
Nonostante questo, la crisi finanziaria ebbe un fortissimo impatto negativo sull’economia islandese: la moneta nazionale perse immediatamente di valore, i cambi con le divise estere vennero virtualmente sospesi per settimane e la capitalizzazione azionaria della borsa islandese perse oltre il 90%. In seguito a questa crisi l’Islanda entrò in recessione ed il suo prodotto interno lordo calò in valori reali del 5,5% nei primi sei mesi del 2009. All’esterno dell’Islanda, oltre mezzo milione di correntisti (quasi il doppio dell’intera popolazione islandese) si ritrovò con i depositi bancari congelati, come risultato della liquidazione degli asset esteri delle 3 banche nazionalizzate.
Le principali contromisure adottate per combattere la crisi furono le seguenti:
- rafforzamento dei controlli sui movimenti di capitali (compresa una temporanea sospensione di ogni cambio in valuta estera) a partire dal 6 ottobre 2008;
- attivazione il 17 novembre 2008 di un pacchetto di aiuti economici pari a 5,1 miliardi di dollari (dei quali 2,1 miliardi a carico del Fondo Monetario Internazionale ed i rimanenti 3 miliardi a carico dei paesi nordici), in modo da limitare il deficit di bilancio ed aiutare la creazione di banche nazionali;
- implementazione di misure di austerità per consolidare la parte fiscale;
- attivazione di un prestito che sarebbe servito a ripagare una parte dei depositi esteri quasi azzerati in seguito alla crisi (pari ad 1,2 miliardi di euro ricevuti dalla Germania, mentre un simile prestito di 4 miliardi dai Paesi Bassi e dalla Gran Bretagna non vennero mai accettati).
Gli aiuti economici allo stato islandese terminarono ufficialmente il 31 agosto 2011, senza venire prorogati con ulteriori prestiti o linee di credito condizionate. L’Islanda, come concordato col Fondo Monetario Internazionale, iniziò a riguadagnare un completo accesso ai mercati finanziari mondiali per coprire le proprie esigenze di finanziamento, iniziando a ripagare alcuni degli aiuti economici ricevuti a partire dal 2012. Nel 2013 il controllo imposto sui flussi di capitali è ancora necessario per proteggere la corona islandese, e benché il FMI abbia raccomandato di toglierlo per richiamare gli investimenti stranieri nell’isola, la stessa organizzazione ha sostenuto che questo non dovrebbe avvenire prima che la bilancia dei pagamenti si sia stabilizzata e che la banca centrale sia riuscita a costruirsi una sostanziale riserva in valuta estera. Nel 2011 il PIL ha ricominciato a crescere ed il tasso di disoccupazione a scendere. Il deficit pubblico, che era stato ben oltre il 10% nel 2009 e 2010, nel 2012 è sceso al 3,4%; il rapporto fra debito e PIL è sceso dal 101% del 2011 al 97% del 2012. Resta invece alto il tasso d’inflazione (salito al 6% nel 2012), e calmierare la pressione sul deprezzamento della corona islandese.
La crisi finanziaria islandese iniziata nel 2008 è ufficialmente terminata il 31 agosto 2011, cioè il giorno in cui il piano di salvataggio del Fondo Monetario Internazionale è terminato, benché alcune misure imposte dalla crisi (come il controllo sui flussi di capitali) siano ancora pienamente in vigore.










































