Cinquant’anni fa il presidente tunisino Habib Bourghiba promulgava ad appena cinque mesi dall’indipendenza, il nuovo codice della famiglia. La legge garantiva la parità tra i sessi e garantiva alle donne diritti impensabili nel mondo arabo e mussulmano: introduceva il divorzio, che poteva essere richiesto da entrambi i coniugi, e aboliva i matrimoni combinati, la poligamia e il ripudio maritale. Nei cinquant’anni successivi, l’emancipazione femminile ha favorito lo sviluppo economico e sociale del paese. Oggi le donne rappresentano il 22% dei deputati, il 27% dei consiglieri municipali, il 35% dei giornalisti, il 31% degli avvocati, il 72% dei farmacisti e il 42% dei medici. Gli altri paesi islamici non hanno seguito l’esempio tunisino. Solo il Mariocco, due anni fa ha riformato il suo codice di famiglia, limitando la poligamia e il ripudio maritale. Ma in gran parte della regione i diritti delle donne, compreso quello di voto, continuano ad essere negati. Uno degli ostacoli principali è il rafforzamento dei movimenti integralistici, spesso riconvertiti in partiti politici, che continuano ad usare il controllo sulle donne come un modo per dominare l’intera società.
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