Prima della svolta della Bolognina nel novembre 1989 e della conseguente confluenza del Pci nel Partito Democratico della Sinistra; a sinistra di esso in Parlamento c’era solo Democrazia Proletaria. Dp che fu proprio una delle componenti che assieme a chi avversava la svolta di Achille Occhetto a formare il Partito della Rifondazione Comunista.
Il Movimento per la Rifondazione Comunista (MRC) fu costituito formalmente il 3 febbraio del 1991, nella sala E dell’edificio della Fiera di Rimini, dove si svolgeva il XX e ultimo congresso del Partito Comunista Italiano e il I del Partito Democratico della Sinistra.
In dissenso alla proposta di Occhetto (mozione Dare vita alla fase costituente di una nuova formazione politica) si formarono due gruppi di militanti e dirigenti che il 21 dicembre presentano mozioni congressuali proprie: la mozione 2 (Per un vero rinnovamento del Pci e della sinistra) del presidente del partito Alessandro Natta, di Pietro Ingrao, Aldo Tortorella e Lucio Magri per un rinnovamento culturale senza rinnegamento; la mozione 3 Per una democrazia socialista in Europa di Armando Cossutta e Gian Mario Cazzaniga filosovietica, per il rinnovamento e il rafforzamento del partito senza mutamenti ideologici. La mozione Natta-Ingrao inizierà la propria battaglia congressuale con l’assemblea di Bologna del 29 dicembre. Nasceva così il cosiddetto «fronte del no».
Le mozioni vengono sconfitte avendo ottenuto il 33% dei delegati, tuttavia dal 1990 e nel corso del 1991 iniziò un confronto politico tra i dirigenti del futuro MRC, diversi intellettuali marxisti e aree della Nuova sinistra: Il manifesto (quotidiano gestito dal gruppo dell’ex-Partito di Unità Proletaria per il Comunismo di Lucio Magri) e soprattutto Democrazia Proletaria, secondo partito comunista dopo il PCI, alla cui sinistra si collocava. L’assemblea comune più famosa fu quella del 28-30 settembre 1990 ad Arco (In nome delle cose. Materiali per la rifondazione comunista), la quale se da un lato fece emergere l’indisponibilità degli ingraiani a promuovere una scissione in caso di sconfitta, portò il 5 novembre 1990 all’accordo per il decisivo XX congresso del PCI di presentare una mozione unica del no (Per la rifondazione comunista).
Il 6 gennaio del 1991, pochi giorni prima del XX (e ultimo) congresso di Rimini, si tenne al Teatro Eliseo l’assemblea nazionale dei comitati per la rifondazione comunista Per una autonoma presenza comunista in Italia, la quale preannunciava l’intenzione di una parte del no di non voler aderire al futuro Partito Democratico della Sinistra: dunque o federazione col PDS o scissione definitiva.
L’ultimo congresso del PCI vide la mozione Ingrao-Cossutta indietreggiare al 26%. Il 3 febbraio 1991 il congresso votò per lo scioglimento del PCI. Una novantina su 332 delegati della mozione del no decise sotto la guida di Armando Cossutta e Sergio Garavini di non aderire al PDS e di dar vita a un nuovo partito comunista. Gli altri del no costituiranno nel PDS la corrente dei Comunisti Democratici guidata da Tortorella.
Dunque quello stesso 3 febbraio sette rappresentanti (Armando Cossutta, Sergio Garavini, Lucio Libertini, Ersilia Salvato, Rino Serri, Guido Cappelloni e Bianca Bracci Torsi) dei 90, mettono tutto nero su bianco presso lo studio notarile di Sante Fabbrani Bernardi a Rimini. In quel momento si cerca di ricostituire il PCI, tentando di strappare anche il vecchio simbolo al neonato PDS che lo mantiene rimpicciolito nel proprio nuovo logo, ma da questo punto di vista l’operazione fallisce. Infatti, dopo un’inevitabile querelle giudiziaria, si decide di assumere come nome del partito quello della mozione che si opponeva allo scioglimento, e il 25 febbraio a Roma verrà legalmente registrato il Movimento per la Rifondazione Comunista. Il 13 aprile il gruppo del Manifesto-PdUP per il Comunismo (Lucio Magri, Luciana Castellina, Famiano Crucianelli, Luciano Pettinari) si decide a lasciare il PDS e inizierà ad avvicinarsi all’MRC.
Dal 6 al 9 giugno Democrazia Proletaria, allora guidata da Giovanni Russo Spena, tiene a Riccione il suo VIII e ultimo congresso, alla fine del quale decide di sciogliersi e confluire nel MRC. Si tratta di una decisione importante perché è vero che DP del 1991 è quasi inconsistente, ma al nuovo partito apporterà sedi, mezzi e una prima rappresentanza democratica in molte realtà locali. Il 15 settembre confluisce nel Mrc anche il Partito Comunista d’Italia (marxista-leninista). L’8 ottobre viene inviato un messaggio di solidarietà in cirillico ai comunisti russi.
Il 12 ottobre a Roma sfila un serpentone rosso di centomila comunisti da Piazza Esedra, al Colosseo, fino a Piazza Santi Apostoli, al grido di «l’opposizione torna in piazza». Quel giorno viene distribuito il primo numero del settimanale del Movimento, Liberazione. Il successo dell’operazione spingerà i tanti titubanti del PDS a richiedere l’impeachment per il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga per l’Gladio. Il 30 novembre Rifondazione comunista con il Pds, il Partito Radicale e La Rete, denuncia in sede di commissione parlamentare il Presidente della Repubblica Cossiga, chiedendone l’impeachment, per aver difeso la legittimità della struttura Stay-behind nel corso di un discorso ai Carabinieri.
Dal 12 al 15 dicembre si può finalmente tenere il I congresso del Partito della Rifondazione Comunista. La precarietà del Movimento è relativamente finita e a dimostrarlo sono anche i 1.300 delegati al palazzo dei Congressi dell’Eur a rappresentare 113 federazioni. Apre i lavori un discorso di saluto dello scrittore comunista Paolo Volponi. Al congresso parteciperanno tutti i partiti italiani, eccetto il Movimento Sociale Italiano e la Lega Nord. Il congresso decide, oltre al mutamento del nome, anche di istituire la figura del segretario nazionale e quella del presidente (rispettivamente Garavini e Cossutta). Il parlamentino del partito sarà il Comitato Politico Nazionale (Cpn), erede del vecchio Comitato Centrale del PCI. Vengono inoltre autorizzate le correnti organizzate (vietate nel PCI dal centralismo democratico) in nome della democrazia interna e nel tentativo di rifondare il comunismo anche con queste semplici operazioni.
Dopo il congresso inizia il primo tesseramento come PRC. Nella tessera appare una citazione di Karl Marx voluta da Armando Cossutta e da allora replicata ogni anno: «Il comunismo non è per noi uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente». Si delibera che per il PRC sarà prioritaria «la lotta contro la svolta a destra sul piano istituzionale – la richiesta di impeachment contro Cossiga ma anche la opposizione ai referendum di Segni; il rifiuto del sindacato-istituzione con lo sviluppo di una lotta a fondo contro la finanziaria e le posizioni della Confindustria; il no alla NATO trasformata in una santa alleanza dei paesi ricchi».
Ma di lì a poco il Prc ha una duplice fase d’arresto. La prima è data da uno scontro molto acceso tra Cossutta e Garavini, perché dentro il partito ci si incomincia a chiedere se conti di più il presidente o il segretario. Garavini, dal canto suo, forza i meccanismi decisionali e ben presto viene accusato di «leaderismo». Il 19 maggio 1993 la Direzione Nazionale boccia la proposta di Garavini di un’unità d’azione col Pds in vista di un’alleanza che potrebbe portare la sinistra al governo. La bocciatura suona come una sfiducia al segretario che, alla fine, rassegnerà le dimissioni il 27 giugno 1993, quando una sua proposta sarà nuovamente bocciata dalla Dn. Si decide così di convocare un nuovo congresso e a redigere le tesi congressuali di maggioranza sarà Lucio Libertini, ma questi, improvvisamente, muore il 7 agosto, lasciando il suo lavoro incompiuto e un grande sconforto in tutto il Prc. Fino al II congresso, per sette mesi, il Prc viene retto collegialmente da un direttorio di sette persone.
Nel 1993 Rifondazione non è l’unico partito di sinistra a sentirsi travagliato, visto che nel Pds le cose non vanno tanto meglio. Lo si capisce meglio il 10 maggio quando Fausto Bertinotti lascia polemicamente il Pds insieme ad altri 30 sindacalisti CGIL. Bertinotti è in quel momento il leader della corrente massimalista e minoritaria Essere sindacato della CGIL, ed è un socialista massimalista i cui maestri sono «Pietro Ingrao, Riccardo Lombardi, Rossana Rossanda, Vittorio Foa e papa Paolo VI». E infatti nel 1991, allo scioglimento del Pci, aveva preferito «rimanere nel gorgo», cioè nel Pds, come consigliato da Ingrao. Bertinotti si giustificherà quel 10 maggio 1993 così: «Ho deciso di staccarmi dopo l’astensione (del Pds, ndr) sul Governo Ciampi». Ma aggiunge: «Rispetto lo sforzo fatto da Rifondazione comunista, ma non mi sento attratto».
Dunque, lì per lì, l’addio di Bertinotti al Pds non sembra destinato a influire sulla storia del Prc. Anche perché in quel momento Bertinotti è più per rilanciare una «sinistra di opposizione, di alternativa e anticapitalistica» (espressione in cui il sindacalista include Rifondazione, il manifesto, i “circoli comunisti”, il volontariato, gli “autoconvocati”), attraverso un «luogo» dove tutte le sinistre possano incontrarsi. Al contempo Bertinotti non crede ad «un processo che rimetta insieme i cocci della sinistra». Commenterà il pdiessino di sinistra Gavino Angius: «Non si capisce peraltro dove Bertinotti intenda politicamente collocarsi».
Bertinotti però si fa subito duro coi suoi ex-compagni pidiessini: «Occhetto e D’Alema sono i nuovi nipotini di Craxi». Oppure: «Il Pds appoggia di fatto chi presiede all’ortodossia del mercato, all’espressione del valore di scambio, la moneta». Critica, cioè, che si tratti di un partito con spiccata «vocazione di governo». Il progetto occhettiano è dunque «fallito». Il 15 maggio sarà Pietro Ingrao a lasciare il Pds.
Rifondazione e Bertinotti sembrano destinati a non unirsi. Poi, il 17 settembre, la svolta: Bertinotti è pronto ad entrare nel Prc e Cossutta lo vuole subito segretario, anche se dovrà essere il congresso del gennaio 1994 a decidere. Ora Bertinotti vuole «costruire una sinistra radicale e anticapitalistica, un’aggregazione capace di candidarsi anche come forza di governo in nome dell’alternativa». Alla notizia Garavini dirà: «Se Bertinotti entra io dico evviva. Ma dico anche che la scelta spetta al congresso. La cosa decisiva non è su chi sarà chiamato a fare il segretario, ma su come il congresso chiarirà i problemi di orientamento che sono sorti e che hanno provocato anche il mio allontanamento dalla segreteria. Ricordo che il partito, che non a caso si chiama della “Rifondazione comunista”, è nato non come un vecchio blocco ideologico, ma come un’associazione tra diversi che si oppongono a questo sistema politico ed economico». In ottobre Bertinotti è ufficialmente iscritto al Prc.
Il 23 gennaio 1994 Fausto Bertinotti diventa il secondo segretario nazionale di Rifondazione Comunista, grazie a un accordo tra Cossutta e Magri. In Cpn Bertinotti ottiene il voto favorevole di 160 membri su 193.
Dal 1994 all’interno del Partito della Rifondazione Comunista emerge una sorta di diarchia fra il presidente Armando Cossutta e il segretario Fausto Bertinotti, ex sindacalista e già esponente dal PDS, al quale proprio Cossutta aveva offerto la candidatura alla segreteria. Con il rafforzamento dell’area riconducibile al segretario sorgono le prime tensioni interne.
La prima scissione del Prc avviene del 1995 durante la discussione della fiducia al governo Dini. Dalle dimissioni di Garavini iniziò a maturare il dissenso dell’area verso la maggioranza del PRC che culminò durante il primo semestre del 1995, quando il PRC, ora guidato da Fausto Bertinotti, dovette scegliere che atteggiamento tenere verso il governo Dini. Nel PRC la grande maggioranza è per il ritorno alle urne e il CPN decide di votare no al governo Dini. Il 25 gennaio 1995 alla Camera Il PRC vota compatto contro il governo Dini. Il 1º febbraio invece nel gruppo comunista al Senato, Umberto Carpi voterà la fiducia. Per questo episodio, dieci giorni dopo Carpi sarà giudicato e sospeso dal partito per sei mesi. Per protesta contro questa decisione, il 16 febbraio Gianfranco Nappi e Martino Dorigo si dimettono dagli incarichi direttivi. Il giorno dopo per solidarietà verso Carpi, Garavini si autosospende. Il 21 febbraio 13 deputati comunisti sottoscrivono un documento contrario al presidente Cossutta. Il documento è firmato da Garavini, Vignali, Altea, Giulietti, Boffardi, Commisso, Calvanese, Sciacca, Scotto di Luzio, Dorigo, Bielli, Vendola e Nappi.
Il 7 marzo l’ala ribelle porta di nuovo i suoi voti al Senato per approvare la manovra economica bis di Dini. Il 16 marzo alla Camera si arriva al culmine: Dini pone la fiducia sulla manovra finanziaria che passa per 6 voti. Qui i 16 voti dei parlamentari del Prc dissidenti risultano decisivi. Crucianelli è rimosso da capogruppo e sostituito il 30 marzo dal direttore di Liberazione Oliviero Diliberto (sostituito al giornale da Lucio Manisco). Il partito decide di non prendere provvedimenti disciplinari, ma chiede un «confronto» con l’ala ribelle.
Il confronto viene bruscamente interrotto il 14 giugno quando 25 dirigenti, tra cui 14 deputati, 3 senatori e 2 europarlamentari decidono di fuoriuscire dal PRC per dar vita al Movimento dei Comunisti per l’Unità, poi Comunisti Unitari. I deputati Antonio Saia e Tiziana Valpiana, nonostante il dissenso, decidono di restare, mentre Garavini in luglio rende noto che pur ritenendo «giusto dimettersi da Rifondazione Comunista», non è d’accordo sul «costruire l’ennesimo gruppetto di comunisti».
In occasione delle elezioni politiche del 1996, Rifondazione Comunista stipula con la coalizione di centrosinistra (l’Ulivo) guidata da Romano Prodi un «patto di desistenza», in base al quale in alcuni collegi (27 alla Camera e 18 al Senato) l’Ulivo avrebbe rinunciato a presentare propri candidati per sostenere quelli di Rifondazione, che però avrebbe usato il vecchio simbolo dell’Alleanza dei Progressisti, in cambio. In tal modo, spiega Armando Cossutta, «garantiremo la nascita di un governo dell’Ulivo. In cambio abbiamo chiesto che non vengano stipulati accordi, per tutta la legislatura, con la destra».
Quelle consultazioni si risolvono in un successo che riguarda sia l’Ulivo, sia il PRC. Esso arriva al proprio massimo storico e appoggia dall’esterno la formazione ulivista in nome dell’«autonomia dei comunisti e l’unità con le forze della sinistra», come sancirà il III Congresso del PRC (dicembre 1996).
MCU si presentò alle elezioni politiche del 1996 all’interno delle liste del PDS e de l’Ulivo eleggendo complessivamente otto deputati (Angelo Altea, Bielli, Bolognesi, Crucianelli, Mauro Guerra, Nappi, Sciacca e Adriano Vignali). Partecipò al governo Prodi I con Rino Serri sottosegretario agli Esteri.
Nel giugno 1996 ci fu l’unica partecipazione elettorale di una lista del MCU, ossia alle elezioni comunali di Taranto, dove ottenne l’1,55% dei voti, nella coalizione di centrosinistra che sosteneva la candidatura a sindaco di Ippazio Stefano.
Nell’autunno del 1997 il PRC mette in discussione la fiducia al governo, alla luce di un irrigidirsi dei rapporti con gli alleati. Prodi si dimette, sebbene una consistente porzione di Rifondazione spinga per ricomporre e dopo cinque giorni viene siglato un nuovo patto di un anno fra comunisti e centrosinistra. L’autunno ’97 mette in luce come sia difficile la convivenza tra la fazione eterodossa e movimentista vicina al segretario Fausto Bertinotti e quella ortodossa vicina al presidente Armando Cossutta. Dal 13 ottobre 1997 inizia a montare tra presidente e segretario del PRC, come dirà Cossutta, «un dissenso che non era frutto del temperamento, bensì di qualcosa di diverso».
Ne nascerà una discussione politico-strategica sulle pagine del mensile del partito Rifondazione, che raggiungerà il suo culmine con l’approvazione del DPEF nell’estate 1998. L’avvio della discussione riguardante la legge finanziaria 1999 caratterizza la definitiva frattura fra “cossuttiani” e “bertinottiani”. In precedenza il segretario Bertinotti attacca il responsabile economico Nerio Nesi, a suo dire favorevole al compromesso con il governo. Si inizia a parlare pubblicamente di scissione.
Il 14 febbraio 1998 i Comunisti Unitari furono cofondatori (con PDS, Cristiano Sociali, Riformatori per l’Europa, Sinistra Repubblicana, Federazione Laburista e Agire Solidale) dei Democratici di Sinistra (DS). Magri non aderì ai DS ritornando alla professione di giornalista per il manifesto, dando vita alla Rivista del Manifesto. Neanche Lopez aderì ai DS tornando ad insegnare lingua e letteratura latina alla terza università di Roma.
Nella riunione del Comitato Politico Nazionale del 2-4 ottobre 1998, viene deciso di ritirare la fiducia al Governo Prodi e di passare all’opposizione. La mozione vincente del segretario Bertinotti passa con il voto decisivo delle correnti trotskiste, da sempre all’opposizione, e di una parte dei cossuttiani storici capeggiati da Claudio Grassi, ormai passati con l’area bertinottiana.
Per i cossuttiani quel voto rappresentava un «atto antistatutario», dal momento che un semplice CPN, per quanto rappresentativo di tutto il partito, non poteva cambiare la strategia politica fondamentale del partito, cosa che poteva fare solo un congresso nazionale, massima istanza del partito.
Il 5 ottobre Armando Cossutta si dimette da presidente del partito che aveva voluto e fondato, mentre i parlamentari comunisti, il 6 dello stesso mese, respingono a larga maggioranza la linea di rottura con le altre forze democratiche, affermando però che si sarebbero adeguati alle decisioni del partito in quanto «vincolati dalla propria appartenenza al partito».
Tuttavia alcune centinaia di militanti e dirigenti locali vicini a Cossutta, non riconoscendosi nella decisione del CPN, si autoconvocano presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma per il 7 ottobre con l’intento di non arrivare alla rottura con Prodi per impedire il ritorno delle destre al potere. L’assemblea fu guidata da Iacopo Venier, segretario della federazione di Trieste e, in quell’occasione, venne firmato un appello intitolato: Non c’è salvezza per il partito se rompe con il popolo, con i lavoratori, con il Paese.
Il 9 ottobre, durante il dibattito sulla mozione di fiducia al governo, il capogruppo comunista alla Camera, Oliviero Diliberto, annuncia che la maggioranza del gruppo parlamentare avrebbe votato a favore del Governo Prodi. Bertinotti dichiara invece la sfiducia. Pochi minuti dopo, il governo cade per un voto.
L’11 ottobre viene convocata al Cinema Metropolitan di Roma la prima manifestazione di tutti coloro che volevano dar vita alla costituente per un nuovo soggetto politico comunista e viene presentato ufficialmente il Partito dei Comunisti Italiani, che aderisce subito all’Ulivo. Con la nascita del PdCI, vengono ripristinati nomi e simboli del disciolto PCI, nell’evidente volontà di continuità con quella storia. Ciò è reso possibile perché i neonati Democratici di Sinistra – anche se smentiranno – garantiscono nessun atto legale contro il partito di Cossutta. Diversamente, il PRC si oppone a un altro simbolo con falce e martello e il tribunale delibererà che il simbolo del PdCI muti il fondo bianco con uno azzurro.
Al suo esordio, il PdCI può contare su 30.000 iscritti, 27 parlamentari, 28 consiglieri regionali e quasi mille amministratori locali, provenienti in maggioranza da Rifondazione. Ma ci furono anche altri che riprendono la militanza attiva dopo molto tempo, come Adalberto Minucci, già membro della Direzione Nazionale del PCI e direttore di Rinascita, che entra a far parte della segreteria nazionale del PdCI. Il 29 ottobre viene presentata la nuova tessera e il 22 novembre si riunisce il comitato promotore del PdCI. Vi partecipano 107 fuoriusciti dal Comitato Politico Nazionale del Prc su 112 che votarono il 4 ottobre per la mozione Cossutta. Quest’ultimo viene nominato presidente del comitato che avrà il dovere di reggere le sorti del partito fino alla celebrazione del I Congresso Nazionale, mentre a Marco Rizzo, in marzo, viene affidato il coordinamento. La linea ufficiale è essere «un partito autonomo in un grande schieramento di sinistra».
In occasione del VI congresso del Partito della Rifondazione Comunista (PRC) tenutosi dal 3 al 6 marzo 2005 l’area trotskista propone un documento alternativo a quello della maggioranza, non condividendo innanzitutto la svolta di governo del PRC e le conseguenze negative che avrebbe prodotto sul movimento e sullo sviluppo delle lotte sociali. Da lì Sinistra Critica si costituì in area programmatica del PRC, intenzionata a dare battaglia sulla verifica della reale efficacia della linea politica uscita vincente nel sesto congresso, dove il documento di Sinistra Critica si era attestato al 6,5%.
Anche i Ds vanno a congresso (III Congresso) e questo si risolve in una sconfitta per la corrente di sinistra: la mozione Fassino ottiene il 79,1% dei voti, quella di Fabio Mussi il 14,56%, quella di Cesare Salvi il 3,98%, e infine quella di Fulvia Bandoli il 2,36%. La sinistra nel complesso ha poco meno del 21%, ma non cede nella sua avversione al Partito Democratico e pian piano ritrova compattezza. Il 10 aprile 2005, tuttavia, Pietro Folena, vice di Mussi nel Correntone, lascia i DS e si iscrive da indipendente al gruppo parlamentare del Partito della Rifondazione Comunista, fondando poi l’associazione Uniti a Sinistra (9 luglio).
Tra la fine del 2005 e i primi mesi del 2006 alcuni dirigenti del PdCi decidono di lasciarlo dopo le polemiche con Diliberto. Una parte di essi fonda l’Associazione Rossoverde, altri l’Associazione Sinistra Rossoverde che aderirà a Sinistra Democratica il 5 maggio 2007.
Il 30 giugno 2006 Gavino Angius, lontano dalla sinistra DS, boccia a sorpresa il percorso che sta portando verso il PD, vedendovi in esso «elitarismo e oligarchismo».
L’11 novembre 2006 le tre sinistre (Ds, Prc e Pdci) e la componente socialista di Valdo Spini si ritrovano alla Fiera di Roma per suggellare un’unione in vista del prossimo e decisivo IV congresso DS. In quell’occasione Mussi dichiara che «c’è una novità, una novità importante, il Correntone non c’è più! Si apre una fase nuova, si ritrovano insieme compagne e compagni che vengono da storie diverse, che in questi anni hanno dato contributi importantissimi alla sinistra», intendendo dimostrare come si apriva una nuova fase contraria al PD che andava ben al di là dei vecchi confini dell’area mussiana. Quello stesso giorno Angius torna a invitare i vertici DS a una «pausa di riflessione» che porti a fermare l’idea di fusione tra DS e La Margherita, a favore di una federazione. In pratica si tratterebbe, nell’idea di Angius, di confermare lo status quo. Un mese dopo (12 dicembre) Fassino boccia l’ipotesi federazione ed è rottura con Angius, ma anche con Giuseppe Caldarola, vicino a Massimo D’Alema.
Il 13 dicembre 2006 Fabio Mussi si candida al congresso come candidato alla segreteria della Sinistra DS. «Mi presento per vincere il congresso», dichiara Mussi che punta comunque a una percentuale di voti sufficientemente alta da portare i dirigenti DS a rivedere le proprie scelte.
Il 15 gennaio 2007 viene annunciata la nascita di una mozione congressuale a firma Angius-Caldarola che rilancia l’idea della federazione democratica. Tuttavia il 9 febbraio Caldarola dichiara che sosterrà la mozione Mussi, pur non aderendovi, perché «è l’unica mozione che si oppone davvero alla nascita del Partito Democratico». Il 19 i DS danno il via libera al IV congresso nazionale per la fine di aprile.
Il 27 e 28 gennaio 2007 si è tenuta a Roma l’assemblea costituente dell’Associazione Sinistra Critica. Il 21 febbraio 2007 Franco Turigliatto, senatore ed esponente dell’Associazione Sinistra Critica, dopo essere stato fedele alla linea di Rifondazione anche in politica estera non ha votato a favore della mozione di maggioranza che approvava la relazione sulla politica estera di Massimo D’Alema, abbandonando il Senato prima del voto. Nonostante la solidarietà tra gli altri del deputato Salvatore Cannavò, anch’esso di Sinistra Critica, il 1º marzo Turigliatto viene allontanato per due anni dal partito, il provvedimento disciplinare più grave previsto dallo statuto del PRC. Il 15 aprile 2007 si è tenuta a Roma l’assemblea nazionale dell’associazione a cui hanno partecipato un migliaio di persone per siglare un patto dell’opposizione sociale al governo Prodi. Al termine dell’assemblea è stato chiesto a Turigliatto di ritirare le dimissioni da senatore, ritiro che ha attuato il 30 aprile entrando stabilmente nel Gruppo misto del Senato.
Il 29 marzo il coordinamento nazionale della sinistra DS lancia l’estremo appello ai DS per «una pausa, fermare il processo di costruzione del PD, che porterebbe alla scomparsa dei DS. È il momento della riflessione non dell’accelerazione. Un’accelerazione che va al di là degli stessi tempi e dei modi indicati dalla mozione di maggioranza». Tre giorni dopo D’Alema risponde agli avversari del PD sfidandoli: «Partecipate alla sua costruzione, e forse tra qualche mese vi troverete in un partito che non sarà poi così diverso da come lo volete». Al IV congresso DS, Mussi e Angius ottengono complessivamente il 25% dei consensi.
Durante il congresso DS, il 20 aprile 2007 Mussi annuncia di non voler proseguire oltre e con la sua mozione non partecipa alla formazione dei nuovi organismi dirigenti e provvisori dei DS. Angius al contrario vi partecipa attestandosi ufficialmente come la nuova ala sinistra del partito. Tuttavia il 24 aprile anche Angius, con altri importanti esponenti della sua mozione, come Alberto Nigra e Franco Grillini, lascia i DS e il 28 (ultima riunione della corrente scissionista) Mussi e Angius sottoscrivono un appello congiunto che si propone come traccia del manifesto del nuovo partito; in esso vengono tracciate le linee di quella che dovrebbe diventare una nuova formazione politica: aggregazione delle forze della sinistra italiana, adesione al Partito Socialista Europeo, creazione di «un movimento diffuso su tutto il territorio nazionale, radicato nel mondo dei lavori, della cultura, delle nuove generazioni» che indica come priorità della propria azione il rinnovamento della politica, la partecipazione e la questione morale.
Il 5 maggio 2007, al PalaCongressi dell’EUR a Roma, viene fondata la Sinistra Democratica. Il 16 maggio 2007 vengono creati i gruppi parlamentari di Sinistra Democratica sia alla Camera (21 deputati con presidente Titti Di Salvo e vicepresidente Valdo Spini) sia al Senato (12 senatori con presidente Cesare Salvi e vicepresidente Silvana Pisa).
Il processo di unificazione della sinistra prende il via il 31 maggio 2007, con una riunione tra i vertici di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Sinistra Democratica e Verdi. A tale riunione fa seguito il 7 giugno 2007 a Roma, la prima assemblea pubblica dei parlamentari di Sinistra Democratica, PRC, Verdi e PdCI. Quasi 150 parlamentari si riuniscono per delineare una posizione politica comune per avere più voce all’interno della coalizione. A questa prospettiva che nei giornali prende il nome di “cosa rossa”, si oppongono però Gavino Angius e Valdo Spini, i quali spingono per far approdare il neonato movimento verso lo SDI e le altre forze socialiste minori e fondare una sorta di sezione italiana unificata del Partito Socialista Europeo.
A tale scopo il 31 agosto Boselli, Angius e Spini pubblicano su l’Unità e Il Riformista un appello per la «costruzione di un nuovo partito socialista in Italia come nel resto d’Europa». Da questo momento in poi Angius terrà una posizione sempre più defilata e dissidente verso il resto di SD decisa a proseguire sul progetto di unità a sinistra.
Il 15 settembre si compie l’ultimo atto: l’assemblea degli oltre 200 del Comitato promotore nazionale di Sinistra Democratica boccia la proposta Angius-Spini della costituente socialista con soli 5 voti favorevoli e 5 astenuti. Tuttavia il giorno dopo Angius partecipa al primo appuntamento della costituente socialista a Milano con Boselli. Il 2 ottobre i senatori Gavino Angius e Accursio Montalbano e i deputati Franco Grillini, Valdo Spini e Fabio Baratella lasciano i gruppi di Sinistra Democratica per costituire Democrazia e Socialismo e quindi partecipare il 6 al lancio del Partito Socialista.
Tra il 20 e il 23 settembre 2007 si è tenuto a Bellaria il seminario nazionale di Sinistra Critica. Nelle conclusioni Cannavò ha proposto l’apertura di una costituente anticapitalista in alternativa al percorso governista della cosiddetta Cosa Rossa (progetto politico che si sarebbe poi concretizzato ne La Sinistra l’Arcobaleno), che proponesse ai militanti del PRC un altro progetto di lavoro. I parlamentari Franco Turigliatto e Salvatore Cannavò hanno poi ribadito la propria contrarietà in parlamento a tutto l’impianto del protocollo sullo Stato sociale, confermando il proprio voto contrario.
Il 24 settembre Mussi, Giordano, Pecoraro Scanio e Diliberto, in un vertice programmano per l’8 e il 9 dicembre 2007 gli Stati generali della sinistra e degli ecologisti, dai quali nasce La Sinistra l’Arcobaleno, un progetto politico che si proponeva la creazione di un soggetto unitario e plurale della sinistra. La speranza di SD era comunque quella che Sa divenisse il partito unico di una rinnovata sinistra.
Nell’autunno 2007 è stata parte attiva nella campagna per il no al referendum consultivo svoltosi l’8, il 9 e il 10 ottobre su proposta dei sindacati confederali in merito all’accordo sullo Stato sociale siglato il 23 luglio 2007 tra governo e parti sociali con lo slogan «C’è chi dice no». In una dichiarazione congiunta il deputato Salvatore Cannavò e il senatore Franco Turigliatto prendono le distanze dalla legge finanziaria per l’anno 2008 nel suo insieme, cioè comprensiva anche del protocollo sullo Stato sociale che ne è un «collegato» e dichiarano il loro voto contrario. Il 16 novembre 2007 il senatore Franco Turigliatto non partecipa al voto finale sulla legge finanziaria in Senato. Il 27 novembre Turigliatto ha invece votato contro la fiducia al governo in Senato in una seduta dove il governo ha incassato la fiducia sullo Stato sociale con 162 sì, un no e Roberto Calderoli astenuto. Quasi tutta la Casa delle Libertà è uscita dall’aula.
Nella assemblea di Roma del 6, 7 e 8 dicembre si è ufficializzata la separazione dell’area programmatica che era rimasta ancora nel PRC, ritenendo ormai concluso il percorso di Rifondazione Comunista iniziatosi nel 1991 visto che tale partito negli stessi giorno dava vita a La Sinistra l’Arcobaleno. Tutto questo è stato ufficializzato nel Comitato Politico Nazionale di Rifondazione Comunista del 16 dicembre 2007. Sinistra Critica diventa quindi un movimento politico per la sinistra anticapitalista e pone come obiettivo la nascita di una costituente anticapitalista fra tutti i soggetti che vogliono praticare subito l’opposizione di sinistra al governo Prodi.
Il 14 dicembre aderisce a Sinistra Arcobaleno l’ex segretario del PCI e del PDS, Achille Occhetto.
Il 18 gennaio 2008 un gruppo di dirigenti di Sinistra Democratica come Famiano Crucianelli, Olga D’Antona, Paolo Nerozzi e Massimo Cialente, solleva delle forti critiche al proprio partito, invocando una «sinistra per il Paese». L’8 febbraio Crucianelli annuncia sul quotidiano Europa la sua uscita da SD per il PD. Altri faranno lo stesso il 24 febbraio con una manifestazione alla quale partecipa anche Walter Veltroni e che vede aderirvi anche ex-esponenti di alcuni partiti della cosiddetta “sinistra radicale”, come l’ex-ministro Alessandro Bianchi (indipendente del PdCI) e l’ex-senatore Gianfranco Pagliarulo, passato in SD attraverso l’Associazione Sinistra Rossoverde. Da qui lì’idea di costituire il 7 marzo l’associazione Una Sinistra per il Paese. Il 23 aprile l’associazione organizza un primo incontro con la sinistra del PD (Vita, Turco). Il 14 giugno l’associazione avvia di fatto la fusione con la sinistra del PD e muta nome in Sinistra per il Paese.
Con la caduta del governo e al conseguente scioglimento delle Camere -Sinistra Critica ha deciso di presentarsi autonomamente alle elezioni politiche 2008 dopo aver lanciato a vuoto un appello per una lista anticapitalista che raccogliesse quello che era rimasto dell’epoca d’oro dei movimenti, candidando alla carica di presidente del Consiglio la giovane ex funzionaria del PRC Flavia D’Angeli. Un appello internazionale per il voto a Sinistra Critica è stato firmato da grandi nomi della cultura e della politica internazionale tra cui Noam Chomsky, Ken Loach, Richard Stallman, Howard Zinn, Michel Onfray, Gilbert Achcar, Daniel Bensaïd e altri. Alle elezioni svoltesi il 13 e 14 aprile la lista di Sinistra Critica ha ottenuto un risultato modesto, raggiungendo lo 0,46% alla Camera (167.673 voti) e lo 0,42% al Senato (136.396 voti) e non eleggendo alcun parlamentare presentatosi nelle liste del movimento.
L’imprevista crisi del governo Prodi II nel gennaio 2008 e il conseguente decisivo scioglimento de L’Unione l’8 febbraio, spingono SD e gli altri della Sinistra Arcobaleno a sperimentare il nuovo logo già alle elezioni politiche del 2008 con Fausto Bertinotti capo dell’alleanza. A SD è riconosciuto il 17% di una futura rappresentanza parlamentare (sulla base di una previsione dell’8% dei voti).
Alle elezioni politiche del 2008 la Sinistra Arcobaleno, al di sotto di ogni previsione, si attesta attorno al 3% dei voti, non superando le soglie di sbarramento e non eleggendo dunque nessun rappresentante né alla Camera né al Senato. Nelle elezioni regionali del Friuli-Venezia Giulia, tenutesi lo stesso giorno delle elezioni politiche, la lista ottiene invece il 5,65% dei voti e 32.041 preferenze, riuscendo così ad eleggere due consiglieri regionali. A fronte di tale risultato elettorale, Fausto Bertinotti ha quindi annunciato le proprie dimissioni da leader politico della Sinistra Arcobaleno e da dirigente di Rifondazione Comunista. A seguito di questa sconfitta, anche Mussi rassegna le proprie dimissioni e propone come suo successore Claudio Fava.
A seguito del fallimento elettorale, il cartello elettorale si scioglie: il PdCI annuncia l’abbandono del progetto della Sinistra Arcobaleno e propone una costituente dei partiti comunisti italiani, mentre anche all’interno dei Verdi e del PRC vi è una spaccatura tra chi propone il rilancio del soggetto unitario e chi il suo abbandono.
L’esperienza de la Sinistra l’Arcobaleno viene invece rivendicata da chi sostiene la creazione di un nuovo partito unitario della sinistra: nasce così l’Associazione per la Sinistra, embrione di quello che nel dicembre 2009 diventerà Sinistra Ecologia Libertà, a cui partecipano Sinistra Democratica, il Movimento per la Sinistra (scissione dal PRC dei bertinottiani guidati da Nichi Vendola) e Unire la Sinistra (ex corrente del PdCI guidata da Umberto Guidoni).
In seguito al fallimento elettorale de La Sinistra l’Arcobaleno del 2008, Katia Bellillo e Umberto Guidoni guidano (da posizioni “di destra”) un’area di dissenso interno in cui chiedono di rimettere mano al progetto di unità della sinistra, ricercando l’alleanza con il Partito Democratico. Dopo aver presentato un documento autonomo al V Congresso del partito, che ha raccolto circa il 13% dei consensi, la componente ha scelto di lasciare il PdCI e fondare “Unire la sinistra”, successivamente confluita in Sinistra e Libertà.
Tra il 25 e il 28 settembre 2008 si è tenuto a Bellaria il seminario nazionale del movimento in cui la portavoce nazionale Flavia D’Angeli ha rilanciato la necessità rafforzare Sinistra Critica come strumento per l’opposizione sociale e politica al governo Berlusconi e per costruire una più ampia sinistra anticapitalista in Italia.
Marco Rizzo, da tempo in polemica con la dirigenza del Partito, viene espulso il 24 giugno 2009. In seguito fonderà il movimento Comunisti-Sinistra Popolare che poi si trasformerà in Partito Comunista.
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