Europa

Ucraina, Yanukovic scappa. Oleksandr Turčynov presidente ad interim

Euromaidan

Il 20 febbraio 2014, iniziò uno dei giorni più sanguinosi della protesta. Sì contarono oltre 100 morti, 70 tra i manifestanti e 17 tra la polizia. A sparare furono dei cecchini appostati alle finestre dei palazzi che circondano piazza Maidan. Ancora ignota e soggetta a investigazioni è l’identità individuale dei cecchini che quel giorno spararono sulla folla, anche se è certa la responsabilità del regime. Molti commentatori paragonarono i disordini a una guerra civile. Il nuovo governo ha accusato il presidente Viktor Janukovyč di aver ordinato alla polizia di aprire il fuoco il 18-20 febbraio 2014, dichiarando che agenti russi avevano giocato un ruolo nelle uccisioni; anche secondo Valentyn Nalyvajčenko, il nuovo capo del SBU (Servizio di sicurezza dell’Ucraina) vi sarebbe stato il coinvolgimento dei servizi di sicurezza russi e Janukovyč avrebbe ordinato a 108 membri del SBU di riprendere un edificio occupato dai manifestanti a Kiev il 18 febbraio 2014. Il nuovo ministro dell’Interno, Arsen Avakov, affermò che 12 membri della forza speciale di polizia Berkut (disciolta dal nuovo governo) furono identificati come sospettati dell’uccisione di 17 persone su via Institut’ska. Basandosi sulla somiglianza delle ferite da arma da fuoco riscontrate sulle vittime, il ministro della Salute ad interim Oleh Musij ha invece affermato che i manifestanti e i poliziotti sarebbero stati colpiti dalle stesse armi come parte di un complotto da parte di ex sostenitori del presidente Viktor Janukovyč per volgere la popolazione contro lo stesso presidente, chiamando in causa non meglio specificate “forze speciali russe”. Video e fotografie degli scontri mostrano che le forze di sicurezza ucraine erano armate con fucili d’assalto e almeno un fucile di precisione, ma che anche i manifestanti erano armati di fucili, anche se alcuni di questi potrebbero essere stati armi ad aria compressa.

Il presidente Viktor Janukovyč ha risolutamente negato di aver mai ordinato alla polizia di aprire il fuoco sui manifestanti, accusando l’opposizione di aver dato inizio alle sparatorie, dichiarando che “Nessun potere vale una goccia di sangue” e che “Molte volte i miei sostenitori mi hanno sollecitato ad agire in maniera più risoluta contro Maidan, ma non l’ho mai fatto. Avremmo dovuto disarmare gli elementi estremisti, gli stessi che ora sono un rompicapo per i nuovi leader”. Il ministro degli esteri russo Lavrov ha dichiarato che la Russia aveva informazioni riguardo al fatto che i gruppi di estrema destra ucraini avrebbero coordinato gli attacchi dei cecchini a Kiev.

Il 21 febbraio 2014 il presidente ucraino Viktor Janukovyč diede inizio a un lungo negoziato con i tre leader dell’opposizione parlamentare: Arsenij Jacenjuk (Bat’kivščyna), Vitalij Klyčko (UDAR) e Oleh Tjahnybok (Svoboda). Dopo ore di discussione le parti giunsero a un accordo articolato in dieci punti:

  • la reintroduzione della costituzione ucraina del 2004 con la conseguente riaffermazione della centralità del parlamento,
  • la formazione di un nuovo governo di coalizione nell’arco di dieci giorni,
  • il completamento delle riforme costituzionali entro il settembre del 2014,
  • lo svolgimento delle elezioni presidenziali anticipate entro il dicembre 2014,
  • lo svolgimento di un’inchiesta sulle violenze condotta con la supervisione del governo, dell’opposizione e del Consiglio d’Europa,
  • il veto allo stato d’emergenza,
  • l’amnistia per i manifestanti arrestati dal 17 febbraio 2014,
  • lo sgombero degli edifici pubblici occupati dai manifestanti,
  • la confisca delle armi detenute illegalmente,
  • l’approvazione di una nuova legge elettorale e la formazione di una nuova Commissione elettorale centrale.

Alla firma dell’accordo assistettero anche tre ministri degli esteri dell’Unione europea: il polacco Radosław Sikorski, il francese Laurent Fabius e il tedesco Frank-Walter Steinmeier oltre al Commissario per i diritti umani della Federazione Russa Vladimir Lukin che rifiutò di firmarlo. Il giorno stesso il parlamento ucraino implementò alcuni punti dell’accordo votando all’unanimità per la reintroduzione della costituzione ucraina del 2004, sospendendo il ministro dell’interno Vitalij Zacharčenko e introducendo modifiche al codice penale per consentire per il giorno successivo la scarcerazione di Julija Tymošenko, fondatrice di Bat’kivščyna, il principale partito di opposizione. L’accordo fu duramente criticato dalle frange più estremiste della protesta che intimarono al presidente Viktor Janukovyč di lasciare la presidenza entro le 10:00 della mattina del giorno successivo, minacciando ulteriori scontri. La richiesta fu ribadita anche dal comandante di Pravyj Sektor Dmytro Jaroš, che si rifiutò di far deporre le armi ai suoi uomini fintanto che Janukovyč fosse rimasto in carica.

Nella notte tra il 21 e il 22 febbraio 2014 il presidente Viktor Janukovyč volò da Kiev verso Charkiv affermando di essere vittima di un colpo di Stato. Fu poi bloccato all’aeroporto di Donec’k dalla guardia di frontiera ucraina nel tentativo di imbarcarsi su un aereo, ma proseguì la fuga su una vettura blindata, diventando quindi irreperibile. La fuga dalla capitale coinvolse anche il ministro della difesa Pavlo Lebedjev, il procuratore generale Viktor Pšonka, il ministro dell’interno Vitalij Zacharčenko e il ministro del reddito e delle tasse Oleksandr Klymenko. Con la fuga di Janukovyč il parlamento ritenne che costui avesse abbandonato il suo incarico, fissò quindi nuove elezioni presidenziali per il 25 maggio 2014 ed elesse Oleksandr Turčynov presidente della camera. Il 23 febbraio 2014 infine lo stesso Turčynov fu nominato dal parlamento presidente dell’Ucraina ad interim ponendo di fatto fine all’Euromaidan. I primi provvedimenti intrapresi delle nuove istituzioni furono: la nazionalizzazione delle proprietà di Janukovyč, lo scioglimento della Berkut, la sostituzione del capo dei servizi segreti e l’abrogazione della controversa legge sulla politica linguistica a cui Turčynov successivamente pose il veto.

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