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Anche la Slovacchia si prepara a voltare le spalle all’Europa dei diritti. Il governo guidato da Robert Fico – leader di SMER-SD, formazione nominalmente socialista ma sempre più organica alla galassia reazionaria dell’Est – ha annunciato una serie di emendamenti costituzionali che potrebbero comprimere ulteriormente le libertà riproduttive e i diritti delle persone LGBTQIA+ in un paese già profondamente conservatore.
Una strategia lucida e pericolosa, che ancora una volta – sul modello di Ungheria, Italia, Bulgaria, Georgia e Serbia – parla il linguaggio della restaurazione e del controllo, mascherata da difesa dei valori tradizionali.
Tornato al potere nell’ottobre 2023 dopo anni di ambiguità politiche, Fico non ha perso tempo nel chiarire la nuova direzione del Paese. Niente più centrismi accomodanti: il suo esecutivo ha assunto toni apertamente anti-LGBTQIA+, ha smesso di sostenere militarmente l’Ucraina e ha assunto posizioni sempre più vicine a Mosca. Un disallineamento che non è solo geopolitico, ma anche simbolico: la Slovacchia si sta progressivamente sfilando dal patto valoriale su cui si fonda l’Unione Europea, affiancandosi a quel fronte di democrazie illiberali che in Europa centrale usano la “sovranità nazionale” come alibi per l’erosione dei diritti civili. E, come sempre, a farne le spese sono donne e minoranze già invisibili.
Anticipata già a fine gennaio, la proposta torna oggi con rinnovato vigore al centro dell’agenda di governo. Gli emendamenti prevederebbero, tra le altre cose, che l’adozione venga riservata esclusivamente alle coppie sposate eterosessuali, chiudendo così la porta a qualsiasi forma di genitorialità omosessuale, anche tramite adozione singola. Un chiaro attacco all’esistenza stessa delle famiglie LGBTQIA+, che già oggi non godono di alcun riconoscimento legale.
Il secondo tassello della riforma è l’inserimento, nel testo costituzionale, di una definizione binaria e rigida del sesso in salsa trumpiana: esisterebbero solo uomini e donne, così come assegnati alla nascita. L’identità di genere verrebbe così esclusa dall’orizzonte giuridico della Repubblica Slovacca, e con essa ogni possibile riconoscimento per le persone transgender e non binarie. Secondo Amnesty International, questa norma non solo cementerebbe nell’ordinamento un’impostazione escludente, ma renderebbe praticamente impossibile ogni riforma futura in senso più inclusivo.
Accanto a questi pilastri ideologici, il governo propone ulteriori restrizioni di carattere bioetico e pedagogico: si chiede di costituzionalizzare il diritto all’obiezione di coscienza in ambito sanitario, consentendo al personale medico di rifiutarsi di praticare aborti; si introduce l’obbligo di consenso genitoriale per l’educazione sessuale nelle scuole; si paventa, infine, un drastico restringimento dell’accesso all’aborto e il divieto di fecondazione assistita e maternità surrogata.
Non è certo un fulmine a ciel sereno. Già nel 2014, la Slovacchia –Paese dove la visione conservatrice della Chiesa cattolica continua a esercitare una profonda influenza e teatro di uno dei crimini d’odio più efferati nella storia europea recente – aveva inciso nella propria Costituzione il principio secondo cui il matrimonio è “un’unione esclusiva tra un uomo e una donna”. Ma qui, dove non vengono riconosciute neanche le unioni civili e le famiglie queer restano del tutto invisibili per la legge, il pacchetto di emendamenti rischia di cancellare gli ultimi residui margini di autodeterminazione per le persone LGBTQIA+.
Come ha denunciato Rado Sloboda, direttore di Amnesty International Slovacchia, “questa serie di emendamenti è un tentativo di rafforzare un ambiente sempre più ostile per le persone LGBTIQ+, minare l’uguaglianza di genere, lo stato di diritto e una più ampia tutela dei diritti umani in Slovacchia”. Per l’approvazione definitiva sarà necessaria una maggioranza qualificata di almeno 90 voti su 150 in Parlamento. Ma se da un lato la tenuta politica della coalizione non è garantita, dall’altro l’esito della votazione resta tutt’altro che scontato.
Il governo Fico IV, in carica dal 25 ottobre 2023, è frutto di una coalizione fragile e sbilanciata: Direzione–Socialdemocrazia (SMER-SD), il partito personale di Fico; HLAS-SD (Voce – Socialdemocrazia), guidato dall’ex premier Peter Pellegrini; e il Partito Nazionale Slovacco (SNS), espressione dell’estrema destra nazionalista e dichiaratamente filorussa.
Se l’alleanza è riuscita a imporsi grazie a una retorica anti-establishment e securitaria, già nei primi mesi ha mostrato segni di cedimento, culminato a marzo di quest’anno con un rimpasto di governo utile mantenere la maggioranza. Una mossa che ha rivelato, al contempo, la debolezza interna della compagine e l’urgenza di contenere il malcontento crescente.
Parallelamente, il governo ha adottato una linea geopolitica in controtendenza rispetto al blocco occidentale. Ha interrotto il sostegno militare all’Ucraina, si è opposto alle sanzioni europee contro la Russia, e ha avviato un processo di normalizzazione con Mosca che non ha tardato a suscitare reazioni. La Repubblica Ceca ha espresso aperto dissenso, mentre Bruxelles ha iniziato a valutare forme di risposta politica e finanziaria a quella che viene percepita sempre più come una deriva illiberale.
In patria, il malcontento ha assunto la forma di una protesta diffusa e trasversale: da gennaio 2025, decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Bratislava e in altre città, accusando il governo di minacciare la democrazia, comprimere le libertà civili e manipolare il sistema dell’informazione. Il governo ha infatti recentemente approvato la riforma dei media pubblici: RTVS, storica emittente nazionale, è stata sciolta per fare spazio a STVR, una nuova struttura di servizio pubblico sottoposta a un controllo diretto da parte del governo.
La reazione di Fico è stata violenta: ha parlato apertamente di un tentato golpe da parte dell’opposizione, sostenendo di avere prove raccolte dai servizi segreti. Ma organizzazioni civili e osservatori internazionali hanno immediatamente denunciato un uso strumentale dell’intelligence per intimidire i dissidenti e legittimare un clima di repressione, in un paese che scivola sempre più verso un restringimento delle libertà civili e del pluralismo politico, mentre il confronto democratico lascia spazio a retoriche polarizzanti e misure repressive.











































