Giustizia

Afghanistan: diventa legale lo stupro della moglie

Afghanistan: diventa legale lo stupro della moglie

Afghanistan: diventa legale lo stupro della moglie

Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha firmato una legge che modifica il diritto di famiglia sciita legalizzando lo stupro della moglie da parte del marito e proibendo alle donne sposate di uscire di casa senza il permesso del coniuge. A denunciarlo fonti delle Nazioni Unite e diverse associazioni per i diritti delle donne che operano in Afghanistan. La riforma riguarda solo gli sciiti, per lo più appartenenti all’etnia hazara, la terza del Paese, il cui voto Karzai ha voluto probabilmente corteggiare in vista delle presidenziali di agosto.
All’articolo 132 la nuova legge stabilisce che le mogli devono assecondare i desideri sessuali dei loro mariti e prevede che un uomo possa aspettarsi di avere rapporti con la moglie «almeno una volta ogni quattro notti», a meno che la consorte non sia indisposta. C’è inoltre un tacito consenso per i matrimoni con bambine e si proibisce alla donna di uscire di casa senza il permesso del marito.
Il progetto di legge giaceva in parlamento da più di un anno e solo a febbraio è stato fatto dibattere da Karzai, in cerca di alleati nel braccio di ferro con l’opposizione sulla sua proroga in vista delle presidenziali.
«Abbiamo detto a Kabul pubblicamente che questa legge deve essere modificata o che comunque ci aspettiamo un segnale chiaro che smentisca la possibilità che una legge del genere possa vedere la luce», ha commentato il ministro degli Esteri, Franco Frattini dall’Aja, dove ha preso parte alla Conferenza internazionle sull’Afghanistan.
Sulla questione femminile in Afghanistan si è espressa in giornata anche il segretario di Stato americano Hillary Clinton che – nel corso di una conferenza stampa tenutasi all’Aja – ha parlato dei diritti delle donne in quel Paese come di un motivo di «assoluta preoccupazione» per gli Usa. «Non si può sviluppare un paese – ha aggiunto ancora la Clinton – se metà della sua popolazione viene oppresso».

Questa non è stata una vittoria ottenuta con le armi, ma con le parole: pressato dall’indignazione dei leader occidentali, il presidente afghano Hamid Karzai ha interrotto la pubblicazione della legge che autorizza di fatto gli «stupri coniugali»nella minoranza sciita del suo Paese; e ha fatto sapere che rispedirà il testo al Parlamento perché lo modifichi, «se sarà necessario». Sono stati gli stessi leader dell’Occidente a rivelarlo più o meno ufficialmente, mentre si concludeva il vertice della Nato. E non era un esito scontato, anche se le pressioni su Karzai erano state molteplici e ripetute: dalle parole di Barack Obama («una legge ripugnante»), a quelle di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel («inaccettabile»), all’idea, ventilata dal ministro della difesa italiano Ignazio La Russa, di ritirare le soldatesse italiane dall’Afghanistan. Secondo Silvio Berlusconi, la questione della legge afghana «è stata sollevata dai nostri ministri, è stata ripetuta qui e c’è stato un grande coro di adesione dei principali membri della Nato». Anche il contingente canadese, quasi 3.000 militari, aveva minacciato il ritiro: quello stesso contingente in cui militava, insieme con altri 115 commilitoni caduti finora, il capitano Nichela Goddard, una ragazza dell’Alberta uccisa nel 2006. L’articolo 132 della nuova legge afghana accorda ai mariti sciiti il diritto di avere rapporti sessuali con le mogli, che queste ultime lo vogliano o no, una notte ogni 4, «a meno che la donna non sia malata». Karzai, in realtà, non ha mai detto apertamente di aver cambiato idea: anzi, nelle ultime ore ha ripetuto che le critiche occidentali sono basate su una traduzione distorta della legge o su una interpretaziune sbagliata di certi suoi passaggi. E ha aggiunto di non aver trovato nulla, in quel documento, che giustifichi tante preoccupazioni: «Ho chiesto al ministero della giustizia di riesaminare il testo, e se vi sarà trovato qualcosa di contrario alla costituzione o alla sharja, o alla libertà che la legge afghana accorda a tutte le donne, di rinviarlo al parlamento». Nei fatti, però, il presidente ha già fatto tutto quanto doveva fare per insabbiare il provvedimento. Ieri, a Strasburgo, si è capito che qualcosa si era sbloccato nel difficile dialogo con Kabul quando il primo ministro britannico Gordon Brown ha raccontato di una lunga telefonata con Karzai: «Gli ho espresso la nostra grave preoccupazione per quella legge e gli ho chiesto l’assicurazione che non violerà i diritti delle donne. Lui mi ha promesso che domani (oggi per chi legge, ndr) ci sarà una dichiarazione fatta dal dipartimento della giustizia afghano e che, se necessario, quella legge non entrerà in vigore». Il popolo britannico, ha detto ancora Brown, «non accetterà che i soldati inglesi si impegnino nel rendere sicuro l’Afghanistan se i diritti delle donne non saranno difesi nel giusto modo in quel Paese». Anche la Germania si è mossa: il suo ministro degli esteri, Frank-Walter Steinmeier, ha chiamato l’omologo afghano Dadfar Spanta e gli ha espresso, proprio come Brown, «preoccupazione». Si è sentito rispondere che la legge non è stata pubblicata e che viene ora sottoposta a una «revisione». E questo era già più di quanto chiunque sperasse.

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