Il governo danese per i prossimi quattro anni avrà una maggioranza di centrodestra, con la riconferma del premier liberale Anders Fogh Rasmussen. E’ questo il risultato emerso ieri dallo spoglio del 45,5 per cento delle schede elettorali in Danimarca e già confermato ampiamente dagli exit polls. E in serata, il leader dell’ opposizione, il presidente del partito socialdemocratico Mogens Lykketoft, ha ceduto ammettendo la sconfitta alle elezioni legislative e congratulandosi con il premier per la vittoria. Dei 175 seggi del Folketing, il parlamento di Copenaghen, (oltre ai due più due seggi delle Isole Faroe e della Groenlandia), 96 vanno ai Liberali (del partito Venstre), Conservatori, Dansk Folkeparti (il partito popolare danese di estrema destra, al limite della xenofobia). Il Venstre si conferma il maggior partito, sia in assoluto sia tra i partiti alleati pur perdendo qualche seggio. I conservatori avanzano leggermente, mentre il Dansk Folkeparti rimarrebbe, in base ai primi risultati ancora parziali, a quota 22 seggi, la stessa delle precedenti consultazioni del 2001, continuando così a poter “ricattare”, con il suo appoggio esterno, il premier liberale Rasmussen per altri quattro anni. Un governo, quindi, che si prevede possa spostarsi più a destra su diversi temi chiave. Non si sa ancora se i Cristiano-democratici riusciranno a raggiungere il due per cento dei voti per mandare il minimo necessario di quattro deputati al Folketing per appoggiare Rasmussen. Il premier intanto sta già facendo l’ occhiolino ai Radical-liberali che vengono considerati i
veri vincitori morali di queste elezioni, con probabile raddoppio a 10 seggi (rispetto al 2001), non sufficienti però a dare manforte ad un eventuale governo di centrosinistra. I socialdemocratici del leader Mogens Lykketoft sembra perdano ancora più seggi dei liberali, scendendo dai 52 a 47 seggi. Confermano così il fallimento della loro politica e del timore di attaccare con forza il fronte borghese con proposte concrete. La cosa più eclatante che hanno fatto nelle risicate tre settimane di campagna elettorale è stata quella di ingaggiare un esperto di immagine e far radere il pizzetto ed eliminare gli occhiali al proprio leader Lykketoft. Alle 21:30 i due blocchi politici danesi si confrontavano ancora con 93 seggi per il centrodestra e 82 per il centrosinistra. C’ è la magra soddisfazione di un leggero progresso del centrosinistra: nel novembre 2001 i seggi erano rispettivamente 98 e 77. Ma il giudizio dato dagli elettori intervistati dai media sulla campagna elettorale è stato molto duro nei confronti dei due maggiori partiti di governo e opposizione, per l’ apparente identità di obiettivi posti sul tappeto. L’ errore principale addebitato al leader liberale e a quello socialdemocratico dall’ elettorato è stato quello di aver voluto affrontare le elezioni come candidati alla presidenza secondo un modello americano. L’ economia danese è buona, non ci sono eccessivi problemi di disoccupazione ed il danese medio si è preso lo sfizio di abbandonare i due maggiori partiti per andare verso i partiti minori, collocati più al centro. L’ affluenza alle urne è stata dell’ 85 percento, 3-4 punti in meno rispetto al 2001, ma pur sempre un risultato migliore rispetto a quello indicato dalle previsioni prima del voto.
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