Religione

Jeorge Mario Bergoglio diventa Francesco I

Anno santo straordinario
Papa Francesco I

Il conclave del 2013 venne convocato a seguito della rinuncia all’ufficio di romano pontefice di papa Benedetto XVI, avvenuta il 28 febbraio dello stesso anno. Si svolse nella Cappella Sistina dal 12 al 13 marzo, e, dopo cinque scrutini, venne eletto papa il cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, che assunse il nome di Francesco. L’elezione fu annunciata dal cardinale protodiacono Jean-Louis Tauran.

Durante il concistoro ordinario per la canonizzazione dei martiri di Otranto, l’11 febbraio 2013, papa Benedetto XVI annunciò ai cardinali presenti di voler rinunciare al ministero petrino, diritto che gli spettava liberamente, a partire dal successivo 28 febbraio alle ore 20, a causa dell’età avanzata e delle forze non più adeguate all’esercizio del ministero stesso.

La costituzione apostolica Universi Dominici Gregis, emanata nel 1996 da papa Giovanni Paolo II, prevede, per il conclave, due scrutini la mattina e due al pomeriggio. Per l’elezione del pontefice sono necessari i voti di due terzi dei cardinali partecipanti al conclave, come previsto dal motu proprio De aliquibus mutationibus in normis de electione Romani Pontificis, pubblicato nel 2007 da papa Benedetto XVI. Nel conclave del 2013, dunque, per l’elezione erano richieste 77 preferenze su 115 elettori.

La costituzione apostolica del 1996 stabiliva che, dopo 34 scrutini infruttuosi, si tenesse un ballottaggio fra i due cardinali più votati nell’ultimo scrutinio, che perdevano il diritto di voto, e prevedeva che per l’elezione fosse sufficiente solo la metà dei voti più uno. Il motu proprio del 2007, invece, estese la regola dei due terzi dei voti anche per l’eventuale ballottaggio. Al termine delle votazioni gli appunti e le schede vengono bruciati. Se la sessione delle due votazioni mattutine ha esito negativo si ha la fumata nera alle ore 12, mentre se ha esito negativo la sessione delle due votazioni pomeridiane si ha fumata nera alle ore 19. L’esito positivo di uno qualsiasi degli scrutini di una sessione è seguito dalla fumata bianca e dal suono delle campane di San Pietro.

Papa Benedetto XVI, con il motu proprio Normas nonnullas del 22 febbraio 2013, ribadì la norma secondo la quale, prima di iniziare il conclave, si debbano attendere per quindici giorni i cardinali assenti, conferendo però al collegio cardinalizio la nuova facoltà di anticipare la data di inizio del conclave se tutti i cardinali elettori sono presenti (cosa effettivamente avvenuta in questo conclave), come la facoltà di prorogarla fino ad un massimo di venti giorni per attendere gli eventuali assenti. Trascorsi venti giorni dall’inizio della sede vacante, però, tutti i cardinali elettori presenti sono tenuti ad iniziare le votazioni.

Nella stessa lettera apostolica venne stabilito che le persone non facenti parte del corpo dei cardinali elettori (con riferimento al segretario del collegio cardinalizio, al maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, agli otto cerimonieri, ai due religiosi addetti alla sagrestia pontificia e ad un ecclesiastico scelto dal cardinale decano o da chi ne fa le veci), qualora venissero a conoscenza degli atti dell’elezione e li rivelassero ad altri, violando il giuramento di segretezza, andrebbero incontro a scomunica latae sententiae, riservata alla sede apostolica. La norma precedente, invece, stabiliva una pena a discrezione del pontefice venturo. Si conferma inoltre la non validità delle modalità di elezione del pontefice per acclamazione, per ispirazione e per compromesso, prevedendo unicamente l’elezione per scrutinio.

Si trattò, al pari con quello del 2005, del conclave più numeroso della storia della Chiesa cattolica per numero di cardinali elettori (115). Il numero dei non elettori, tuttavia, fu più alto: nel 2013 furono 90, nel 2005 66. L’ormai papa emerito Benedetto XVI non prese parte al conclave. Avevano diritto di voto in conclave i cardinali che non avessero compiuto l’ottantesimo anno di età il giorno precedente l’inizio della sede vacante. Pertanto il cardinale ucraino Ljubomyr Huzar non partecipò al conclave; vi partecipò invece il cardinale tedesco Walter Kasper, che compì ottant’anni il 5 marzo.

Dei 117 cardinali elettori parteciparono effettivamente al conclave solo in 115, poiché erano assenti l’arcivescovo emerito di Giacarta Julius Riyadi Darmaatmadja e l’arcivescovo emerito di Saint Andrews ed Edimburgo Keith Michael Patrick O’Brien: il primo non partecipò per motivi di salute, mentre il secondo «per evitare di attirare l’attenzione dei media», in quanto accusato di comportamenti inappropriati verso alcuni religiosi.

I favori della vigilia, secondo molti osservatori, andavano all’arcivescovo di Milano Angelo Scola, grazie al sostegno dell’arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco e di quello di Bologna Carlo Caffarra, nonché di Camillo Ruini e di Giovanni Battista Re; Scola era anche apprezzato all’estero grazie alla sua Fondazione Oasis. Dopo Scola si posizionava il cardinale brasiliano Odilo Pedro Scherer, membro del collegio cardinalizio di sorveglianza dello IOR e molto vicino alla curia, appoggiato dal cardinale camerlengo Tarcisio Bertone, dal cardinale decano Angelo Sodano e, come sembrava alla vigilia, dai cardinali sudamericani. Nel gruppo degli undici porporati statunitensi (il più numeroso, dopo gli italiani) sembravano alte le quotazioni in favore dell’arcivescovo di Boston Sean Patrick O’Malley per aver affrontato con fermezza gli abusi sessuali del clero. In posizione di immediato rincalzo erano considerati il cardinale ghanese Peter Turkson e il canadese Marc Ouellet.

Le prime due congregazioni generali del collegio cardinalizio in preparazione del conclave, convocate il 1º marzo dal decano Angelo Sodano, si svolsero il successivo 4 marzo alle 9:30 e alle 17 nell’Aula del Sinodo, presso l’Aula Paolo VI. La terza congregazione generale si svolse il 5 marzo alle 9:30. Durante le congregazioni, fra le altre cose, i cardinali prestarono il giuramento di segretezza, elessero a sorteggio i tre assistenti del camerlengo e decisero di inviare un messaggio di gratitudine al pontefice emerito.

Alle 13 del 5 marzo la Cappella Sistina venne chiusa ai visitatori per poter effettuare i lavori necessari allo svolgimento del conclave. La ditta Gammarelli, sartoria per ecclesiastici attiva dal XVIII secolo, realizzò per il futuro papa tre abiti talari bianchi di tre diverse misure, la fascia, la mozzetta in velluto rosso bordata di ermellino, lo zucchetto bianco e le scarpe rosse. La quarta congregazione generale si tenne il 6 marzo alle 9:30, seguita, alle 17 dello stesso giorno, da un momento di preghiera nella basilica di San Pietro. La quinta e la sesta congregazione generale si svolsero il 7 marzo, rispettivamente alle 9:30 e alle 17.

La settima e l’ottava congregazione generale si tennero l’8 marzo alle 9:30 e alle 17. Durante quest’ultima riunione i cardinali scelsero la data di martedì 12 marzo per l’inizio del conclave. La nona congregazione generale si svolse alle 9:30 del 9 marzo. L’11 marzo, alle 9:30, si tenne la decima e ultima congregazione generale. Alle 17:30 dello stesso giorno, nella Cappella Paolina, ebbe luogo il giuramento degli addetti al conclave (il segretario del collegio cardinalizio Lorenzo Baldisseri, il maestro delle cerimonie Guido Marini, altri cerimonieri, i religiosi addetti alla sacrestia, medici e infermieri, il personale per il servizio mensa, pulizie e servizi tecnici, eccetera).

Alle 10 del 12 marzo, nella basilica di San Pietro, venne celebrata la messa pro eligendo Romano Pontifice, che diede inizio ai riti del conclave. Presiedette la liturgia, concelebrata da tutti i cardinali, il decano Angelo Sodano. Alle 16:30 iniziò la processione dei porporati, che, dalla cappella Paolina, si recò alla cappella Sistina. Dopo il canto del Veni Creator Spiritus e dopo aver pronunciato il solenne giuramento di fedeltà al segreto del conclave, il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie Guido Marini pronunciò la tradizionale formula extra omnes, invitando tutti gli estranei a lasciare la Sistina, le cui porte si chiusero alle 17:33.

Dopo una breve meditazione tenuta dal cardinale Prosper Grech ebbe luogo la prima votazione, che non era scontato avvenisse in giornata. Il primo scrutinio diede esito negativo, con fumata nera alle 19:41. Il secondo e il terzo scrutinio, la mattina del 13 marzo, diedero esito negativo, con fumata nera alle 11:38. Dopo la pausa per il pranzo si tenne, nel primo pomeriggio, il quarto scrutinio che diede esito negativo.

Alle 19:06 del 13 marzo, dopo il quinto scrutinio, dal comignolo della Sistina si levò la fumata bianca. Poco più di un’ora dopo, alle 20:12, il cardinale protodiacono Jean-Louis Tauran, con la tradizionale locuzione Habemus Papam, annunciò l’elezione di Jorge Mario Bergoglio, che scelse il nome di Francesco. Secondo Maria Antonietta Calabrò l’elezione di Bergoglio sarebbe stata frutto di un accordo fra i cardinali della curia romana (il decano Angelo Sodano, anche se non elettore, Giovanni Battista Re, Tarcisio Bertone) e i cardinali americani per contrastare la candidatura di Scola.

Alle 20:24 la Conferenza Episcopale Italiana, in una e-mail ufficiale inviata ai giornalisti accreditati, commettendo una gaffe espresse «i sentimenti dell’intera Chiesa italiana nell’accogliere la notizia dell’elezione del Card. Angelo Scola a Successore di Pietro». La nota allegata all’e-mail, a firma del segretario generale Mariano Crociata, riportava invece correttamente il nome del cardinale Bergoglio.

Secondo una ricostruzione del vaticanista Salvatore Izzo, ripresa anche da Giacomo Galeazzi, Bergoglio sarebbe stato il cardinale più votato fin dal primo scrutinio. Secondo Marco Tosatti, la candidatura di Bergoglio sarebbe stata proposta dai cardinali Cláudio Hummes, Santos Abril y Castelló, Giovanni Battista Re e da tutti coloro che erano esplicitamente contrari all’elezione di Scola. Inoltre, sarebbe stata attivamente sostenuta, durante il conclave, dai cardinali Óscar Rodríguez Maradiaga, Walter Kasper, Godfried Danneels, Lluís Martínez Sistach, Carlos Amigo Vallejo, José da Cruz Policarpo, Tarcisio Bertone e dai porporati americani.

Secondo il vaticanista Paolo Rodari, invece, al primo scrutinio a condurre sarebbe stato Angelo Scola con circa 35 voti, seguito da Bergoglio con 20 voti e da Marc Ouellet con 15.  Anche il vaticanista Andrés Beltramo Álvarez sostiene che, la sera del 12 marzo, il cardinale più votato non sarebbe stato Bergoglio.

Sempre secondo le indiscrezioni di Rodari, Scola sarebbe stato il candidato più votato fino al terzo scrutinio, sostenuto dal continuo appoggio, fra gli altri, dei cardinali Angelo Bagnasco, Carlo Caffarra e Christoph Schönborn. Secondo Sergio Rame, di Libero, Scola avrebbe raggiunto, al termine del terzo scrutinio, una cinquantina di voti.

La candidatura di Scola, tuttavia, sarebbe stata stroncata il 13 marzo fra il terzo e il quarto scrutinio, durante la pausa per il pranzo presso la Domus Sanctae Marthae, dai cardinali della curia romana e da quelli nordamericani: i primi «per antiche invidie e rivalità» contro l’arcivescovo di Milano, mentre i secondi per via della sua vecchia vicinanza a Comunione e Liberazione, condizione che aveva suscitato alcune perplessità fra i porporati statunitensi. Secondo Sergio Rame, invece, Scola avrebbe volontariamente ritirato la propria candidatura per evitare una situazione di stallo, non ritenendo sufficienti i consensi da lui ottenuti sino a quel momento per poter raggiungere il soglio pontificio. Dopo il ritiro di Scola, sempre secondo Rodari, Bergoglio avrebbe sfiorato l’elezione al quarto scrutinio.

La vaticanista argentina Elisabetta Piqué, nel libro Francesco. Vita e rivoluzione, sostiene che la quinta votazione sarebbe stata annullata: i cardinali addetti alla conta delle schede, prima di procedere allo spoglio, si sarebbero infatti accorti della presenza di 116 voti a fronte di 115 votanti.[42] L’annullamento della votazione è riportato anche dal vaticanista Andrea Tornielli.

All’annullamento della quinta votazione sarebbe immediatamente seguita la sesta con il relativo scrutinio nella quale Bergoglio sarebbe stato eletto, secondo alcuni con quasi 90 voti, secondo altri con 90-100 voti. Fra i cardinali che ricevettero voti, secondo Salvatore Izzo, ci furono anche, oltre all’eletto e a Scola, Angelo Bagnasco, Francesco Coccopalmerio, Sean Patrick O’Malley, Timothy Dolan, Marc Ouellet, Peter Turkson, Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga e Christoph Schönborn.

Quando i voti superarono il quorum dei due terzi, e venne l’applauso consueto perché era stato eletto il Papa, a fianco di Bergoglio sedeva Cláudio Hummes, che fu perciò il primo ad abbracciarlo ed a sussurrargli le parole – “Non dimenticarti dei poveri!” – che gli ispirarono la scelta del nome. Secondo Andrea Tornielli, come primo gesto dopo l’elezione, Bergoglio si sarebbe diretto verso Scola per abbracciarlo.

Era quello che prendendo la parola in presenza dei colleghi porporati, la scorsa settimana, aveva fatto l’intervento più breve, senza consumare i cinque minuti di tempo consentiti. E che aveva parlato col cuore di una Chiesa capace di mostrare il volto della misericordia di Dio. L’elezione di Jorge Mario Bergoglio, primo Papa gesuita e latinoamericano della storia della Chiesa, primo Papa ad assumere il nome di Francesco, ha sorpreso molti. Sembrava che i cardinali cercassero un Papa giovane, ne hanno eletto uno di 76 anni. Sembrava che dovessero scegliere un «governatore» per la Curia romana, hanno scelto uno dei porporati più lontani dal carrierismo, dai giochi, dalle cordate curiali. L’elezione di Francesco è il segno di una svolta. Non era mai accaduto nella storia recente della Chiesa che venisse eletto il secondo arrivato del precedente conclave, né che un Pontefice, affacciandosi per la prima volta al balcone di San Pietro, prima di benedire i fedeli, chiedesse ai fedeli una preghiera e una benedizione per lui. Bergoglio ha sempre denunciato, negli anni scorsi, il rischio per la Chiesa di essere autoreferenziale: «Se la Chiesa rimane chiusa in se stessa, invecchia. E tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima».

Certo, la sua designazione va nella direzione che è emersa in questi giorni, nelle congregazioni generali: una riforma della Curia, una maggiore collegialità, evitare che si ripetano gli scandali degli ultimi anni. Ma anche se è facile prevedere passi in questo senso, la priorità, per tutti gli elettori, è stata quella di eleggere un uomo di Dio, innanzitutto un testimone. Anche la scelta di apparire al balcone accompagnato dal Vicario di Roma, il cardinale Agostino Vallini, e l’insistenza con cui ha sottolineato il legame di vescovo con la diocesi della Città Eterna, è un segnale importante. Il segnale di un pontificato che sottolinea innanzitutto il legame con la Chiesa locale, quello del pastore con il suo popolo. Non è facile fare previsioni sulle scelte future del nuovo Papa. Su chi sceglierà di portare alla Segreteria di Stato, su come intende affrontare il tema della trasparenza finanziaria e i problemi dello Ior, su quali decisioni prenderà dopo aver letto, con dolore, le pagine del dossier di Vatileaks. Ma fin dal nome e dallo stile umile del suo primo presentarsi ai fedeli, alla Chiesa e al mondo, ieri sera è stato possibile comprendere a tutti che questa istituzione con duemila anni di storia sulle spalle, ancora una volta ha saputo rinnovarsi e stupire. Un gesuita sceglie il nome francescano, sceglie di chiamarsi come il grande Santo italiano, il grande riformatore della radicalità del Vangelo, è un segno di speranza e un invito al cambiamento per la Chiesa tutta.

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