La Moldavia respinge la Russia e abbraccia l’UE. Con uno scarto risicato, quasi da raschio, il “sì” al referendum sull’adesione ha prevalso, portando però il Paese a un bivio storico. Quel 50,31% di voti positivi non parla di un trionfo roboante, piuttosto un colpo di bisturi, netto, che, pur nella sua esiguità, traccia un solco netto tra il prima e il dopo. Da una parte, la promessa dell’Europa, il sogno di una democrazia consolidata, dall’altra, il fantasma onnipresente della Russia, vecchio padrone mai del tutto assente.
Il Cremlino – reo di aver ancora una volta interferito nei processi democratici di uno dei suoi paesi “satelliti” – non ha infatti tardato a far sentire la sua voce dopo il decisivo sorpasso del “sì” sul “no”. Il portavoce della presidenza russa, Dmitri Peskov ha parlato di “anomalie” nel conteggio dei voti.
Ma dietro ai numeri, dietro ai proclami, c’è un Paese che ora si guarda allo specchio e non riconosce il volto riflesso. La Moldavia, indipendente da 1991, e da quel momento divisa e fragile, cammina su un filo sottile, teso tra la speranza di un futuro migliore e la paura di un passato che non smette mai di bussare alla porta. A pesare sul bilancio, anche il risultato di un’elezione presidenziale che non dà riconferma netta all’europeista Maia Sandu, costretta al ballottaggio contro il rivale Alexandr Stoianoglo.

Decisivo il voto della diaspora nel ribaltare una tendenza che inizialmente pendeva verso il “no”. Ma questo non è bastato a spegnere le tensioni. Anzi, le ha esacerbate. I moldavi all’estero, che vedono nell’Europa una via d’uscita dalla povertà e dall’instabilità, hanno preso in mano il destino del Paese, ma quelli rimasti indietro, tra le campagne polverose e le città che odorano ancora di sovietico, restano scettici.
E poi c’è l’ombra lunga, quasi onnipotente, della Russia. Non solo la Russia del gas e delle vecchie alleanze, ma quella delle campagne di disinformazione, dei fondi segreti, dei tentativi silenziosi di sabotare l’esito di un voto che avrebbe dovuto essere un nuovo inizio.
Il Cremlino, che non accetta di essere spettatore passivo di questo dramma geopolitico su un territorio che non disdegnerebbe di rivendicare, ha mosso le sue pedine con discrezione, ma efficacia. Documenti trafugati, denunce di corruzione, fondi che piovono nelle tasche giuste, il tutto orchestrato in uno spartito che suona familiare in questo angolo d’Europa. Si stima che circa 130.000 persone siano state pagate per votare “no”.
“Gruppi criminali, che lavorano insieme a forze straniere ostili ai nostri interessi nazionali, hanno attaccato il nostro Paese con decine di milioni di euro, menzogne e propaganda, usando i mezzi più vergognosi per mantenere i nostri cittadini e la nostra nazione intrappolati nell’incertezza e nell’instabilità“, ha dichiarato la presidente Sandu “Abbiamo prove evidenti che questi gruppi criminali miravano a comprare 300mila voti, una frode di dimensioni senza precedenti. Il loro obiettivo era quello di minare un processo democratico”.
Dmitri Peskov, il portavoce della presidenza russa, ha replicato con risolutezza alle accuse della presidente moldava, Maia Sandu, chiedendo che venissero fornite le “prove” delle presunte interferenze. Una mossa tipica, volta a delegittimare il risultato e a mantenere intatta la narrativa di Mosca, che non ammette sconfitte silenziose né passi verso l’Europa senza far rumore. La Moldavia, terra di mezzo e crocevia, sembra dunque destinata a vivere ancora una volta il peso della sua posizione geografica, sospesa tra il richiamo delle sirene occidentali e l’abbraccio soffocante dell’orso russo.
In questo gioco di equilibri instabili, l’Unione Europea ha ora un compito arduo: sostenere un Paese che guarda a Bruxelles con speranza, ma che rischia di frantumarsi sotto la pressione di forze interne ed esterne. La Moldavia ha bisogno di più che semplici promesse: investimenti reali, riforme profonde, un sostegno tangibile che vada oltre i proclami diplomatici.
Perché ogni giorno che passa la frattura si potrebbe allargarsi, e con essa, la tentazione di voltarsi indietro, verso un passato che sembra, per quanto imperfetto, più comprensibile. Molto dipenderà dall’esito del ballottaggio presidenziale.
Il voto di ieri ha dunque riaperto ferite mai del tutto rimarginate, portando in superficie la frattura profonda tra due anime, due visioni, due nomi: da un lato la Moldova, con la sua popolazione di lingua rumena, i giovani delle città, la diaspora che guarda all’Occidente. Dall’altro, la Moldavia, russofona, ancorata alle campagne, popolata da anziani nostalgici che serbano ancora il ricordo del passato sovietico.
Una dicotomia capace di riflettersi anche sulle elezioni presidenziali tenutesi in concomitanza con il referendum, che segnano un netto calo di consensi per Maia Sandu, costretta al ballottaggio il 3 novembre contro un avversario decisamente ostico. La presidente filo-europea che ha scommesso tutto su questo referendum, si trova ora di fronte a un elettorato spaccato, guadagnando solo il 42% dei voti favorevoli.
Il 26% se l’è accaparrato il socialista Aleksandr Stoianoglo, astuto stratega che gioca su due tavoli, proclamandosi favorevole all’Europa mentre strizza l’occhio a Mosca. Un’ambiguità che potrebbe affascinare un elettorato stanco di promesse non mantenute e terrorizzato dal rischio di una pericolosa rottura totale con il potente vicino a est. Del resto, le relazioni tra Moldavia e Russia hanno cominciato a sfaldarsi in modo irreversibile proprio dal momento in cui Chişinău – sotto la presidenza Sandu – ha formalmente richiesto di aderire all’Unione Europea, sull’onda lunga del conflitto in Ucraina. A giugno 2022, il paese ha ottenuto lo status di candidato.
Ma Mosca ha capito che, nel 2024, la guerra può essere combattuta in maniera efficace da sotto la superficie. Niente sensazionalistici carri armati, niente draconiane sanzioni economiche: è una guerra fatta di propaganda, di influenze sottili e di strategie ibride, in cui la Moldavia è solo uno dei tanti campi di battaglia. La Russia, che vede ogni Paese che si avvicina all’Unione Europea come una perdita personale, non è rimasta a guardare, e continuerà a non farlo. Ma sarà ancora più difficile individuare le sue pervasive influenze.
Il risultato del referendum, pur non incidendo direttamente sul processo formale di adesione, ha un grande valore politico. Con l’avvio dei negoziati l’anno scorso, la Moldavia ha iniziato a percorrere quel sentiero che porta all’adozione delle norme europee, un percorso costellato di riforme e monitoraggi costanti da parte della Commissione Europea.
Quando e se la Moldavia soddisferà tutti i criteri richiesti, la Commissione redigerà una relazione che certificherà la sua idoneità all’adesione. Solo allora si potrà parlare di un trattato di adesione, che dovrà passare per il vaglio del Consiglio Europeo, dell’Europarlamento e infine essere ratificato da tutti gli Stati membri dell’Unione, trasformando un sogno di integrazione in realtà.
Per Bruxelles, il referendum rappresenta dunque una vittoria simbolica, certo, ma anche un promemoria amaro: l’adesione di Paesi fragili e divisi comporta rischi enormi. Il successo della Moldavia potrebbe rafforzare l’idea che l’Europa sia ancora un faro di stabilità e progresso, ma ogni passo falso potrebbe alimentare il fuoco dell’euroscetticismo, sia dentro sia fuori dai suoi confini. In questo labirinto geopolitico, il cammino verso Bruxelles è disseminato di ostacoli, e la Moldavia, oggi in ballo, dovrà ballare, sperando che, alla fine, il sogno europeo non si trasformi in un incubo troppo difficile da gestire.
Dopo le timide riforme, le promesse non mantenute, le strategie di facciata e gli sguardi compiacenti verso Bruxelles, la Moldavia si trova – nel risveglio post referendum – a un bivio decisivo anche in ambito di diritti LGBTQIA+.
Da una parte, la strada della piena integrazione europea richiede un impegno concreto, non solo politico ma anche culturale e sociale. Dall’altra, l’ombra lunga del conservatorismo post-sovietico, alimentato da influenze religiose e tradizioni radicate, continua a frenare un processo di cambiamento ormai non più rinviabile.
Prima delle unioni civili e dell’inarrivabile matrimonio egualitario – incostituzionale dal 1994 – la Moldavia dovrà dunque passare da una profonda metamorfosi culturale. Tutto ha inizio, o meglio, tutto si blocca in primis con la legge n. 301, un’arma giuridica tanto necessaria quanto controversa, da tempo sospesa nei labirinti delle commissioni parlamentari.
Promette di essere un colpo decisivo, modificando il Codice Penale e il Codice delle Contravvenzioni per includere la “motivazione pregiudiziale” come aggravante nei crimini d’odio. Eppure, mentre la società civile spinge e le raccomandazioni internazionali piovono da ogni angolo d’Europa, questa legge resta incagliata, sospesa tra promesse e rinvii.
Non si tratta di una questione di burocrazia lenta. È una resistenza culturale, un braccio di ferro tra progresso e tradizione. La Moldavia, con un punteggio del 39,33% nel rapporto ILGA-Europe del 2024, è ancora un passo avanti rispetto ad altri paesi post-sovietici, ma lontana anni luce da giganti come Malta (93%) o il Belgio (74%). L’UE non intende accontentarsi, e non basta una buona legge. Serve che sia applicata.
E qui entra in gioco la seconda, fondamentale battaglia: quella per la formazione delle forze dell’ordine. In Moldavia, c’è una triste realtà che sfugge alle statistiche ufficiali: molti crimini d’odio contro la comunità LGBTQIA+ non vengono nemmeno denunciati. Perché? La risposta è dolorosamente semplice: la paura delle vittime e la mancanza di fiducia nelle autorità. La polizia, che dovrebbe essere il primo baluardo di difesa, spesso manca delle competenze e, in alcuni casi, della volontà di agire.
Un progetto ambizioso, avviato dal Consiglio d’Europa tra il 2021 e il 2024, mira a risolvere questo problema. Attività di formazione per gli agenti di polizia, lo sviluppo di una rete di collaborazione tra le forze dell’ordine e le organizzazioni LGBTQIA+, e la creazione di meccanismi più efficienti per trattare i crimini d’odio sono i pilastri di questo piano.
Forse il compito più arduo, però, è quello del cambiamento culturale. La legislazione può piegarsi alle spinte progressiste esterne, le forze dell’ordine possono essere addestrate, ma cosa accade quando la cultura stessa si ribella al progresso? Nel 2022, un sondaggio ha rivelato che il 64% della popolazione moldava escluderebbe completamente le persone LGBTQIA+ dalla società. Un dato spaventoso.
Eppure, nelle crepe di questa rigidità culturale, c’è speranza. A Chisinau gli atteggiamenti stanno lentamente cambiando. Il 55% della popolazione urbana ha mostrato una maggiore apertura, forte anche del respiro cosmopolita della capitale. Un processo che sarà fondamentale mantenere e accellerare a fronte delle sempre più insidiose influenze russe sul blocco ex sovietico, che sfruttano l’ostilità nei confronti comunità LGBTQIA+ come ennesima leva strategica della propria egemonia.
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