Via libera ai due vice presidenti esecutivi designati, Teresa Ribera e Raffaele Fitto, dalle commissioni competenti del Parlamento europeo. Dopo una giornata intensa di litigi e rinvii del voto, alla fine la commissione per lo Sviluppo regionale ha dato disco verde al ministro italiano come vice presidente esecutivo della Commissione europea a Coesione e Riforme, mentre e le commissioni Ambiente, Industria ed Energia e Affari economici hanno approvato la nomina dell’esponente spagnola a vice presidente esecutiva alla Transizione pulita, giusta e competitiva.
“Raffaele Fitto è stato confermato nel ruolo di vicepresidente esecutivo della Commissione europea. Quest’importante incarico attribuito al Commissario designato dall’Italia è una vittoria di tutti gli italiani, non del Governo o di una forza politica”, commenta quasi in tempo reale la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
“Abbiamo ottenuto un portafoglio di peso e il coordinamento di deleghe strategiche per la nostra Nazione e per l’Europa intera, come l’agricoltura, la pesca, l’economia del mare, i trasporti e il turismo – sostiene Meloni -. Questa indicazione è la conferma di una ritrovata centralità dell’Italia in ambito europeo, all’altezza del nostro ruolo come Stato fondatore della Ue, seconda manifattura d’Europa e terza economia del Continente”.
L’accordo tra le tre forze politiche della maggioranza a sostegno della Commissione europea Ursula von der Leyen (Partito popolare europeo, Socialisti e democratici, liberali di Renew Europe) che ha sbloccato lo stallo è arrivato nel tardo pomeriggio. Il perimetro tiene dentro tutti i candidati, in particolare Fitto, Ribera e l’ungherese Oliver Varhelyi, che si è visto però togliere dal portfolio le deleghe sulla Agenzia per la preparazione e reazione alle emergenze (Hera), inclusa la gestione e la preparazione alle crisi, e la competenza sui diritti sessuali e riproduttivi (tutti file che vengono trasferiti alla commissaria di Renew Europe, Hadja Lahbib).
In questo modo vengono ribaditi i punti politici espressi nelle linee guida di von der Leyen che hanno consentito la sua conferma a luglio. Nessun riferimento all’allargamento o meno della maggioranza ai conservatori e riformisti europei, ma secondo il presidente del gruppo Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber, l’Ecr e Fratelli d’Italia hanno dimostrato un impegno costruttivo non solo nelle ultime settimane ma fin dallo scorso aprile, in occasione del voto sul nuovo Patto per la migrazione e l’asilo. “Stiamo lavorando insieme a coloro che vogliono davvero realizzare le cose. Un esempio concreto è che abbiamo avuto ad aprile di quest’anno un voto cruciale per la gestione della migrazione a livello europeo dopo anni di discussioni senza fine sulla gestione della migrazione a livello europeo. Alla fine Fratelli d’Italia ha contribuito ad avere la maggioranza nel Parlamento europeo”, afferma Weber dopo la Conferenza dei presidenti, composta dalla presidente Roberta Metsola e dai capi dei gruppi politici, che sancisce il raggiungimento dell’accordo.
Di altro parere i Verdi. Il co-presidente del gruppo, Bas Eickhout ha parlato di “un giorno non buono per il Parlamento europeo” e di “un processo farsa di valutazione” dei commissari e vice presidenti designati. “Abbiamo detto fin dall’inizio che l’unico modo per ottenere una maggioranza stabile è lavorare insieme come europeisti. È evidente che stanno rompendo il patto di collaborazione. E non credo che d’ora in poi il Ppe non lavorerà più insieme all’Ecr. Lo vedremo anche stasera, sembra che tutti i diversi commissari saranno votati, compreso Fitto, senza alcun cambiamento nel portafoglio – spiega -. Sono abbastanza sicuro che l’Ecr sia molto felice. Ma onestamente non vedo la possibilità di un lavoro stabile con Ecr” da parte di Ppe, S&D e Renew Europe. L’Ecr “sarà ovviamente molto vittorioso perché Fitto passerà, ma io sto pensando al lungo termine e a questo tentativo dei tre di avere una dichiarazione che finge di avere una maggioranza stabile: non sarà così”.
La squadra dei commissari è fatta, adesso bisogna fare la Commissione. L’accordo raggiunto al termine di trattative serrate tra le tre principali forze in Parlamento – popolari (Ppe), socialisti (S&D) e liberali (Re) – spiana la strada al von der Leyen bis. Un accordo sancito da un patto messo per iscritto, che incardina le linee lungo cui muoversi per i prossimi cinque anni, che si aprono però con i punti interrogativi del caso e le incertezze che rischiano di trascinarsi.
Nel fragile matrimonio tra popolari e socialisti su cui si fonda la maggioranza, è già venuta a mancare la componente fondamentale: la fiducia. Emerge chiaramente pochi minuti dopo la stesura del patto, quando la ‘logica a pacchetto’ stabilita per deporre le armi e dare il via libera a tutti e sei i vicepresidenti esecutivi e al commissario ungherese Oliver Varhelyi incespica sui sospetti reciproci. E allora, il sì dei coordinatori delle commissioni competenti rimane bloccato per ore, perché prima del voto su Teresa Ribera i deputati vogliono essere sicuri che a Varhelyi vengano limati gli incarichi, e fino a che la socialista spagnola, a notte inoltrata, non viene approvata i socialisti non vogliono procedere al voto su Raffaele Fitto.
Ma su Ribera, attuale ministra alla Transizione ecologica nel governo Sanchez e designata per la vicepresidenza esecutiva alla Transizione, è scontro totale, perché popolari e conservatori vorrebbero mettere nero su bianco le sue dimissioni in caso di ‘indagini’ per le conseguenze e i morti della Dana a Valencia. Un lessico che socialisti, liberali e verdi ritengono troppo forte. Alla fine i popolari cedono su Ribera e, nonostante le resistenze dell’agguerrita delegazione spagnola del Partido Popular, acconsentono ad ammorbidire il linguaggio, permettendo ai socialisti di sostenere la vicepresidenza di Raffaele Fitto. In entrambi i casi, le lettere di valutazione che accompagnano il via libera ai candidati saranno integrate da un allegato: il Parlamento chiede alla spagnola “un impegno chiaro e inequivocabile” a dimettersi in caso di procedimenti legali nei suoi confronti “che potrebbero compromettere l’integrità del Collegio”, il meloniano dovrà essere “completamente indipendente dal suo governo nazionale come richiesto dai Trattati e pienamente impegnato ad applicare il meccanismo di condizionalità dello stato di diritto e a lavorare al rafforzamento dello stato di diritto nell’Unione”.
Tuttavia nella truppa socialista i malumori non mancano. La delegazione francese (13 seggi) resta contraria alla vicepresidenza per Fitto, che vorrebbero commissario semplice. Non sottoscrive il patto politico, segnando la spaccatura interna al gruppo. Iratxe Garcia Perez, presidente dell’S&D, tira dritto: “Agiamo in modo responsabile per la stabilità dell’Ue, che è a rischio“, commenta alla fine del negoziato.
I socialisti fanno prevalere la linea della responsabilità, in un momento che vede necessario per l’Ue avere una Commissione in funzione e operativa quanto prima. La guerra russo-ucraina che prosegue, la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, incertezze diffuse che frenano la crescita e tensioni geopolitiche impongono di avere un’Europa che funzioni, con socialisti e liberali che offrono l’immagine di forze pronte a ricoprire il ruolo di contrappeso alle spinte verso destra del Ppe
Il commissario per l’Economia, Paolo Gentiloni, tira un sospiro di sollievo. Intravede il via libero definitivo per l’avvio della nuova legislatura europea e rivolge gli auguri di rito al suo successore italiano in seno al collegio. Ora che c’è il sostegno a livello di capigruppo e coordinatori di commissioni parlamentari l’Aula dovrà votare la fiducia all’intera squadra di Ursula von der Leyen, presidente uscente ed entrante dell’esecutivo comunitario. Un voto atteso per le sessione plenaria della prossima settimana (il 27 novembre, alle 12.00), e che può permettere alla nuova Commissione di insediarsi l’1 dicembre.
Tutti contenti, ma i popolari ancora di più. Il Ppe, ha dato prova di forza, ottenendo ciò che voleva e riuscendo anche ad incrinare i rapporti interni agli alleati e tra partiti meno inclini a collaborazioni con conservatori (Ecr, che, di fatto diventa almeno in qualche sua parte, un sostegno per il Ppe), sovranisti (PfE) ed estrema destra (Esn). I socialisti hanno fronde interne, i Verdi non gradiscono l’accordo perché, denuncia il capo-gruppo Bas Eickout, “segna una pericolosa volontà di normalizzare l’estrema destra”. Una destra con cui il Ppe non è escluso che tornerà a strizzare l’occhiolino e lavorare.
Nella legislatura che verrà i file saranno tanti e tutti diversi, e non è da escludere maggioranze variabili e tutte diverse, come già avvenuto per il regolamento sulla deforestazione. Il braccio di ferro sulle nomine lascia l’immagine di un Ppe che guida e di socialisti e liberali in affanno, vittime della legge dei numeri, che conferma inequivocabilmente che il Parlamento europeo è traslato verso destra. L’alleanza che si è voluta mettere nero su bianco appare debole, e la necessità di metterla per iscritto – senza peraltro alcun paletto posto ai confini della maggioranza – sembra confermarlo. La nuova Commissione comunque si può fare. Questa è l’unica notizia che interessa all’Europa. Se si guarda alla sua genesi, potrebbe non essere una buona notizia.
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