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[Storia] Gli albori della Lega Nord

La Lega Nord trae le sue radici da una serie di movimenti autonomisti e indipendentisti sorti in Nord Italia tra le fine degli anni 1970 e l’inizio degli anni 1980. In quel periodo si cominciò a diffondere una generale insoddisfazione nei confronti dell’amministrazione centrale e dei servizi pubblici offerti da quest’ultima e il senso di una crescente frattura tra Nord e Sud Italia. In aggiunta ai tradizionali partiti che rappresentavano le minoranze linguistiche, come la Südtiroler Volkspartei in Alto Adige e l’Union Valdôtaine in Valle d’Aosta, in questo periodo nacquero e crebbero infatti anche altri partiti, come la Lista per Trieste, i quali esaltavano le peculiarità culturali delle proprie regioni. In Piemonte nacque nel 1980 l’Union Piemontèisa, la quale si scisse nel 1983 nella lista Piemonte di Roberto Gremmo e nella lista Piemont Autonomista di Gipo Farassino. I principali movimenti autonomisti che si distinsero in ambito elettorale nel corso degli anni 1980 furono però la Liga Veneta e la Lega Lombarda; la prima nacque tra il 1979 e il 1980, venne inizialmente guidata da Franco Rocchetta e Achille Tramarin e si batté, oltre che per la difesa del patrimonio culturale veneto, per l’indipendentismo veneto e per il federalismo fiscale. La Lega Lombarda nacque invece in seno alle esperienze di Umberto Bossi, che aveva precedentemente frequentato l’Unione Ossolana per l’Autonomia, fondato l’Unione Nord-Occidentale Lombarda per l’Autonomia e collaborato con Bruno Salvadori dell’Union Valdôtaine. Bossi fondò nel 1984 la Lega Autonomista Lombarda, rinominatasi poi Lega Lombarda, la quale si pose come partito anti-sistema in opposizione allo Stato centrale.

Alle elezioni politiche del 1983 la Liga Veneta elesse un deputato, Achille Tramarin, e un senatore, Graziano Girardi. Alle elezioni politiche del 1987 la Lega Lombarda ottenne anch’essa rilevanza nazionale con l’elezione del segretario Umberto Bossi in Senato. Alle elezioni europee del 1989 i due partiti, assieme ad altri movimenti regionalisti, si presentarono sotto il nome di Lega Lombarda – Alleanza Nord. Il cartello elettorale ottenne l’1,8% dei voti.

Il 4 dicembre 1989, presso un notaio di Bergamo, nacque ufficialmente il partito della Lega Nord, con atto costitutivo e statuto. Il nuovo soggetto politico confederale riunì in modo definitivo la Lega Lombarda, la Liga Veneta, il Piemònt Autonomista, l’Union Ligure, la Lega Emiliano-Romagnola e l’Alleanza Toscana. A seguito, la Lega Nord organizzò delle sezioni territoriali non coperte dai movimenti precedentemente esistenti: le province autonome di Trento e Bolzano, in Friuli-Venezia Giulia, in Valle d’Aosta, in Umbria e nelle Marche.

A breve, gli altri partiti italiani iniziarono a temere la Lega Nord come un autentico avversario politico. Indicativo, in tal senso, fu il raduno del Partito socialista, celebratosi a Pontida il 3 marzo 1990. Qui, dove la Lega Nord aveva raccolto il 16% dei voti, il segretario Bettino Craxi lanciò la proposta di modificare la Costituzione italiana e realizzare una repubblica presidenzialista e federalista. I leghisti passarono alle contestazioni e risponderanno con un proprio raduno a Pontida il 25 marzo dello stesso anno: il primo di una lunga serie di manifestazioni annuali che furono sospese unicamente nel 2004, per la malattia di Bossi, nel 2006 e nel 2012.

Il 1º maggio il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga alluse alle Leghe, avvertendo che «se poi vi fosse qualche farneticamento che, al di là del sentimento confuso, del risentimento oscuro, della forzatura folkloristica, al di qua del calendario della storia e della cultura, e al di là di quello del possibile futuro, pensasse a più avventurosi tentativi di divisione, sarà bene ricordare che dovere fondamentale del presidente della Repubblica, che anche per giuramento si è impegnato davanti al Parlamento e alla sua coscienza, è quello di tutelare l’integrità territoriale, l’indipendenza e la sovranità dello Stato e di difendere, nelle istituzioni e nella società, l’unità nazionale. Un avvertimento preciso: per l’adempimento di questo dovere tutti i legittimi poteri dello Stato sono esercitabili con il suo concorso: e lo sarebbero». Per Bossi «in tutto questo comunque c’è il riflesso della paura che si ha di noi, delle nostre liste. […] Noi non vogliamo separarci dall’Italia, ma vogliamo che cambi la Costituzione, che diventi quella di uno Stato federale».

Il 20 maggio 1990 ci fu il primo raduno di Pontida per giurare fedeltà alla causa autonomista e al partito davanti a ottomila persone sotto la pioggia. Craxi, replicando alle «smargiassate» di Bossi contro di lui e il Presidente della Repubblica, commentò: «Credono di dover liberare la Lombardia? Io dico che, se non ritorneranno su un programma democraticamente ragionevole, faremo di tutto perché la Lombardia si liberi di loro».

Dopo le elezioni amministrative del 1990, si impose «l’allarme per il voto di protesta» leghista che «ha colpito al cuore il mondo politico». Anche L’Osservatore Romano mostra preoccupazione. Una protesta che pare a molti qualunquista, ma Bossi si difende spiegando che invece «non è affatto qualunquista la protesta. Se no, si sarebbe rivolta al MSI che è il cane da guardia del sistema. La gente si è svegliata e ha visto nella Lega Nord uno strumento di liberazione. Questo è avvenuto soprattutto al Nord, nelle aree di civiltà industriale dove è più critico il rapporto cittadini-istituzioni».

Come osserverà il socialista Valdo Spini, «vi è chi non vuole rendersene conto, ma le elezioni del sei maggio del 1990 hanno veramente segnato una svolta storica nel nostro sistema politico istituzionale. Quando in una regione importante come la Lombardia, superando la tradizionale vischiosità degli spostamenti elettorali, una lista anti-partiti come la Lega Lombarda, arriva quasi d’improvviso al 20%, avviene qualcosa di nuovo nella nostra vita politica. È un segnale di distacco preoccupante tra cittadini e istituzioni.

Quando il PCI perse il 6% dei voti, ma l’ex elettore comunista può restarsene a casa, votare per i verdi delle varie articolazioni, o per i cacciatori, o, perfino, per le Leghe, e solo in parte prende la strada del voto per l’altro partito della sinistra, il PSI, avviene un altro fatto da non sottovalutare. È la crisi delle ideologie e, più in particolare, la crisi, all’interno dell’elettorato comunista, della tradizionale disciplina. Ma cade anche la diga dell’anticomunismo nell’elettorato democristiano del Nord, che non ha inibizioni a lasciare lo scudo crociato per le Leghe. Si allentano i vincoli della disciplina di partito». Mentre Giorgio Ruffolo nota che «è amaro constatarlo: ma la Lega Lombarda, con campagne prive di faccioni e di strumenti clientelari, ha saputo parlare direttamente alla gente, molto più dei partiti tradizionali». Persino Achille Occhetto, segretario generale del PCI, ammetterà davanti ai bresciani che «le proteste della Lega contro lo Stato corrotto sono accettabili. Occorrono dunque nuovi poteri alle autonomie locali, più forza alle regioni, più controllo sulla spesa pubblica».

Il 26 maggio l’Azione Cattolica non nasconde la sua ostilità verso il fenomeno leghista. Contro la Lega Nord anche il Partito Sardo d’Azione che vota contro all’ingresso del partito di Bossi nell’Alleanza Libera Europea, l’eurogruppo degli autonomisti, perché «il potenziale politico della Lega può essere un grande patrimonio della democrazia italiana, europea, e quindi mondiale, purché superi la fase xenofoba e ponga problemi di uno sviluppo generalizzato, diffuso e affidato ai poteri della base».

L’ideologo leghista Gianfranco Miglio affermerà quattro anni dopo di aver ricevuto quello stesso giorno una telefonata da Cossiga che intimava al professore amico: «Di’ ai tuoi amici leghisti che sono indignato con loro: devono piantarla. Non mi mancano i mezzi per persuaderli. Rovinerò Bossi facendogli trovare la sua automobile imbottita di droga; lo incastrerò. E quanto ai cittadini che votano per la Lega, li farò pentire: nelle loro località che più simpatizzano per il vostro movimento autonomo aumenteranno gli agenti della Guardia di Finanza e della polizia; anzi li aumenteremo in proporzione al voto registrato. I negozianti e i piccoli e grossi imprenditori che vi aiutano saranno passati al setaccio: manderemo a controllare i loro registri fiscali, e le loro partite IVA; non li lasceremo in pace». Cossiga non ha mai smentito.

Il 31 maggio la Lega Nord crea il Sindacato Autonomista Lombardo con l’obiettivo di «rompere le gabbie salariali egualitarie, difendere i lavoratori indigeni dall’assalto degli immigrati, combattere i monopoli privilegiando piccoli imprenditori e artigiani» per un «liberismo federalista»; a guidare il SAL viene posto Antonio Magri, già sindacalista socialista della UIL. Ai referendum del 3 giugno su caccia e fitofarmaci, la Lega Nord dà agli elettori indicazione di astenersi «per contrastare l’intenzione del governo romano di avallare la propria logica di potere centralista, negatrice della norma costituzionale dell’articolo 17 che stabilisce competenze legislative alle regioni in materia di caccia». In agosto viene annunciata l’iniziativa di raccogliere le firme per un referendum che abroghi parzialmente la recente legge Martelli che regola l’immigrazione. Per Bossi dietro quella legge «c’era un progettino finalizzato alla creazione di uno Stato multirazziale, uno Stato che crei insicurezza nella gente favorendo così la richiesta di un governo forte e rafforzando il potere centralista dei partiti». Per il Forum delle Comunità Straniere in Italia «con questa campagna referendaria la Lega Lombarda tenta di dare legittimazione costituzionale al razzismo più triviale». Il 3 settembre si costituisce la Lega Venezia Giulia ed aderisce alla Lega Nord. A settembre hanno luogo alcune feste di partito, come la Bèrghemfest di Alzano Lombardo (1-9 settembre).

È l’occasione per lanciare la proposta di fare dell’Italia una repubblica confederale di tre repubbliche federali: Nord, Centro e Sud. Per il vicesegretario del PSDI Maurizio Pagani la proposta di Bossi può essere il pretesto per aprire un dibattito politico sul federalismo, ma Craxi ironizza: «Perché dividere l’Italia in tre e non in quattro? Se si affermasse un’idea separatista dovrebbero essere almeno cinque, per non fare torto alla Sicilia e alla Sardegna». Arrivano anche i primi attacchi alla bandiera tricolore italiana, che Franco Castellazzi, presidente della Lega Lombarda, definisce massonica per via del colore verde. Fuori dalla Lega Nord, avrà tutti contro. Lo stesso Bossi sminuirà parlando di «battuta infelice».

Il 27 settembre viene depositata in Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare riguardante l’immigrazione che ha Bossi come primo firmatario. Il 16 ottobre viene acquistata Radio Varese, emittente fondata nel 1976 tra gli altri da Roberto Maroni per l’estrema sinistra varesotta. Quattro giorni dopo diventerà Radio Varese-Lega Lombarda, primo embrione di quella che dal 17 maggio 1997 sarà Radio Padania Libera.

Il 26 ottobre il presidente Cossiga, in visita ufficiale in Gran Bretagna, dichiara che «separare» l’Italia «mi sembra una cosa criminale, una cosa sciocca, vergognosa». Per queste parole, il 30, durante una riunione del consiglio regionale lombardo, Castellazzi rivolgerà «un invito alla classe dei medici curanti perché lo assistano meglio. Non è un problema politico, ma un problema medico, di sclerosi» perché «Cossiga ha criminalizzato un milione e settecentomila persone che hanno votato per noi: questo è straparlare». Ne seguirà un vespaio di polemiche. Il 24 novembre intervistato dal GR1, Cossiga preciserà che non voleva «censurare o valutare le intenzioni di nessuno. Ho detto che sarebbe criminoso separare Roma da Milano, dopo tutti gli sforzi che si sono fatti per unirle».

Il 18 novembre 1990 a Varese si tiene l’Assemblea nazionale della Lega Lombarda che dà il via libera alla fusione della Lega Nord. Il 1º dicembre da una nuova scissione nasce l’Unione Federalista che unisce l’Alleanza Lombarda di Pierangelo Brivio, l’Union Piemonteisa di Roberto Gremmo, la Lega Padana di Umberto Mori e altri espulsi vari dal Carroccio. L’8 dicembre, polemizzando coi leghisti, Craxi rilancia il disegno del PSI per una «grande riforma che attui un nuovo disegno di decentramento e consolidamento delle autonomie regionali. […] Cosa ben diversa dalla improvvisazione delle tre repubblichette di cui si è sentito parlare. Se per avventura domani dovesse essere attuato, sarebbe un disegno che aprirebbe la strada al disfacimento dell’unità nazionale e all’indebolimento dell’indipendenza stessa del Paese». Il giorno dopo, da Cene, Bossi attacca la DC: «Stia attento il partito democratico cristiano, se ci fa arrabbiare c’è il rischio che per la prima volta si ritrovi all’opposizione». Tre giorni dopo ancora, Bossi preciserà che ciò potrebbe divenire possibile con un’alleanza a sinistra guidata da Craxi. Davanti a una simile proposta Craxi, Di Donato, Pillitteri e i socialisti milanesi restano vaghi, mentre Claudio Martelli si dice disponibile. Successivamente Bossi entrerà in contraddizione formulando altre ipotesi di alleanze anche con la DC, ma in definitiva chiederà solo che Craxi faccia «quello che deve fare, cioè le elezioni anticipate, spaccare con la DC, e mangiarsi i voti del PCI».

Il 17 dicembre la CEI diretta dal cardinale Ugo Poletti e dal vescovo Camillo Ruini presenta il documento Evangelizzazione e testimonianza della carità dove è scritto che «nella prospettiva del bene comune del paese, della nuova Europa da costruire insieme e del servizio allo sviluppo integrale dell’umanità, non si giustificano le varie forme di chiusure particolaristiche che insidiano il tessuto sociale, politico e culturale della nazione: siano esse di stampo corporativo, a livello professionale ed economico, o invece facciano leva su caratteristiche anche positive della propria gente e della propria terra, finendo però col trasformarle in motivi di divisione e di discordia. Senza misconoscere le obiettive situazioni di malessere che tali tendenze denunciano, e a cui occorre far fronte, l’impegno della comunità ecclesiale non può non camminare nella direzione del rafforzamento di una solidale e unitaria coscienza comune, all’interno della quale le diversità siano stimolo di crescita e non motivo di divisione». Verrà letto come un chiaro attacco alla Lega Nord e Bossi replicherà: «Oggi questo cattolico è costretto a chiedersi se polemizzare democraticamente con la DC significhi frantumare l’unità religiosa degli italiani. Più ancora questo cattolico è costretto a ribellarsi quando legge che, poste in pratica sullo stesso piano, sono da condannare la mafia e le leghe».

Nei giorni 8-9-10 febbraio 1991, al I Congresso della Lega Lombarda, tenutosi al Centro Congressi dell’Hotel Ripamontidue di Pieve Emanuele, viene approvata la confluenza nella Lega Nord. Alla platea di 500 persone, Bossi spiega che la loro via «non poteva che essere quella dell’etnofederalismo, cioè quella unione di più movimenti etnonazionalisti in un unico strumento capace di vincere» e che «l’etnonazionalismo deve costituire un attacco al centralismo dello Stato». Segretario del partito è Bossi, mentre il Presidente è Marilena Marin della Liga Veneta. Nelle istituzioni si parte con un senatore e un deputato, due europarlamentari, 60 consiglieri comunali, due provinciali. L’atto costitutivo e lo statuto vengono approvati all’unanimità; secondo lo statuto approvato, nel partito Lega Nord vengono a confluire i movimenti denominati Liga Veneta, Lega Lombarda, Piemònt Autonomista, Union Ligure, Alleanza Toscana – Lega Toscana – Movimento per la Toscana, Lega Emiliano-Romagnola.

Nell’ottobre 1991 tuttavia avviene una prima scissione: Franco Castellazzi, che fino ad allora era stato il numero due del partito, esce dalla Lega Nord insieme ad altri cinque consiglieri regionali lombardi, dopo essere stato attaccato duramente da Bossi. I fuoriusciti fonderanno la Lega Nuova, ma con poco successo, tanto che l’esperienza politica del nuovo partito durerà meno di un anno.

Alle elezioni politiche del 1992, celebrate nel mezzo dello scandalo di Tangentopoli, la Lega Nord, con l’8,6% alla Camera e l’8,2% al Senato dei voti a livello nazionale, ottiene 80 parlamentari, di cui 25 senatori e 55 deputati. Bossi e i suoi parlamentari festeggeranno un mese dopo per tre giorni il successo elettorale a Pontida.

Eletto come indipendente nella lista al Senato della Lega Nord anche Gianfranco Miglio, emerito professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e insigne studioso dei sistemi politici, convinto federalista e detto il Profesùr, che elaborò un progetto di riforma federale fondato sul ruolo costituzionale assegnato all’autorità federale ed a quella delle macroregioni o cantoni (del Nord o Padania, del Centro o Etruria, del Sud o Mediterranea, oltre alle cinque regioni a statuto speciale); la costituzione migliana prevedeva l’elezione di un governo direttoriale composto dai governatori delle tre macroregioni, da un rappresentante delle cinque regioni a statuto speciale e dal presidente federale, eletto da tutti i cittadini in due tornate elettorali e rappresentante l’unità del paese.

Alle elezioni amministrative del 1993 si vota al Comune di Milano. La Lega Nord candida a sindaco Marco Formentini, da un anno deputato nazionale. Formentini vince le elezioni al secondo turno su Nando dalla Chiesa, candidato del centro-sinistra. Uno dei consiglieri comunali eletti è Matteo Salvini. La conquista della poltrona a sindaco di Milano è per la Lega Nord il fiore all’occhiello di una fortunata tornata di elezioni amministrative. Vengono conquistate diverse province del Settentrione. Nel settembre di quell’anno la sede del partito si sposta da via Arbe 63 a via Carlo Bellerio 41, rimanendo comunque a Milano.

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