposta è stata accettata dal segretario Pier Luigi Bersani e ha trovato anche l’adesione del segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, che potrebbe dare solo l’appoggio esterno alla coalizione PD-UdC.

L’alleanza con i centristi si è realizzata in occasione delle elezioni regionali del 2010 in alcune delle regioni chiamate al voto: in Liguria, Basilicata, Marche e Piemonte. Saltato invece l’accordo nel Lazio, dove Casini ha preferito appoggiare la Polverini per il PdL anziché Emma Bonino, candidata dai Radicali e che ha provocato il 14 gennaio 2010 l’abbandono dei deputati Enzo Carra e Renzo Lusetti. Il 14 febbraio, invece, annuncia la sua adesione all’UdC la deputata Paola Binetti. L’alleanza è stata riproposta dal leader centrista anche nelle settimane successive all’aggressione subita da Berlusconi.

Tale proposta è stata accantonata con la nascita della coalizione Nuovo Polo per l’Italia definita dai giornali come Terzo Polo formata dai partiti di centro e centro-destra Unione di Centro, Futuro e Libertà per l’Italia, Alleanza per l’Italia e Movimento per l’Autonomia.

In occasione delle elezioni amministrative del 15-16 maggio 2011, il partito in ventuno dei trenta comuni capoluogo e in sette delle undici province chiamate al voto stipula un accordo elettorale con l’Italia dei Valori e Sinistra Ecologia Libertà, sancito poi nel settembre successivo e accordo della foto di Vasto; si presenta invece staccato da uno o da tutti e due i partiti nei comuni di Napoli, Novara, Rovigo, Pordenone, Grosseto, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e Carbonia, e nelle province di Vercelli, Macerata, Campobasso e Reggio Calabria. Va sottolineato che a Milano e Cagliari decide di sostenere un candidato espressione di Sinistra Ecologia Libertà, in base agli esiti delle primarie di coalizione che hanno decretato la sconfitta del candidato ufficiale del partito, mentre a Salerno il sindaco uscente De Luca decide di continuare a presentarsi solamente con liste civiche e quindi, anche se alla fine la coalizione viene aperta a Sinistra Ecologia Libertà e Partito Socialista Italiano, in accordo con il partito, il simbolo non viene presentato. Tale tornata elettorale segna una netta rivincita della coalizione di centro-sinistra in molte delle città chiamate alle urne; analogo esito nelle province, dove il PD e i suoi alleati registrano la vittoria in sette province su undici.

Ai referendum del 12-13 giugno, il Partito Democratico si dimostra a favore del  per tutti e quattro i quesiti posti, agendo quindi in sintonia con gli altri partiti di centro-sinistra. Il risultato vede una netta affermazione dei sì, e quindi l’abrogazione di tutte e quattro le norme sottoposte a referendum.

L’8 novembre 2011, dopo che la Camera dei deputati aveva approvato con 308 voti a favore il Rendiconto generale dello Stato, il presidente Silvio Berlusconi, prendendo atto del venir meno della maggioranza assoluta della sua coalizione di governo alla Camera, in serata, tenendo un colloquio con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, annuncia di rimettere il mandato al Capo dello Stato dopo l’approvazione della legge di stabilità.

Le dimissioni vengono formalizzate il 12 novembre e il giorno successivo Bersani esprime il proprio sostegno nell’eventuale, poi diventato certo, esecutivo guidato dal professor Mario Monti, dicendo che, con la crisi economica in atto, fosse necessario un governo dal forte profilo tecnico volto a ridare slancio all’economia facendo le riforme necessarie.

Nel partito però nascono malumori sull’appoggio al governo tecnico: ai montiani Francesco Boccia, Paolo Gentiloni e Pietro Ichino si contrappongono gli antimontiani Stefano Fassina, Cesare Damiano e Matteo Orfini; una linea equilibrata viene tenuta dai bersaniani Vasco Errani, Rosy Bindi, Anna Finocchiaro ed Enrico Letta. Gli antimontiani hanno comunque sempre assicurato il proprio appoggio a Monti.

Domenica 25 novembre 2012 si sono svolte le elezioni primarie di Italia. Bene Comune per l’individuazione del leader che guiderà la coalizione formata da PD, PSI e SEL alle consultazioni elettorali del 24-25 febbraio 2013. I candidati del PD erano il segretario in carica Bersani, la consigliera regionale veneta Laura Puppato e il sindaco di Firenze Matteo Renzi; hanno partecipato anche Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia e presidente di SEL, e Bruno Tabacci, assessore al bilancio del comune di Milano e deputato di Alleanza per l’Italia.

Il primo turno delle primarie si è svolto il 25 novembre 2012 e ha registrato l’affluenza al voto di più di 3 milioni di elettori; Bersani ha ottenuto il primo posto con il 44,9% dei consensi (1 395 096 voti), contro il 35,5% di Renzi (1 104 958), seguono Vendola con il 15,6% (485 689), Puppato al 2,6% (80 628) e Tabacci all’1,4% (43 840). Domenica 2 dicembre si è svolto il ballottaggio tra i due candidati più votati; Bersani ha ottenuto il 60,9% dei voti (1 706 457) contro il 39,1% di Renzi (1 095 925). Pertanto Bersani è stato il candidato premier del centro-sinistra alle elezioni politiche del 2013.

Il 29 e 30 dicembre 2012 il PD ha svolto le primarie per la scelta del 90% dei candidati parlamentari che sono andati a comporre le liste in vista delle elezioni politiche del 2013, mentre il restante 10% (in genere inseriti come capilista) è stato composto da personalità stabilite direttamente dal segretario Pier Luigi Bersani. Hanno partecipato, in quest’occasione, 1,2 milioni di persone. Sempre il 29 dicembre è stato presentato lo slogan della campagna elettorale: L’Italia Giusta.

Alla Camera il PD ha ottenuto il 25,4% dei voti in Italia, che sommati con i voti delle circoscrizioni estere ne fanno il primo partito. Anche al Senato è il primo partito con il 27,4%. Alla Camera la coalizione di centro sinistra ottiene il premio di maggioranza con il 29,6%, mentre al Senato il 31,6% ottenuto non consente di avere un numero di senatori sufficiente a formare un governo. Nel complesso il PD perde quasi 4 milioni di voti rispetto alle precedenti politiche del 2008, quando invece ottenne 12 milioni di consensi. Il 24 e 25 febbraio del 2013 si svolgono anche le consultazioni regionali in Lombardia, nel Lazio, e in Molise per la scelta dei nuovi presidenti di regione: al Nord il candidato sostenuto dal centro-sinistra, Umberto Ambrosoli, perde il confronto elettorale raccogliendo il 38,24% dei consensi, mentre al Centro Nicola Zingaretti del PD diviene il nuovo presidente della regione col 40,65% dei voti, e al Sud Paolo Di Laura Frattura, neo-iscritto del partito, vince con oltre il 44%.

Il 19 aprile 2013, dopo la mancata elezione di Franco Marini e Romano Prodi a Presidente della Repubblica nonostante la loro scelta come candidati ufficiali del partito, Rosy Bindi si dimette con effetto immediato dalla carica di presidente del PD. Poco dopo, anche Pier Luigi Bersani annuncia la propria intenzione di dimettersi da segretario, con effetto a partire dall’elezione del nuovo Capo dello Stato. Il giorno dopo, 20 aprile, Giorgio Napolitano viene rieletto Presidente: le dimissioni di Bersani diventano operative e contemporaneamente si dimette l’intera Segreteria Nazionale.

Dopo le difficoltà incontrate dal mandato esplorativo di Bersani, e le sue successive dimissioni, l’incarico di formare il governo è stato affidato a Enrico Letta, esponente del Partito Democratico, dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 24 aprile 2013. Letta riesce a formare in pochi giorni una maggioranza formata dal PD, dal PdL e da Scelta Civica. Il Governo Letta è il 62º della Repubblica Italiana, il primo della XVII legislatura, in carica a partire dal 28 aprile 2013, giorno in cui ha prestato giuramento. La fiducia è stata ottenuta sia alla Camera sia al Senato, rispettivamente il 29 e il 30 aprile.

In seguito alle dimissioni di Pier Luigi Bersani, l’11 maggio 2013 Guglielmo Epifani viene eletto nuovo segretario dall’assemblea del partito con 458 voti, pari all’85,8% dei voti validi, su 534.

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