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L’Ungheria di Viktor Orbán è sempre più all’angolo in Europa. A certificarlo, stavolta, è il fronte di una ventina di Stati membri saldatosi oggi al Consiglio per condannare la crociata del premier contro la comunità lgbt, denunciando in particolare la stretta annunciata sul Budapest Pride. Ma non sono ancora all’orizzonte sanzioni concrete per il governo magiaro, almeno per il momento.
Sembrano ormai finiti i giorni in cui le malefatte dell’Ungheria passavano sotto silenzio a Bruxelles. In occasione del Consiglio Affari generali svoltosi oggi (27 maggio), 20 Paesi Ue hanno sottoscritto una dichiarazione proposta dai Paesi Bassi in cui si condanna aspramente la regressione democratica del governo di Budapest, ormai da 15 anni occupato da Viktor Orbán. A non aver apposto la propria firma sono stati Bulgaria, Croazia, Italia, Romania e Slovacchia, oltre alla Polonia (che ha preferito mantenere un profilo neutrale, detenendo la presidenza di turno dell’Unione) e, naturalmente, l’Ungheria.
Nello specifico, le cancellerie accusano l’esecutivo magiaro di conculcare le libertà civili alla comunità Lgbtq+ e puntano il dito contro la decisione di bandire il Budapest Pride, originariamente in programma per il prossimo 28 giugno. “Siamo profondamente preoccupati per i recenti emendamenti legislativi e costituzionali che violano i diritti fondamentali delle persone lgbt, adottati dal Parlamento ungherese il 18 marzo e il 14 aprile 2025 a seguito di altre normative anti-Lgbtiq+ già introdotte negli anni precedenti”, si legge nel documento.
Il riferimento è alla più recente manomissione della Costituzione ungherese da parte di Fidesz, il partito del premier, che va ad aggiungersi ad una lunga lista di interventi legislativi tesi a contrastare quella che il governo bolla come “propaganda gay”. Proprio ieri, la polizia di Budapest ha fatto ricorso per la prima volta alle norme anti-Pride per vietare un’altra manifestazione pro-lgbt prevista per domenica (primo giugno).
“Con il pretesto della protezione dei minori”, procede la missiva, “questi emendamenti legislativi consentono di imporre multe ai partecipanti e agli organizzatori di eventi come le celebrazioni annuali del Pride“. I firmatari si dichiarano “preoccupati per le implicazioni di queste misure sulla libertà di espressione, sul diritto di riunione pacifica e sul diritto alla privacy“, considerato che alle forze dell’ordine verrebbe permesso di ricorrere a tecnologie di riconoscimento facciale per individuare, schedare e multare i partecipanti a tali raduni diventati d’un tratto illegali.
“I valori che rendono l’Europa un posto fantastico non sono un menu à la carte, dal quale si può scegliere quali sostenere e quali no”, ha ricordato la ministra belga della Giustizia Annelies Verlinden ai margini dei lavori del Consiglio. Dove proprio sul rispetto dei valori e dei princìpi comunitari si è svolta oggi l’ottava audizione dell’Ungheria nel contesto della procedura ex articolo 7 del Trattato, iniziata dall’Eurocamera nel lontano 2018 e da tempo incagliatasi al tavolo dei governi nazionali.
Non è stata ancora raggiunta la massa critica sufficiente per procedere con l’attivazione del cosiddetto braccio preventivo della norma, che richiede il consenso di quattro quinti dei Paesi membri (22 su 27) per accertare “violazioni sistematiche e persistenti” dello Stato di diritto. Ma le cancellerie stanno perdendo la pazienza con Orbán e il suo ostruzionismo su diversi dossier cruciali, oltre allo smantellamento della democrazia, e lo hanno dimostrato con la presa di posizione odierna.
Siamo tuttavia ben lontani dall’attivazione del braccio sanzionatorio (spesso chiamato “l’opzione nucleare”), tramite cui si possono sospendere i diritti di voto di uno Stato membro in seno al Consiglio: per quello, serve l’unanimità delle cancellerie meno quella sotto accusa. Nessuno a Bruxelles crede davvero che si potrà arrivare a tanto, per lo meno non nel futuro immediato, per quanto nella lettera odierna la Commissione sia stata invitata a “fare pieno uso degli strumenti dello Stato di diritto a sua disposizione”.
Alla fine, le conclusioni del Consiglio sulla “resilienza democratica” sono state adottate da 25 delegazioni, con l’esclusione di Slovacchia e Ungheria. Nel testo si invita a “rafforzare lo Stato di diritto, i diritti fondamentali e il dialogo con la società civile” ma anche a contrastare minacce quali “la disinformazione, le interferenze esterne e la polarizzazione sociale”. Tra le priorità vengono annoverate inoltre la protezione delle elezioni dalle manipolazioni, la garanzia della trasparenza nei finanziamenti politici, il sostegno ai media indipendenti e il potenziamento dell’alfabetizzazione digitale.
Anche il Consiglio pare dunque accodarsi ad Europarlamento e Commissione nel segnalare all’uomo forte di Budapest che la corda è tesa al massimo e rischia di spezzarsi. Una novità sul piano politico è rappresentata dal cambio di posizione della Germania, che Friedrich Merz ha schierato inequivocabilmente nel campo anti-Orbán dopo l’inerzia dei due cancellieri precedenti, Olaf Scholz e Angela Merkel.
Gli eurodeputati di Strasburgo sono da sempre i critici più feroci dell’autoritario leader magiaro, e stanno tirando la giacca all’esecutivo comunitario affinché richieda misure legali provvisorie alla Corte di giustizia dell’Ue (che sta esaminando una legge ungherese del 2021 sulla “propaganda Lgbtq+”) in tutela del diritto di assemblea. Un gruppo trasversale di membri dell’Aula si è spinto a domandare l’immediato congelamento di tutti i fondi europei destinati a Budapest.
Attualmente, una cifra compresa tra i 18 e i 20 miliardi di euro in finanziamenti europei per il Paese mitteleuropeo sono bloccati sotto diverse linee di credito. Per ora, al Berlaymont, l’attenzione appare però incentrata sulla probabile adozione da parte del Parlamento magiaro di un contestatissimo disegno di legge sulla “trasparenza della vita pubblica“, che consentirebbe al governo di silenziare il dissenso, mascherandolo come interferenza straniera.
Come confermato dal commissario alla Democrazia Michael McGrath, l’esecutivo Ue ha chiesto all’Ungheria di ritirare la norma, minacciando azioni legali se dovesse venire approvata in via definitiva. Bruxelles, ha ribadito, sta “monitorando la situazione molto da vicino” e al momento “non esclude nessuna linea di azione“. Quanto al Pride, ha sottolineato che il diritto all’assemblea pacifica “non è una minaccia ai bambini o a nessun altro, ed è un elemento fondamentale della nostra democrazia“.
Categorie:Lgbt, Unione Europea












































Gli eurodeputati non mollano l’Ungheria. La democrazia magiara sta regredendo pericolosamente, avvertono i membri dell’emiciclo, sotto le picconate sferrate senza posa dal premier ultranazionalista e filorusso Viktor Orbán, intento a trasformare il Paese mitteleuropeo in uno Stato illiberale dalle marcate tendenze autoritarie.
Per la 30esima volta dal 2018, l’Aula di Strasburgo ha tenuto un dibattito sulla salute dello Stato di diritto in Ungheria, alla luce del progressivo smantellamento delle garanzie democratiche portato avanti dal primo ministro Viktor Orbán. A tenere banco anche oggi (18 giugno) è stata la crociata dell’autoritario leader contro la comunità Lgbtq+, il cui ultimo atto ha comportato la messa al bando del popolarissimo Budapest Pride, in calendario per il prossimo 28 giugno.
L’ennesima stretta sui diritti civili – che dà seguito ad un provvedimento ad hoc risalente allo scorso marzo – è tanto più grave perché è stata sancita a livello costituzionale grazie alla super-maggioranza che Fidesz, il partito del premier, detiene all’Assemblea nazionale (il Parlamento monocamerale ungherese). Lì, a metà aprile, i deputati hanno approvato la 15esima modifica della Carta fondamentale da quando Orbán è tornato al potere nel lontano 2010.
Il commissario alla Democrazia e alla Giustizia, Michael McGrath, ha ribadito di fronte all’Eurocamera che “l’Ue è fondata sulla libertà e l’uguaglianza e tutti dovrebbero avere la possibilità di essere chi sono, vivere liberamente e amare chi vogliono”. Quanto al Pride (dal quale “nessuno ha nulla da temere”), ha accolto positivamente l’iniziativa annunciata ieri dal sindaco della capitale, Gergely Karácsony, di offrire alla parata il patrocinio del municipio per aggirare il divieto imposto dal governo.
Ma “non possiamo ignorare che questa nuova legislazione ha già portato a decisioni della polizia per vietare un evento Lgbtq+ e a un tira e molla con la Corte suprema”, ha aggiunto, il che mette in discussione le fondamenta stesse del diritto comunitario. La Commissione aspetta il governo ungherese al varco, rinfrancata per il momento dal parere emesso a inizio mese dall’avvocata generale della Corte di giustizia (Cgue) circa la famigerata legge del 2021 sulla protezione dei minori, giudicata come un’eclatante violazione dei diritti fondamentali e di numerose normative europee.
Al momento, spiega McGrath, l’esecutivo a dodici stelle sta esaminando gli ultimi provvedimenti adottati dal Parlamento di Budapest, inclusi quelli sull’uso delle tecnologie di sorveglianza biometrica da parte delle forze dell’ordine, alla luce delle normative Ue sui dati personali e la privacy. E, ammonisce per l’ennesima volta, non esiterà “ad utilizzare tutti gli strumenti a sua disposizione per garantire che il diritto dell’Unione sia rispettato”.
Per la capogruppo socialista Iratxe García Pérez, “il regime autoritario di Orbán ha trasformato il potere in uno strumento di paura, di censura e di odio“. La deputata spagnola esorta la Commissione a chiedere alla Cgue misure provvisorie “per sospendere immediatamente la scandalosa legge sulla tutela dei minori“, e invita provocatoriamente i membri del Collegio a sfilare con gli europarlamentari a Budapest tra due weekend.
Nella capitale magiara ci sarà anche la pentastellata Carolina Morace che, dalle fila della Sinistra attacca: “Vietare il pride è l’ultimo atto della strategia repressiva di Orbán contro i diritti fondamentali“, insiste, “una sfida aperta ai valori su cui si fonda l’Ue“. Sulla stessa linea anche la co-leader dei Verdi, Terry Reintke, secondo la quale “attaccare il diritto di associazione significa attaccare la dignità umana“.
Sempre oggi, gli eurodeputati hanno adottato a larga maggioranza (405 voti a favore, 210 contrari e 36 astensioni) la valutazione dell’ultimo rapporto sullo Stato di diritto in Ue, pubblicato dall’esecutivo comunitario nel luglio 2024. In quell’occasione, l’allora commissario alla Giustizia Didier Reynders aveva spiegato che in Ungheria siamo di fronte ad “un vero e proprio problema sistemico“.
Nella sua relazione, l’emiciclo condanna lo scivolamento autoritario del Paese mitteleuropeo per quanto riguarda, tra le altre cose, le persistenti violazioni dei valori fondamentali dell’Ue e l’uso improprio dei fondi europei (a Bruxelles sono ancora bloccati qualcosa come 19 miliardi di euro per Budapest). Ed esorta il Consiglio a procedere con la procedura dell’articolo 7, incagliata al tavolo delle cancellerie da quando lo stesso Europarlamento la lanciò ormai sette anni fa.
“La democrazia si fonda sulla separazione dei poteri, sulla libertà di stampa, sull’accesso alla giustizia e sul rispetto delle libertà fondamentali“, ha ricordato la socialista portoghese Ana Catarina Mendes, relatrice dell’Aula sul dossier dello Stato di diritto. “Senza questi elementi”, avverte, “diventa una formalità vuota e si apre la strada all’autoritarismo“. E bacchetta anche l’Italia: dove, deplora, “i giornalisti vengono spiati“.
Ecco perché, dice Mendes, “questo Parlamento non può ignorare le minacce ai nostri valori”. Cioè appunto quelle in atto in Ungheria, dove “le libertà civili fondamentali delle persone Lgbtq+ sono sotto attacco“, dove la magistratura non è indipendente e si verifica “un forte attacco nei confronti della società civile, togliendo finanziamenti alle ong (si vedano le nuove norme sui cosiddetti “agenti stranieri“, ndr) e limitando il diritto di assemblea”.
Del resto, le ultime mosse di Orbán non arrivano certo come un fulmine a ciel sereno. Era stato lo stesso uomo forte di Budapest ad anticipare, in un famigerato discorso del 2014, la sua volontà di costruire in Ungheria uno “Stato illiberale” in opposizione al modello liberal-democratico, basato sulla tutela dei diritti individuali e delle libertà civili, sulla centralità dei corpi intermedi e sulla divisione dei poteri.
Leader e istituzioni dell’Ue erano stati avvisati, ma hanno comunque permesso che il cancro dell’autoritarismo metastatizzasse. Ora la misura sembra essersi colmata per tutti: Eurocamera, Commissione e Consiglio, dove parrebbe allargarsi il fronte anti-Orbán. La domanda, a questo punto, è se non sia già troppo tardi.
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